La reminiscenza agricola e la generosità umana

Il massaro e la gestione del podere: la produzione di prodotti tipici, le feste e l’esportazione per i familiari emigrati;

Ogni famiglia, come ogni singolo Calabrese, almeno fino a qualche anno fa, era caratterizato dalla praticità di gestire un proprio podere (un fazzoletto di terra destinato alla coltivazione di colture ed al mantenimento degli animali su cui si ereggeva una o più costruzioni adibite come fienile, magazzino, locali per gli animali e a volte anche abitazioni proprie). 

Il contadino cosiddetto "massaru" ereditava tutte quelle conoscenze necessarie per il mantenimento di questa attività dal proprio padre, su cui poteva contare per quelle risorse indispensabili al l’avvio ed al buon proseguimento per la conduzione quotidiana della vita. Queste risorse tramandate di generazione sono state al centro dell’operatività del contadino calabrese. I figli apprendevano dai loro padri tutte le tecniche ed i consigli che le esperienze avevano affermato e che stavano alla base di questo mestiere, il piccolo uomo diventava subito un grande massaro (impresario del podere).

Nel podere si vive di giorno e di notte, c’è chi lo possedeva di proprietà ereditato dai propri nonni, chi invece lo gestiva per gli altri, i cosiddetti gnuri (latifondisti), il podere era più comunemente espresso con la parola campagna (per indicare che  il contadino è al podere, si dice: u massaru è a campagna).

Sono stati in pochi i calabresi residenti fuori dai capuoluoghi di provincia che non hanno avuto sotto casa o in campagna un podere dove sono stati allevati almeno alcuni dei seguenti animali: polli, galline, chiocce, pulcini, conigli, tacchini, vacche, pecore, capre e gli immancabili maiali, a questi aggiungiamo gli animali da soma per gli spostamenti una volta veramente indispensabili e animali da compagnia e da guardia allo stesso tempo, asini (la cosiddetta ciuccia) e cani. Gli animali destinati alla propria alimentazione o alla commercializzazione venivano allevati e pascolati in condizioni di piena libertà nei piccoli fazzoletti di terra che il padrone possedeva o gestiva per il proprietario. Nel medesimo terreno produceva attraverso la coltivazione di foraggi, frumento, mais, cereali, ecc i prodotti genuini necessari all’alimentazione degli animali. In questi terreni il massaro sfrutta ogni piccolo angolo per coltivare svariate tipologie di prodotti: ortaggi come pomodori, patate, lattughe, rape, zucchine, cetrioli, fagioli, gli immancabili peperoncini piccanti, vari frutteti come pesco, pero, albicocco, melo,  melograno, kaki, ecc vari vigneti, uliveti  e tanto altro.

La sana e genuina alimentazione è stata alla base di ogni famiglia (anche se a volte le quantità di prodotti non sono stati sufficienti per i numerosi componenti del nucle familiare), per questo motivo ancora oggi molte mamme sono molto premurosi nel riuscire a garantire una corretta alimentazione a base di fibbre, vitamine, proteine, carboidrati, ecc. per i propri cari.

La Calabria in ambito meridionale è stata da sempre contrassegnata da una etichetta che le assegna un alto indice di povertà ( purtroppo oggi non si può fare a meno che confermare questi dati, se analizzati e comparati alle altre regioni d’Italia, sul lato economico). Questa terra, oggi alla luce dei passati decenni, sotto l’aspetto affettivo e generoso verso i propri familiari emigrati,  ha assunto una capacità di esportazione paragonabile ad una regione ricca. Infatti non possiamo negare che i Calabresi sono stati un popolo che seppur immerso in mille difficoltà economiche e seppur molti di loro sono stati  costretti  spostarsi in regioni più ricche, i familiari rimasti nella loro casa, hanno contribuito ad allegerire il peso del carovita dei propri emigrati. Essi hanno esportando e spedito in grossi pacchi di cartone fascettati con cordicelle (il classico spago da calabrese)  la migliore selezione dei propri prodotti tipici, frutto del lavoro quotidiano nelle campagne, nonostante l’incombente povertà economica regionale. Ancora oggi tutti i calabresi residenti nelle alte regioni italiane e nel mondo, che organizzano un soggiorno in Calabria per visitare la propria terra e salutare i propri familiari, non lasciano i loro paesi di origine se non prima abbiano preparato il pacchetto con: soppressate, salsicce, nduja, peperoncini, arance, cipolle, olio, vino, confetture varie e tanto altro, da poter  successivamente gustare a casa propria.

Le generazioni di calabresi a partire dagli anni ’50 fino agli anni ’80, che si sono trasferiti nel nord Italia per lavorare nelle fiorenti industrie sviluppatesi dal dopo guerra, sono stati caratterizzati da costanti rientri nei medesimi periodi. Gli anni del boom economico hanno conformato una classica distribuzione delle ferie, in determinati giorni dell’anno. Queste categorie di lavoratori, in Calabria erano sempre presenti e non mancavano: alle feste ed alle manifestazioni religiose e folkloristiche del proprio paese, principalmente organizzate nel periodo estivo in coincidenza con le vacanze al mare ed alle feste nel periodo natalizio in coincidenza con una festa  del tutto particolare ed interna alla parentela più stretta, " la macellazione del maiale" nel podere del padre di famiglia. Alcuni proventi di questo rito, come le salsicce, il capicollo ecc. ecc. l’emigrante li portava con se al rientro a casa nel famoso cartone pieno di prodotti tipici.

Molto spesso si usava macellare due maiali, le carni lavorate si destinavano alla preparazione degli insaccati e dei salati, caratterizzati appunto da una lunga conservazione dovuta alla stagionatura, mentre gran parte del secondo maiale era destinato al consumo il giorno stesso della macellazione, le carni fresche venivano arrostite, bollite o preparate per i sughetti, tutto questo per far fronte al pranzo ed alla cena dei numerosi partecipanti all’evento caratterizzato  dal raggruppamento di due o più famiglie.

Un altra festa del tutto simile alla precedente è la vendemmia dei vigneti, si tiene in autunno e avremo modo di approndire nelle pagine di questo sito.

A cura di Paolo Barbalace

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