ECCIDI IN CALABRIA

…Vedete? quell’avvicendarsi di poggi e di gole, e di colline, e di valli, e di monti e di pianure, a perdita d’occhio; quei pini, che svelti e maestosi qua intrecciano fra loro le copiosissime chiome, là curvano i loro coni fragorosi; quegli innumerevoli faggi e zappini, quegli abeti, che sulla corteccia hanno incisa, con la punta del pugnale, la selvaggia canzone del bandito calabrese; quel vasto mare di campi ove l’erba s’innalza come flutto agitato, ove armenti clamorosi di cavalli e di buoi nuotano con i pingui fianchi tra l’odoroso trifoglio, ove l’aria è fina e pura, e l’acqua fresca e cristallina, quella è la Sila…la grande foresta Bruzia dei Romani ...(Luigi Lombardi, Usi civici nelle provincie napoletane, Ernesto Anfossi Editore, Napoli, 1855, pag 87) Per chi non lo sapesse, questa è la Calabria; meglio non si poteva descriverla.

I calabresi, diretti discendenti dei Bruzi, popolo guerriero e coraggioso, battuto dai Romani dopo anni ed anni di guerre, da sempre difendono la loro identità, la loro cultura, le loro tradizioni. Nel 1799 vennero ad occupare quelle terre i francesi giacobini; il cardinale Ruffo, con gli eroi Pronio e Frà Diavolo, li ributtarono in mare. I francesi furono sconfitti e con loro i traditori della cosiddetta repubblica partenopea che altro non era che un governo fantoccio al servizio della Francia.

L’invasione francese costò al popolo delle Due Sicilie 60 mila morti. La rivoluzione giacobina del 1789 voleva esportare il suo modello borghese nei territori napolitani, voleva portare la libertà dove la libertà era nata, voleva privatizzare le terre comunali e demaniali, quelle della Chiesa coltivate dai contadini. Al Sud non erano abituati ad avere padroni. Un popolo, quello calabrese, fiero, coraggioso, caratteriale, cattolico, anti-giacobino.

Nel 1810 migliaia di contadini imbracciarono le armi contro i francesi murattiani che volevano imporre la democrazia del terrore a chi la democrazia aveva inventato. Murat, detto Giacchino nel Sud, non sapeva che Pitagora era di Crotone, che Zaleuco era di Locri, che Alessi era di Sibari, che Cassiodoro, che risavì Teodorico, era di Squillace e che Tommaso Campanella, pure in Calabria era nato.

I giacobini, dimentichi di tutto questo, mandarono in Calabria Manhés a spegnere la fiamma della libertà. Questi, nato il 4 novembre ad Aurillac del Candal in Francia, fece inorridire quelle contrade per la sua ferocia e la sua sete di sangue umano. " …spinse tutta la Calabria contro i calabresi – scrive De Sivo – liste di banditi, ordini a popoli per ucciderli, armare tutti a forza, sospingere i padri, i figli e fratelli contro i fratelli, figli e padri, mogli contro mariti, amici contro amici; togliere le greggi ai campi, le colture alle terre, divieto di portare i cibi fuori città, inesorabile morte a qualsiasi si negasse; gendarmi e soldati non a perseguitare briganti ma obbligare la pacifica gente a quelle atrocità; morti, busse, sangue, lagrime dappertutto; contadini, vecchi, femmenelle, fanciulli fucilati per un briciolo di pane in tasca; sciolti i legami naturali e sociali, non parentela, non amicizia, non sesso, non rimembranze d’affetto tener più; spie, denunzie, vendette, tradimenti, menzogne, accuse, tutto lecito a salvar sé, pera il mondo.poi supplizi subitanei, torture, membra mozze; padri con i figli trucidati; padri sforzati a veder prima di morire la morte dei figli; mogli premiate a contanti d’aver ucciso i mariti; giustiziate nutrici di bamboli di briganti, città disertate tutte, popolazioni intere condannate a morire nei boschi, a essere rigettate fuori, pena la morte, da ogni abituro; preti in massa chiusi in fortezza; il Manhés pronunziare interdetti, abolire in pena i sacramenti, e sinanco il battesimo.

