Albanesi di Calabria

La comunità albanese in Calabria


Gli italo-albanesi o arbëreshë, presenti nel sud Italia, sono comunità etnico-linguistiche gelosamente legate alle proprie tradizioni.
La presenza più massiccia è in Calabria, sopratutto sul versante jonico cosentino, con 32 comunità: 27 in provincia di Cosenza (21 comuni e 6 frazioni) e 3 in provincia di Crotone, 2 in provincia di Catanzaro (1 comune e 1 frazione).
E' da più di cinque secoli che gli arbëreshë si sono insediati in Calabria, portando in terra d'esilio tutta la Patria: gli usi, i costumi, i canti epici, il folclore, le tradizioni, il rito bizantino-greco.

L'emigrazione avvenne in varie ondate, a partire dalla seconda metà del XV secolo alla seconda metà del XVII. Le prime due spedizioni furono di carattere militare, essendo stati gli Albanesi chiamati dagli Aragonesi per rafforzare il proprio esercito in lotta contro gli Angioini.
Ma la più consistente emigrazione avvenne dopo l'invasione dell'Albania da parte dei Turchi ottomani e dopo la morte dell'Eroe Nazionale Giorgio Kastriota Skanderbeg (17 gennaio 1468) assurto a simbolo della libertà civile e religiosa del fiero popolo Albanese a seguito dei lunghi anni di guerre combattute nei Balcani per difendere la sua patria (ma anche l'Occidente) dal pericolo politico e religioso esercitato dalle mire espansioistiche turche.

Il rito bizantino volgeva ormai al tramonto in tutta la Calabria, quando – nella seconda metà del secolo XV – vennero a ravvivarlo gli Albanesi, disseminati in diverse zone della regione. Essi provenivano dall’opposta sponda dell’Adriatico, detta anticamente Epiro e, poi, Albania, cioè “montagna”. 
La regione era divisa in due dal fiume Skombi: a sud, cioè nell’Epiro, le tribù Toske, a nord, le tribù Gheghe, tra le quali, i Mirditi. E Gheghe è proprio il vocabolo con cui si denominano gli Albanesi della Calabria settentrionale. 
   
Nel 1435 i Turchi conquistarono l’Albania, ma, nel 1444, ne furono scacciati dal valoroso Giorgio Castriota, detto Skandemberg, l’eroe nazionale di quel popolo. Ma i Turchi tornarono all’attacco e, così, molti Albanesi, alla morte dello Skandemberg nel 1467, per sfuggire al giogo musulmano, cercarono rifugio a Venezia e nell’Italia meridionale, in particolare in Abruzzo, Molise, Puglia, Lucania, Calabria e Sicilia. 

A condurre i primi profughi albanesi in Calabria fu Demetrio Reres, inviatovi dal Re di Napoli, Alfonso di Aragona, che gli ordinò di ridurre la regione all’obbedienza. In compenso, il Reres, nel 1448, fu nominato Governatore di Calabria.
Egli distribuì i suoi uomini in otto paesi dell’attuale provincia di Catanzaro: Amato, Andali, Arietta, Casalnuovo, Carfissi, S. Nicola dell’Alto, Vena e Zangarona. I suoi due figli, Giorgio e Basilio, invece, si trasferirono in Sicilia con altri Albanesi al loro seguito. Anche lo Skandeberg, nel 1461, venne a combattere nel Regno di Napoli, a sostegno del vacillante trono di Ferrante, figlio e successore di Alfonso d’Aragona. Il figlio dell’eroe nazionale albanese, Giovanni, dopo la morte del padre, venne in Italia con la sorella Erina e altri connazionali, con i quali fondò diverse colonie in Puglia, Lucania e Calabria. Il loro afflusso in Calabria, in  particolare, fu favorito dal matrimonio di Erina con Pietro Antonio Sanseverino, Principe di Bisignano. Le immigrazioni si susseguirono per tutta la seconda metà del secolo XV e lungo i primi quarant’anni del XVI. 
 
Gli Albanesi della territorio di Catanzaro conservarono per secoli la loro lingua, ma, non avendo un clero sufficiente, finirono per adottare il rito latino. Le cose andarono, invece, diversamente nelle quattro diocesi della Valle del Crati – Cassano con la vicina Anglona in Lucania, Rossano, Bisignano e San Marco – in cui i profughi albanesi furono accolti, prevalentemente, nelle terre delle abbazie presso le quali si praticava il loro stesso rito bizantino. Qui trovarono assistenza spirituale e materiale. Gli Albanesi emigrati in Calabria, infatti, furono accolti, in maniera che si potrebbe definire amorevole senza eccessivo timore di esagerare, da abati, vescovi e feudatari, i quali fecero loro delle concessioni con i cosiddetti Capitoli o Capitolazioni, i più antichi dei quali hanno data 3 novembre 1471. Concessioni che, fra l’altro, non furono fatte a titolo di vassallaggio, ma di tutela gratuita. 

