la dominazione Normanna-Sveva

 I Normanni comparvero nell’Italia meridionale nel primo ventennio del secolo XI. Erano degli avventurieri che, partendo dalla Normandia, si mettevano al servizio dei deboli e discordi principi longobardi di Capua, Benevento, Salerno, per combattere ora contro i Saraceni, ora contro i Bizantini e ora contro l’uno o l’altro degli stessi signori Longobardi.
Favoriti dal loro coraggio, dall’abilità e anche dalla fortuna, si staccarono dai principi, al soldo dei quali combattevano, e si crearono delle contee e dei ducati, che si sostituirono ai domini longobardi e bizantini dell’Italia meridionale.
Particolarmente valorosi erano i componenti della famiglia Altavilla (Hautville), i fratelli Guglielmo Braccio di Ferro, Drogone e Umberto, figli di Tancredi. Essi , intorno al 1041, crearono la contea di Melfi, che, poco dopo, si trasformava in contea di Puglia, la quale nel 1047 ebbe il riconoscimento dell’Imperatore Enrico III.
 

Nel 1044, Guglielmo Braccio di Ferro, insieme con Guaimaro IV, principe di Salerno, conquistò la Valle del Crati, fortificandosi nel castello di Stridola, in territorio di Castrovillari. Poco dopo, nel 1047-1048, i Cosentini si ribellarono; allora Drogone, succeduto a Guglielmo, inviò lì il proprio fratello, Roberto il Guiscardo, con il compito di sopire la rivolta.
   
Il Guiscardo scelse il Castrum Scribla, la Stridola ricordata, come centro delle operazioni in Val di Crati. Ma, più che di operazioni, bisogna parlare di astuzie, colpi di mano, compiuti senza scrupolo alcuno.
   
Nel 1054 il Guiscardo si trasferì a San Marco Argentano. Da qui diede diversi saggi dei suoi metodi pirateschi, di uno dei quali fece le spese anche Pietro di Tira, il ricco governatore di Bisignano. Il Guiscardo, nell’atto di abbracciarlo, lo fece precipitare da cavallo e, resolo prigioniero, chiese venti mila once d’oro per il suo riscatto. Roberto il Guiscardo continuò ad atterrire i Calabresi fino a quando questi non presero le armi contro di lui, costringendolo a spostarsi da una parte all’altra della regione, per sedare i focolai di ribellione, che si accendevano ora qui ora là.
   
Nella Calabria meridionale, fortemente bizantinizzata, i Normanni incontrarono maggiore resistenza. Essi nel 1053 erano nella Piana delle Saline (Palmi); nel 1057, oltrepassata Squillace, si spinsero lungo il litorale ionico, verso Reggio, dove trovarono il presidio bizantino pronto alla resistenza ad oltranza, che li costrinse a tornare indietro. E fu proprio sulla via del ritorno, in direzione della Valle del Crati, che Roberto il Guiscardo conquistò la Piana di S:Eufemia, con la resa di Nicastro, Maida e Camaldea.
   
In quello stesso anno, il conte Ruggero, che si era attestato sulle montagne del vibonese, mosse verso lo Stretto, fin nella Valle delle Saline. Ma l’assalto alla città di Reggio dovette essere rinviato a causa della resistenza opposta dagli abitanti. L’impresa non potè essere avviata neanche nel 1058, per una discordia che divise i due fratelli, Ruggero e Roberto. Nel 1059, poi, scoppiò la sollevazione dei calabresi, capeggiati dal vescovo greco di Cassano e dal prosopo (preposito) di Gerace. Era la prima volta che un vescovo bizantino impugnava le armi e la cosa dovette suscitare non poca meraviglia tra i pacifici monaci greci. Ma a Ruggero non risultò difficile domare la rivolta ed estendere il suo dominio su tutta la Calabria meridionale, dove aveva scelto Mileto come capitale della sua contea.
  
Restava soltanto Reggio, roccaforte dei Bizantini, protetta dalle sue mura poderose. Roberto e Ruggero unirono le loro forze per l’assalto finale alla città. Questo durò diversi mesi ma, alla fine, Reggio dovette capitolare. Nel 1061 la conquista della Calabria poteva dirsi compiuta.
   