Tante ruine di popolazioni per sorreggere il trono a stranieri! E così predicarono estirpato il brigantaggio! Cotesto Manhés così bravo contro le pacifiche popolazioni, fuggì dal Liri quando ebbe a combattere i tedeschi invasori…" ( Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Vol. primo, pag. 39)

A Napoli vi è ancora chi inneggia alla repubblica partenopea! Incredibile! Marotta dell’Istituto per gli studi filosofici, docet. I piemontesi impararono da loro, e dai francesi impararono Cavour, Garibaldi, Cialdini, Pinelli, Fumel, Milon, Sacchi, Negri, Quintini, Franchini, Melegari e tutti gli assassini e criminali di guerra mandati al Sud a reprimere il brigantaggio. In un mese Manhés trucidò 3000 partigiani e decine di migliaia di donne, preti, vecchi e bambini.

La Basilicata e la Calabria furono punite come mai nella loro storia, eppure nessun calabrese aveva mai occupato gratuitamente le terre che il francese Murat voleva loro regalare, regalare la terra calabrese ai calabresi dopo aver massacrato i calabresi. I discendenti dei Bruzi sapevano in cuor loro che Giacchino non era immortale e che il suo regno aveva i giorni contati. Giacchino, che aveva ordinato e promulgato leggi mortali, della stessa morte morì.

Giacchino à misso la legge e Giacchino è muorto acciso, questo detto è ancora in voga oggi nel Mezzogiorno. Murat fu fucilato a Pizzo Calabro da un valente ufficiale borbonico di cognome Scàlfaro. Il generale Manhés aveva impiccato migliaia di calabresi e fu immortalato dai giacobini nostrani e dai savoiardi che, a suo ricordo, a ricordo di un efferato assassino, imposero lapidi a strade e piazze.

Poi arrivarono i liberatori, col codazzo di criminali di guerra. Col pretesto della "Rivoluzione Liberale" e con quello dell’unità d’Italia, svuotarono i forzieri del Reame, imposero tasse che nel Sud erano tenuissime, fucilarono centinaia di migliaia di meridionali e poi constrinsero all’emigrazione gli scampati alle esecuzioni. Dal 1861 al 1965 sono partiti dall’Italia 25.861.990 suoi figli dei quali 13.852.515 per i paesi europei e 12.009.475 per i paesi d’oltremare. ( Istituto Centrale di Statistica, Sommario di Statistiche Storiche d’Italia1861-1965) E quanti meridionali sono stati costretti all’emigrazione dal 1965 ad oggi? Sono svariati milioni.

Tra il 1876 e il 1912 furono costretti a lasciare l’Italia ben 14 milioni di persone che mandarono rimesse in dollari, bolivar e pesos riempendo i forzieri della Banca d’Italia; quei soldi servirono a costruire le basi dell’industrializzazione padana. Poi arrivò il fascismo e portò al Sud i disoccupati del Nord. Riempirono la pianura pontina, bonificata dagli indigeni, di veneti, di friulani, di romagnoli. La stessa cosa fecero con le terre bonificate della Sardegna e delle Puglie mentre costringevano i contadini meridionali a costruire strade in Etiopia ed in Libia, in Somalia ed in Eritrea.

Oggi, nel Sud, si cammina ancora sulle strade costruite dai Romani e dai Borbone, le fogne sono ancora quelle costruite da Ferdinando II, le ferrovie sono rimaste quasi a livello ottocentesco; le fabbriche, che avevano reso ricco e prospero il Regno delle Due Sicilie non sono più, tutte rapinate dai padani; i giovani costretti, anche dai governi repubblicani ad emigrare; se i fascisti mandavano i padani a coltivare le migliori terre bonificate del Sud, i governi di destra e di sinistra attuali, per far fronte alla concorrenza dettata dalla Globalizzazzione, fanno entrare albanesi, marocchini, senegalesi, tunisini, curdi.