A mostrare benevolenza di fronte alla popolazione giunta dall’altra sponda dell’Adriatico, come già accennato, non furono solo gli abati, ma anche i vescovi delle diverse diocesi, in cui trovarono asilo. Gli Albanesi, infatti, pur essendo di rito greco, erano alla diretta dipendenza degli Ordinari locali, che, tuttavia, comprendevano molto poco del loro rito e delle loro tradizioni, che ai loro occhi dovevano sembrare piuttosto strane. 
Essi incominciarono a nutrire una certa preoccupazione riguardo alla loro ortodossia, quando si accorsero di notevoli differenze che univano gli aspetti più disparati della loro ritualità. Differenze, che a loro parere, giustificavano il sollevarsi di sospetti di scisma o di eresia. Motivo per il quale nei diversi sinodi provinciali e diocesani non mancava mai un capitolo riservato agli Albanesi. Questi, da parte loro, pur dichiarandosi cattolici, in realtà si sentivano legati all’ortodossia bizantina e non era raro il caso che i loro aspiranti al sacerdozio si facessero ordinare da vescovi ortodossi, magari di nascosto, quando non si recavano addirittura in Oriente per ricevere gli ordini sacri. Nel 1534 è segnalata la presenza, per le contrade del Regno di Napoli, di un tale Benedetto, Metropolita di Corfù, che impartiva disposizioni e ordinava preti con il pieno appoggio della S. Sede che, il 29 giugno di quello stesso anno, lo raccomandava ai vescovi, perché non disturbassero né lui, né gli altri Greci o Albanesi di rito greco. 

Questa benevolenza della S. Sede durò per un certo periodo. Leone X, accogliendo i lamenti degli Italo-Albanesi, perché alcuni prelati e laici li molestavano per i loro riti e consuetudini, costringendoli perfino a ribattezzarsi, e privandoli, a determinate condizioni, dei loro benefici, dell’Eucarestia e della sepoltura ecclesiastica, ritenne ingiuste queste pretese e, il 18 maggio 1521, confermò l’uso pacifico dei loro riti e delle loro tradizioni.
Poco dopo, però, Clemente VII, il 15 luglio 1525, richiamò gli Italo-Albanesi alla loro sottomissione ai vescovi latini, alla quale intendevano sottrarsi in base ai privilegi loro accordati da Leone X. 
Altro Papa, altro sviluppo della vicenda. Il 23 dicembre 1534, infatti, Paolo III ribadì quei privilegi, confermando a quella popolazione “la libertà di mantenere le loro consuetudini circa […] la forma del battesimo, il matrimonio dei preti e l’uso di portare la barba”. Trent’anni dopo, dietro i reclami degli Ordinari latini, Papa Pio IV, con il breve “Romanus pontifex” del 16 febbraio 1564, tolse agli italo-albanesi l’esenzione e li sottopose alla giurisdizione degli Ordinari romani. 
Chi fra gli italo-albanesi aspirava al sacerdozio, continuò, dunque, a recarsi in Oriente per ricevere gli ordini sacri, a dispetto dei pericoli, a cui andava incontro. La maggior parte di essi, infatti, annegava o era fatta prigioniera dai Turchi.
 
I Vescovi calabresi, che in un primo momento si era mostrati benevoli nei confronti degli Albanesi, con il passare del tempo divennero, prima, diffidenti e, poi, apertamente ostili. Oltre alla difficoltà di entrare in contatto con la loro lingua, tradizioni e con le differenti dottrine e liturgie, la presenza di un clero coniugato costituiva un inconveniente non da poco per la disciplina del clero latino celibe.
Ma, al di là delle ostilità più o meno palesi, la miseria e l’ignoranza furono i due fattori principali che maggiormente influirono sulla decadenza del rito greco tra gli Albanesi di Calabria, che costituivano il nucleo più importante degli Italo-Albanesi. I preti, mancando scuole appropriate, si formavano nei seminari diocesani, dove, al più, potevano apprendere un po’ di greco, ma assolutamente nulla sul rito e sulle tradizioni bizantine della loro nazione. 
   
Il risveglio ci sarà, ma nel secolo XVII, quando gli aspiranti al sacerdozio incominceranno a frequentare il collegio greco di S. Atanasio e, soprattutto, quando la famiglia Rodotà e Papa Clemente XII fonderanno il Collegio Italo-Albanese di S. Benedetto Ullano, che porterà questo popolo di stanza in Calabria a prendere coscienza della sua entità e li avvierà alla formazione culturale, religiosa e civile. Formazione che mostrerà frutti piuttosto copiosi nel secolo XIX.   
 

1 Comment

  1. mimoza
    salve io sono molto interessata ai costumi<br />tipici albanesi e desidererei mettermi in contatto con loro.<br />distinti saluti<br />Mimoza

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