ATLETA GENUINO SANSOSTENESE

Salvatore Capano o Rino come da noi chiamato, è nato a Crotone il 14 febbraio del 1933 e da sempre ha abitato a San Sostene, fin da piccolo dimostrava le sue ottime qualità atletiche di agilità e forza. Da giovinetto ha iniziato ad imparare l’arte del fabbro, spesso usava la mazza con il suo mastro. Questo sistema di battere la mazza sul ferro caldo imponeva all’apprendista di apprendere al più presto come si doveva battere in sintonia col mastro, le mazzate dovevano essere perfettamente sincronizzate, quando uno si trovava in battere, l’altro doveva trovarsi in levare, una piccola distrazione rischiava ad ambedue di farsi male (in dialetto si dice: dallàra). Intanto i suoi muscoli aumentavano.

A 16/17 anni per scommessa riusciva a sollevare l’incudine che pesava 105 chilogrammi circa, per lui era un gioco mentre per gli altri era un’impresa impossibile, come premio per la scommessa, vinceva una gassosa prodotta da Sostene Ranieri (‘e Cacalana). Logicamente Rino era l’orgoglio dei suoi mastri, parlo pluralmente perché tutti lo volevano, in quel periodo a San Sostene c’erano oltre 87 artigiani tra falegnami, sarti, barbieri, boscaioli, carbonari, fabbri, maniscalchi ed altri. Nelle sue imprese di agilità non bisogna dimenticare il salto delle siepi che erano alte 1,50 metri, i muri in profondità che erano alti 5 o 6 metri circa.

Prima gara podistica a San Sostene vinta da Salvatore Capano il primo a sinistra - la gara si è svolta il 15 agosto del 1958. Si intravedono in ordine il fratello Adriano, Giuseppe Scicchitani, Sostene Codispoti, Paolo e Salvatore Ranieri.
Più tardi andò alla scuola avviamento professionale tipo industriale di Sant’Andrea Superiore, in quel periodo (anni ’50), la strada per Sant’Andrea era sempre disastrata e quindi si doveva obbligatoriamente recarsi a piedi, eccelleva moltissimo nell’educazione fisica, il compianto prof. Frustaci lo nominava spesso con grande orgoglio, era capace di saltare una cordicella di 1,60 metri in alto con una breve rincorsa ed il salto lo effettuava a piedi uniti. Un giorno un suo compagno di scuola lo fece arrabbiare e questo si trovò a volare in aria come un fuscello, il professore rimase stupito di tanta forza e tanta agilità.
Per noi tutti di una certa età il nostro miglior divertimento era quello di andare a rubare la frutta degli altri. Ero in tenera età e ricordo come se fosse ora un fatto che ha dell’incredibile. Sotto la Timpa (dove c’è la statua di San Rocco), mio fratello Adriano andò a rubare dei fichi, egli stava tranquillamente mangiando sull’albero, il padrone dell’orto lo scorse e si avvicinò a lui minacciosamente dicendogli: o scendi dal fico o altrimenti taglio l’albero. Quando Rino si accorse del pericolo che correva Adriano, come un fulmine si recò nell’orto dove nostro fratello era tremante di paura non sapeva più che cosa fare. Giunse Rino e disse al proprietario: vieni a prendere me se sei capace, l’uomo lo rincorse ma lui era più svelto e più agile di una pantera, saltava i piani del terreno come salti a ostacoli, intanto Adriano vedendo il terreno libero, scese dall’albero mettendosi in salvo, mentre Rino veniva inutilmente inseguito dal povero proprietario del fico che in pochi minuti lo perse di vista.

Intanto le sue imprese erano molte, Adriano e Rino andavano alla scuola di Sant’Andrea, spesso si recavano in bicicletta, in discesa guidava Adriano e Rino sulla canna, in salita pedalava Rino ed Adriano in canna. Un giorno stava andando in bicicletta a Sant’Andrea con la nostra Bottecchia, quella volta era solo e durante il tragitto incontrò ‘a cummara Culumba Carvelli la quale chiese a Rino se gli dava un passaggio fino al fiume Alaca, Rino la mise sulla canna e la portò fino ad Alaca che era in discesa, quando seppe che doveva andare fino a Sant’Andrea, Rino le disse che l’avrebbe portata fino a Sant’Andrea, sembra una cosa strana ma per chi conosceva quella strada allora non asfaltata, non potrà mai credere che la forza di mio fratello ha permesso a Colomba Carvelli di giungere al paese sulla canna della bicicletta. Bisogna premettere che Colomba Carvelli pesava 75 chilogrammi e forse più, suo figlio Franco Carvelli (Cicciu) può testimoniare quest’evento in quanto anche lui andava a scuola a Sant’Andrea. La gente di allora ricorda quell’impresa con grande stupore. Ricordo che allora quella bicicletta non era munita di cambio e la strada era solamente brecciata (bricciata).