Bisognava atterrire le nostre popolazioni. Quei bandi, oltre alla morte di migliaia di persone, provocavano la rovina dei piccoli proprietari, costretti a svendere le loro mandrie ai liberali del luogo, e suscitavano il terrore nelle popolazioni: "…la pratica di confiscare e macellare tutti gli animali trovati fuori dalla zona designata e l’alto costo della vigilanza, totalmente a carico dei piccoli proprietari, provocarono la loro rovina e la concentrazione della ricchezza nelle mani dei più facoltosi proprietari latifondisti; a questo, però vanno aggiunte delle vere e proprie atrocità compiute dai soldati di Milon, quali l’imprigionamento e le torture nei confronti dei famigliari dei briganti o la fucilazione di poveri contadini cui solo il terrore dei briganti chiudeva la bocca. Costoro quasi sempre disarmati, se venivano considerati manutengoli o comunque favoreggiatori dei briganti, venivano spietatamente uccisi; il Crati del 31 marzo 1869 pubblicò la seguente notizia:

Il Milon stesso andava dicendo che "..bisognava atterrire queste popolazioni…" Molti furono i briganti come Majo Luigi Catalano e la sua banda, arrestati e poi, fucilati per ( Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni,Editoriale progetto 2000, Cosenza, 1994, pag. 25) E si fucilava, e si impiccava, e si seppellivano vivi i contadini poveri chiamati briganti, e si torturavano bambini, si stupravano donne, si rubava nelle case, nelle chiese, nei conventi, nelle banche, negli appalti e si chiudevano le fabbriche del Sud e se ne aprivano di nuove al Nord, e si svaligiavano gli archivi, le pinacoteche, le emeroteche, le biblioteche, e si chiudevano i giornali di opposizione, si costringeva il bestiame a non rifocillarsi, si costringevano le pecore a non brucare, le donne a non partorire, i contadini a non coltivare più i campi, i caprai a non produrre più formaggi, si bruciavano i raccolti, si costringeva i montanari a scoperchiare le loro case, a bruciare i pagliai, e si riempivano le prigioni di manutengoli, di parenti dei briganti, dei loro figli e la terra si ingrassava per i troppi morti, e i ricchi diventavano sempre più ricchi. Questa fu la libertà che i Savoia portarono al Sud.

Brigantaggio e comunismo. Ma perché questi bandi feroci e draconiani? Perché tanta repressione? Perché tanto terrore? Perché tanto sangue? La risposta ce la dà il procuratore del re savoiardo a Rossano, in Calabria, M. Ravot Carboni che, in una lettera inviata al generale Gaetano Sacchi, ci fa sapere che:"…il brigantaggio è un reato sui generis da non potersi confondere coll’associazione di malfattori.

Di tali associazioni ve ne hanno dappertutto, ma non minano la base della società: il brigantaggio invece è una vera setta costituita per rovesciare l’ordine, per conseguire in fatto il comunismo dei beni che non si osa di proclamare apertamente, strappando per vie segrete con potenti intimidazioni, con esecuzioni di danni minacciati, ciò che l’alta classe non vuol concedere all’infima. Il brigantaggio è una potenza che spiega influenza in tutti gli ordini sociali e là ha i suoi sudditi, i suoi impiegati in ogni uomo che mancante di mezzi o di animo pravo ha bisogno di esser sostenuto, o vuole arricchirsi, o vendicarsi a danno dei suoi simili…in questi mesi, dopo votata la legge d’imposta sul macinato ebbesi una recrudescenza del brigantaggio.