Roberto il Guiscardo, per impedire che i Bizantini potessero accarezzare delle velleità di ritorno, portò la guerra in Oriente, con l’intento di spingersi fino a Bisanzio. Ma morì a Corfù, nel 1085. La sua morte portò lo scompiglio tra i domini calabresi e pugliesi, a causa della rivalità scoppiata tra i suoi due figli, Boemondo e Ruggero Borsa.
   
Nel 1086, Benavert, capo dei Musulmani di Sicilia, tentò una rivincita sui Normanni in Calabria. Assalì Nicotera, distruggendola e deportando molti prigionieri; quindi, sulla via del ritorno in Sicilia, si gettò su Reggio. Saccheggiò le chiese di S. Nicola e S. Giorgio, profanandone gli arredi e frantumando le immagini sacre. Assaltò, inoltre, il monastero della Gran Madre di Dio a Rocca d’Asino, deportando le monache nell’harem di Siracusa. Misfatto, quest’ultimo, che fece inorridire i cristiani e mosse Ruggero alla vendetta, spingendolo sulla via di Siracusa. Il Benavert morì in battaglia, mentre Siracusa cadde, nel 1087.
   
Cessato il pericolo saraceno, i Normanni si dedicarono alla riorganizzazione politica e religiosa della Calabria, introducendo il feudalesimo, con le sue cariche nobiliari, i vassalli, i castelli e i diritti feudali, del tutto ignoti alla giurisprudenza bizantina. Le antiche contee della Calabria erano sei: Bova, Martirano, Sinopoli, Squillace, Tarsia e Catanzaro.

Venuti a mancare, l’uno dopo l’altro, i membri della casa Altavilla, Ruggero II ne raccolse l’eredità, riuscendo a riunire tutta l’Italia meridionale nelle sue mani e a farsi proclamare re di Sicilia nel 1229, con l’approvazione dell’antipapa Anacleto II, prima, e, poi, di Innocenzo II, nel 1139. La potenza normanna toccava, così, l’apice della gloria. Il declino sarebbe incominciato con la scomparsa di Ruggero II, nel 1154. Il regno del successore, Guglielmo I il Malo (1154-1156) fu funestato da congiure e rivolte soffocate nel sangue; il governo di Guglielmo II il Buono (1166-1189) ebbe un andamento diverso ed è ricordato come periodo aureo della monarchia normanna. Difatti la vita sociale, economica e commerciale raggiunse la sua massima floridezza. Ma Guglielmo II portò, sebbene involontariamente, al tramonto della costruzione di Ruggero II, concedendo in sposa, nel 1184, la propria figlia Costanza ad Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa; dando, così, ai tedeschi la possibilità di riunire all’impero l’Italia meridionale. Enrico VI, che nel 1193 era entrato a Reggio e a Messina con un poderoso esercito, si rese particolarmente odioso alle popolazioni locali. Morto dopo solo quattro anni di regno, la regina Costanza seppe far dimenticare le scelleratezze del marito. Ma anche la regina morì nel 1199 e affidò il figlio, Federico II, alla tutela di Innocenzo III, il quale seppe conservargli il trono.
   
Il regno di Federico II non ebbe scosse durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) e di Onorio III (1216-1227); ma fu piuttosto agitato durante il pontificato di Gregorio IX (1227-1247) e di Innocenzo IV (1243-1254). La lotta fra papato e impero fu esiziale, anche per il tentativo di Federico di comprimere le libertà dei comuni longobardi. Le scomuniche piovvero sul suo capo e Federico, da parte sua, infierì sugli ecclesiastici del regno, facendo non poche vittime. In questo periodo di confusione, il priore di Bagnara si schierò dalla parte dell’imperatore, mentre l’arcivescovo di Reggio fece da intermediario tra Federico e il Papa.
   
Federico II morì il 13 dicembre 1250. Il suo governo, lungo mezzo secolo, contribuì al progresso economico, sociale e culturale del regno, la cui cura egli preferì a quella della Germania. La sua legislazione, anche se accentuatamente accentratrice, segnò un progresso su quella preesistente; le lettere e le arti furono favorite; l’economia e il commercio, intensificati. Ma il suo governo fu funestato da troppe guerre, da un’intensa politica antipapale, nonostante la sicurezza procuratagli da Innocenzo III e la longanimità di Onorio III, da un’estenuante lotta contro i comuni e da un eccessivo fiscalismo.

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