Altre piccole imprese erano quando si giocava al pallone contro Davoli od altra squadra, ricordo che in un incontro con Davoli, eravamo sotto di due gol, ad un certo momento invitavamo Rino ad entrare in campo, segnava due tre gol e poi se ne usciva, quando aveva il pallone nei piedi, volava per gli avversari era impossibile fermarlo, non lo vedevano neanche e li saltava come birilli.

Concorrenti durante la gara: Giuseppe Scicchitani, Salvatore Capano, Salvatore Ranieri ed un po’ distaccato Paolo Franco, nella seconda foto si possono notare alcuni ragazzi che seguono i concorrenti: Giuseppe Cosentino (Pepè), Gregorino Capano (io) e Rocco Ranieri. Dietro possiamo notare Francesco Procopio (‘e Salera) ora mio cugino ed il compianto Achille Curcio. In questo tratto sta guidando Paolo Franco (Pavulinu ‘e Scanna) seguito da Salvatore Capano (Rino ‘e Tiresedra).
Era il 15 agosto del 1958, per la festa di Santi Rocco, Gioacchino Carvelli e Pietro Romeo (Conzehèrru) organizzarono la prima corsa a piedi di San Sostene, alla gara partecipavano i seguenti concorrenti: Paolo Franco che era molto forte nel correre, si allenava spesso ed un giorno il tassista Bernardo gli disse: Paolo dato che vai a Soverato, vuoi che ti dia un passaggio? Sapete cosa gli rispose Paolo? Voi partite pure ci incontriamo a Soverato, quello che vi scrivo vi sembrerà strano, quando Bernardo giunse a Soverato, Paolo era già lì, ancor’oggi mi domando quali scorciatoie abbia preso per giungere prima del tassista Bernardo. Il secondo concorrente era Salvatore Ranieri (ora ingegnere) nipote di Pietro Romeo con la certezza che vincesse la gara, egli era un ragazzo che si allenava spesso nel castagneto du’ Riaci, fino alla Misericordia ed in altri posti. Per la gara questi due erano i favoriti della vigilia. Il terzo concorrente era Giuseppe Scicchitani (Pipisànu). Il quarto concorrente era Sostene Codispoti (‘u Pipìstru). Il quinto atleta era mio fratello Adriano ed il sesto era mio fratello Salvatore (Rino), per caso stava passando dal punto di partenza quando questi gli dissero: perché non partecipi anche tu? Accettò andò a mettersi i pantaloncini corti e si presentò alla partenza, Paolo era l’unico ad indossare un pantalone lungo mpardàtu sulle gambe.

Il compianto Gioacchino, che nell’occasione era anche il fotografo, dette il via ed i concorrenti partirono di gran carriera, nei primi metri era in vantaggio Paolo Franco, secondo Rino e terzo Salvatore Ranieri (Turinu), intanto c’erano i primi ritiri, il primo è stato Giuseppe Scicchitani (Pipisànu) ed il secondo mio fratello Adriano che provvisoriamente era riuscito a prendere la testa della corsa, purtroppo era scivolato calpestando una buccia di banana, quando Rino lo vide a terra, si fermò per aiutarlo a rialzarsi ma Adriano gli disse: vai se no rischi di essere staccato. Mio fratello Rino proseguì la corsa ed in poche falcate riuscì a raggiungere tutti per poi superarli e lasciarli sul posto andando da solo verso il traguardo e la vittoria. Ebbe molti applausi, nessuno lo giudicava fra i favoriti e per premio gli dettero 10.000 lire. Mio padre rimase stupito di quella somma, erano i primi soldi che Rino guadagnava e negli anni 50 quel malloppo era una bella sommetta.
Penso che sia logico chiedersi, se un uomo forte ed agile come Rino fosse vissuto in quei tempi in grandi città, non vi sembra che avrebbe potuto avere un grande futuro in campo nazionale ed internazionale?

Ricordo un’altra scena della sua forza, spesso mio padre – che era ufficiale esattoriale – andava nei paesi limitrofi per esigere la fondiaria, erano quelle tasse sui terreni che i vari proprietari dovevano pagare, a volte doveva recarsi, oltre che a San Sostene, anche a Davoli e Sant’Andrea. Quel giorno mio padre disse a Rino di fargli compagnia a Sant’Andrea, mio fratello andò molto volentieri, avrebbe trascorso tutta la giornata fuori da San Sostene con papà (pregio rarissimo di allora).
Durante il suo giro di riscossione, mio padre andò da un andreolese per esigere quanto previsto dalla bolletta, quest’uomo, evidentemente senza soldi, gli rispose che non aveva quella somma richiesta per pagare quelle tasse, evidentemente non era la prima volta che rifiutava di pagare, a questo punto mio padre gli disse che doveva pignorargli alcuni suppellettili della sua abitazione, quest’uomo andò in casa ed uscì con un’ascia scagliandosi contro mio padre, mio fratello Rino fu svelto ad avventarsi contro quest’uomo e disarmarlo. Quel giorno se mio padre fosse andato solo, senz’altro quell’uomo lo avrebbe ucciso.