Vedranno i nostri rappresentanti quando sarà troppo tardi, ed allora voteranno le leggi eccezionali…col colonnello Milon …siamo d’accordo per abbattere il colosso, procederemo sempre d’accordo e spero che riuscirà nell’intento…l’azione deve essere un poco lenta in principio fino a potersi orizzontare bene, poi celere, energica, forte. Ed è questo il sistema adottato per non compromettere l’operazione…".( Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Progetto 2000, Cosenza, 1994, pag. 47) Questa lettera porta la data del 13 maggio del 1868. Quanti partigiani hanno massacrato dal 1860 al 1868? Questo Stato omertoso non ce lo ha mai detto.

Qualcuno va in giro a dire che gli omertosi sono i calabresi. I fratelli Ferando. Il deputato Vincenzo Sprovieri, calabrese purosangue, stanco dei massacri perpetrati dalla truppaglia piemontese nelle terre dei suoi padri, stomacato dalle continue fucilazioni dei suoi conterranei, intraprese una fitta corrispondenza col generale Sacchi e col colonnello Milon. Il 4 febbraio del 1869 Sprovieri inviò in Calabria una missiva al coordinatore della cosiddetta repressione del brigantaggio; scrisse all’ex generale garibaldino Sacchi per scagionare i due fratelli Ferando, che pur ritenuti gente per bene da tutti i cittadini di Acri erano rinchiusi nelle carceri di Savona."…vivevano in Acri – scrive Sprovieri- due fratelli, Signori Vincenzo e Luigi Ferando, i quali, perché ricchi e perché nella vendita dei beni ecclesiastici ne contrastarono alcuni a dei signorotti, si attirarono l’odio e l’invidia degli stessi che li denunziarono come manutengoli al Luogotenente Signor Milon…".

Il deputato Sprovieri sembrava uno sprovveduto, non sapeva che i signorotti borghesi ed illuminati nonché liberali del Sud erano affamati delle proprietà altrui? Chiunque si fosse messo contro di loro avrebbe fatto una brutta fine. Il possesso dei beni della Chiesa era una questione vitale per loro e per la corona dei Savoia. I Ferando non erano i primi a finire in galera o ad essere fucilati per questioni di proprietà da rubare, 300 arrestati nelle prigioni di Taverna. Il deputato Luigi Miceli, che già in precedenza aveva censurato alla Camera dei deputati di Torino lo spargimento di sangue operato dalla truppa piemontese, il 7 febbraio del 1869, nauseato dalla barbarie degli ufficiali incaricati alla repressione del cosiddetto brigantaggio, scrisse anche lui al generale Gaetano Sacchi:"…il deputato Sprovieri mi assicura che il Ferando non merita le ferite che gli si fa subire da parecchi mesi.

Suo fratello Tenente colonnello mi dice lo stesso, e ne ha parlato al Ministro della Guerraè arrestata la famiglia Vulcanis da Corigliano ed altri parenti- continua Miceli- per ottenere la presentazione di un Vulcanis che scorre la campagna. Possono i fratelli, i figli di un perseguitato dalla legge esser trattati come gli estranei che proteggono un brigante? A me pare di no. Leggi di due anni sono contro la famiglia e parenti di uno Schipani da Cotrone, e bisognò desistere, perché nessuno seppe giustificare perché nessuno seppe tollerare una simile misura. Una Maria Vittoria Laurelli Tedesco, da Rossano, il cui marito è in carcere da sette o otto mesi, in nome della sua( incompr.) di due bambini, manda le più vive preghiere perché il marito sia rimesso al Potere Giudiziario.

Egli fu una volta in carcere e poi liberato dietro la presentazione del brigante Bataracchio. Molte famiglie degli arrestati, che si dice esser 300 nelle sole prigioni di Taverna, chieggono che si dia termine in qualunque modo ai processi degli accusati. Altre petizioni rassegnano i danni gravissimi provenienti dalle misure straordinarie adottate dal maggiore Alvisi riguardo ai mandriani, ai proprietari, ai padroni di greggi ed armenti, in una delle circolari firmata, Alvisi ha minacciato ogni rigore, non escluse le fucilazioni ai contravventori degli ordini. Petizioni e ricorsi al Governo per altri fatti…" ( Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Editoriale Progetto 2000, Cosenza, 1994, pag. 170) Il generale Sacchi rispose al deputato Miceli dicendo che:" … di circolari per incutere spavento non ve ne furono che una e fu del Maggiore Alvisi a cui si diedero 36 giorni di arresto di rigore.

E questi non furono mai risparmiati a nessuno dei miei dipendenti che oltrepassassero i limiti del dovere…io non convengo che famiglia o parente dei briganti non dovrebbero esser solidali della condotta dei loro congiunti ma se mi indicate un mezzo migliore io l’adotterò! Il mezzo sarebbe… una legge eccezionale di repressione del brigantaggio che legalizzasse le misure che tale possono estirparlo…". Il generale piemontese Sacchi ammetteva dunque che i suoi sottoposti praticavano illegalmente la desertificazione della Calabria con il terrore, proprio come 50 anni prima usava fare il generale francese Manhés.

Le fucilazioni sono un’onta al paese, alla libertà, all’umanità. Il deputato Vincenzo Sprovieri, il 14 marzo ed il 7 aprile del 1869, riscrisse al generalissimo Sacchi, missive piene di sdegno per gli accadimenti calabresi. Il deputato calabrese non si capacitava della barbarie riversata nelle sue terre, che gli squadroni della morte, invenzione savoiarda, dovevano imporre con la forza bruta il liberismo sfrenato voluto dalle sette massoniche e dal potere centralistico e coloniale dei Savoia:"…e poi non si è caduto in errore soltanto riguardo i Ferando, ma anche su altri.

In Acri stesso, vivea in campagna un onesto popolano, Giuseppe Romano, uno di quei che nascono per essere modello ai ricchi, che distrusse la sua piccola proprietà per prendere parte alle patrie lotte- così scrive Sprovieri, patrie lotte, non aveva coscienza che quella che lui stava appoggiando al Parlamento non era la sua patria ma quella dei padani,( …) e nelle prigioni- continua il deputato calabrese-, vecchio a 70 anni, mezzo storpio per l’età, affetto da un favo, fu fucilato solo per aver veduto i briganti in lontananza, e perché alcuni signori del paese, di parte borbonica, che reputavansi da lui offesi nel 1848, e 1860, influirono contro di lui: morto fu trascinato per la strada di Corigliano, denudato non avea più camicia! Eppure costui nel 1860 era fra quei valorosi calabresi che lasciarono libero il varco, e tutelarono la vita alla Brigata del Generale Borbonico, Brigata, alla quale apparteneva Milon! Francesco Canadè da San Giorgio, patriota intemerato fu arrestato per far piacere a…I Passavanti furono fucilati padre e figlio, come se uno non bastasse, se rei, ad insinuazione de loro nemici, che io conosco, perché in altri tempi si erano diretti a me; e così di altri; mentre al contrario furono liberati molti rei, dei quali conservo i nomi… 300 mila abitanti martorizzati. I reclami giungono- continua Sprovieri- perché si sono veduti favori, ed ingiustizie, perché il metodo usato non approda a nulla…da sette otto mesi cosa vediamo?