Tra le tante cose da ricordare di questa figura, non si può dimenticare che negli anni ’50 la scuola media a San Sostene non esisteva, quindi le scelte erano due: frequentare la scuola media a Soverato andando con l’autobus di don Cicciu Frojio o andare a Sant’Andrea superiore per frequentare la scuola avviamento professionale tipo industriale a piedi in quanto la strada statale che portava a Sant’Andrea era sempre dissestata. E’ giusto che la nuova generazione sappia che gli studenti iscritti alla scuola di Sant’Andrea, dovevano alzarsi la mattina presto alle 06,00 per essere per le otto in aula. Allora erano pochi i frequentanti di queste due scuole medie, successivamente le scuole d’avviamento furono trasferite nella marina di Sant’Andrea, nel 1957 andai anch’io nelle scuole della marina di Sant’Andrea, partivamo la mattina del lunedì verso le quattro ed abitavamo fino al sabato in affitto da qualche persona anziana autogestendoci con la cucina e lavandoci la biancheria.

Facendo questo tragitto, non c’era bisogno di allenarsi tanto per effettuare qualche corsa competitiva, in verità queste competizioni erano molto rare, dopo quell’anno, le corse di San Rocco furono ripetute per alcune volte.

Ricordo che una volta per una marachella, mio padre gli dette una bastonata sulle spalle e questa si ruppe in due senza che Rino sentisse alcun dolore. Quando era nervoso, riusciva a lanciare in aria pesi di oltre 40 chilogrammi.

Spesso qualcuno lo sfidava a braccio di ferro ma questi uomini di grossa costituzione, venivano eliminati con una facilità che aveva dell’incredibile. E’ da premettere che Rino era magro (vedi foto in basso) ma con un petto robusto ed i suoi muscoli sembravano acciaio inossidabile.

In quel periodo parecchi lo sfidavano a lotta libera ma nessuno riusciva a batterlo, aveva una presa d’acciaio ed una volta a terra nessuno riusciva a risollevarsi da terra o dalla sua ferrea presa.

Ricordo un altro fatto di forza e di coraggio, un giorno presso la chiesa della Misericordia stava giocando con alcuni amici, fece un salto su un ramo di un albero, questo si ruppe rimanendo attaccato con un braccio al ramo, questo si ruppe e lui cadde rovinosamente a terra rompendosi la clavicola, il busto in gesso gli fu applicato proprio nel periodo estivo.
Col caldo insopportabile che faceva doveva aspettare ancora molti giorni prima che glielo levassero, così decise di prendere un coltello e togliersi il gesso che occupava sia il braccio che tutto il torace.
L’anno successivo, Rino seguì a Catanzaro un corso di specializzazione per meccanici, finito quel corso, la scuola stessa lo inviò in Brasile. Durante il suo soggiorno nel paese carioca lavorò in fabbrica dove costruivano autovetture da corsa, le sue specializzazioni sono state queste: tornitore meccanico ed ispettore di qualità in acciaio, effettuava impianti di cucine nei ristoranti, era arredatore di hotel e riparava le macchine per le pasticcerie. Si sposò con Vilma Moreno di origine italo-spagnolo ed a Sant’Andrè di San Paolo ebbe tre figli: Luiz, Vanda ed Adriano. Dopo dieci anni di lavoro se ne ritornò in Italia a Catanzaro Lido, lavorò e stette lì per alcuni anni nei quali nacque Cristina ultima dei quattro figli, dopo alcuni anni se ne ritornò a Davoli Marina dove tuttora abita. I suoi figli si sposarono ed ora il forzuto sansostenese ha 11 nipoti, giusti giusti per una squadra di calcio.

Desidererei che i lettori non mi considerassero di parte, Rino è il mio fratello maggiore, ora ha 75 anni ma ancora si sente agile come un quarantenne. Lui è il primo di sette fratelli e tanti della sua età possono testimoniare alcune sue imprese senza esagerare. Dico alcune, perché sulle sue imprese si potrebbe scrivere un libro e non poche pagine.

E’ giusto che Salvatore o Rino Capano venga ricordato in San Sostene come il primo personaggio che vinse la prima corsa a piedi di San Rocco. Allora non serviva prendere anabolizzanti per correre o essere forti. Nessuno conosceva questi prodotti che oggi inventano tanti campioni per poi essere spogliati delle varie medaglie olimpiche e mondiali. Mi auguro che quest’esempio sia emulato dalla nuova generazione affinché le proprie doti atletiche possano portare al successo chi merita con le proprie energie e le personali forze.

Ecco Salvatore Capano (Rino) vincitore del primo trofeo di corsa di San Rocco del 15 agosto 1958, mentre taglia il traguardo, i due concorrenti che si intravedono sono Salvatore Ranieri e Paolo Franco giunti rispettivamente secondo e terzo.
San Sostene, 2 febbraio 2008

L’autore: Gregorino Capano

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