Fucilazioni, guasti alle proprietà, 300 mila abitanti martorizzati, e niente altro, eppure Milon dispone di cinque battaglioni di bersaglieri, di soldati di linea, di oltre 400 capimandria, ha sotto le armi la popolazione di quasi tre circondari! Tutto ciò per dieci briganti!…in ogni cosa un limite è necessario e le attuali fucilazioni sono perfettamente inutili…Eh’via, Signor Generale, creda ai suoi antichi commilitoni e non a Milon, che fecimo prigioniero nella provincia di Reggio, quando fu ucciso il povero De Flotte, che non volle allora essere con noi, e poi, quando le cose nostre volsero al meglio, venne. Posso io restare in questa condizione di cose?[…]che Milon sia un ufficiale di onore lo credo, e debbo crederlo quando l’asserisce Lei, ma i fatti che le ho narrati sono veri, troppe le fucilazioni d’innocenti, più che le deferenze, specialmente nel mio paese natale, forse ho potuto ingannarmi nell’apprezzamento dei motivi di qualche fatto, ma i fatti esistono. Gli amici di Milon nel mio comune sono coloro che, con le loro famiglie nel 1849 furono il flagello dei liberali, e ci fecero andare in prigione tutti, incluso il povero Romano! per ora si dovrebbe assolutamente bandire il sistema delle fucilazioni, che sono un’onta al paese, alla libertà, e all’umanità, e smettere tante misure di rigore inutili.(Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Editoriale Progetto 2000, Cosenza, 1994, pp.198-200-201-208-209) Milon uomo d’onore? Uno che giura fedeltà a due re di casate diverse non è un uomo d’onore, è un traditore.

E con i Savoia, oltre che traditore, diventò criminale di guerra ed assassino. Il partigiano Palma decapitato. Connazionali miei del Sud, vogliamo vedere fino a che punto arrivava la ferocia di quei barbari piemontesi che avevano già genocidiato Gaeta inerme? Quei sozzi personaggi, infami quanto codardi, usavano anche trascrivere dettagliatamente la loro sete di sangue, la loro ferocia, il loro cannibalismo. Si legga la lettera del colonnello Milon al generale Sacchi: Rossano, 15 luglio 1869 Ill.mo Sig. Generale.

Non ho potuto ancora spedirle il rapporto sull’uccisione di Palma, perché attendo la relazione ufficiale, che da Spezzano Grande è andata ad Acri e di qui deve a me pervenire; la prego quindi di tenere ciò presente ed io spero intanto di potergli mandare domani. La testa di Palma mi giunse ieri al giorno verso le sei e mezzo, è una figura piuttosto distinta e somigliante ad un fabbricante di birra inglese; la testa l’ho fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito, e chieggo a lei se vuole che la porti costì per farla imbalsamare, non essendo capace nessuno di fare qui tale operazione, nel caso affermativo me lo faccia prontamente sapere, poiché oggi ad otto, 22 andante io partirò per Crotone.

Si sono fatte delle fotografie della testa, e se riescono bene gliene spedirò un certo numero. Palma non morì appena ricevuto il colpo, che fu alla testa, e sopravvisse tre ore, si lagnava spesso, e poi emise due forti respiri e gemiti, e finì di vivere…" ( Eugenio De Simone, Atterrite queste popolazioni, Progetto 2000, Cosenza, 1994, pag. 245 )

Mai il Sud sparse tanto sangue come nel periodo tra il 1860 e il 1872, Manhés, al confronto dei savoiardi piemontesi, si era dimostrato un vero dilettante. Se i morti tra il 1799 e il 1815 furono oltre 60 mila quelli della guerra contro il Sud voluta dai Savoia superano di gran lunga il milione.
Dalla Rete delle Due Sicilie
Fonte: Iniziativa meridionale

3 Comments

  1. Cosmo Di perna
    Bella l'esposizione e la dfescrizione della Calabria e dei calabresi. Questi brani sono stati estratti dal libro di Antonio Ciano "Le stragi e gli eccidi dei Savoia". L'autore ha eretto un monumento al popolo calabrese, diamogliene atto.
  2. Cosmo Di perna
    Bella l'esposizione e la dfescrizione della Calabria e dei calabresi. Questi brani sono stati estratti dal libro di Antonio Ciano "Le stragi e gli eccidi dei Savoia". L'autore ha eretto un monumento al popolo calabrese, diamogliene atto.
  3. Salvatore
    Nei testi scolastici non c'è traccia...la scuola statale deve informare le nuove generazioni, dei guasti perpetrati dai Savoia.

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