Il nostro folklore

Il lavoro nei proverbi calabresi

di Domenico Caruso
Nessuno l’avrebbe immaginato. Negli ultimi decenni la vita è talmente mutata da non riconoscerci più. Il passaggio dal mondo agricolo a quello industriale ha provocato un disorientamento generale.
I rapporti umani sono diventati difficili, in quanto sono le macchine a lavorare per noi. La realtà ha ceduto il posto alla virtualità.

Eppure si avverte il rimpianto di un passato che, nonostante le ristrettezze economiche, ci rendeva tranquilli. Quel tempo è ormai racchiuso nei detti e nei proverbi che la cultura subalterna ci ha tramandato.

Per secoli si è “sbarcato il lunario”, cioè si è guardato il calendario per spendere oculatamente i pochi sudati risparmi:
Pe’ tirari avanti ‘a bbarracca.

 

Occorreva apprendere un mestiere, tanto meglio se quello del genitore di cui già si era a conoscenza:
L’arti du’ tata è mmenza ‘mparata.
‘Mpara l’arti e mèntila da parti.

Con un mestiere, se non si diventava ricchi, si poteva almeno vivere alla meglio:
Fai l’arti chi sai fari, se no’ ‘rricchi poi campari.

Non ci si poteva soffermare a teorizzare:
‘A pratica ‘rruppi ‘a grammatica.
Dammi arti e no’ mmi dari parti. (Insegnami l’arte e mettimi da parte: ma non è lecito privare di un alcun diritto).
‘A fatiga jè ‘na fata, amaru cu’ ‘a feti. (Il lavoro è come una buona fata, misero chi non l’accetta).
L’oziu è patruni du vìzziu.

Anche se non è sempre agevole, il lavoro è indispensabile:
“Si quis non vult operare, ne manducet”. (Chi non vuol lavorare non mangi).

E’ il monito di San Paolo ai Tessalonicesi.

Caru cumpari, no’ fari la grìngia, chista è la casa di cu’ no’ fatiga no’ mangia! (Compare caro, non fare smorfie: in questa casa non c’è posto per i fannulloni!).

La sofferenza fa apprendere:
Cu’ no’ pati no’ ‘mpara.

Ed ancora:
L’omu ‘mpara a spisi soi. (S’impara a proprie spese).
Artaru servi, artaru mangi, afferma un noto proverbio del nostro S. Martino di Taurianova (R.C.): Se servi l’altare, vivi con i proventi dell’altare.

D’altronde:
‘U mònacu ‘nci dissi a la batissa: – Senza dinari no’ si canta Missa! –

Il salario si concede secondo il merito:
‘U riggitanu ‘ncissi a lu cardolu: – Pe’ comu mi la paghi ti l’ammolu! – (Il reggino ha detto a quello di Cardeto: – Ti ricompenso per come me l’arroti! –
“Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno”, sosteneva Voltaire.

Ogni arte o mestiere presenta i suoi vantaggi e i suoi lati negativi:
‘Nta casa du’ forgiaru spiti ‘i lignu. (In casa del fabbro spiedi di legno).
Ogni massaru è patruni ‘i ‘na ricotta. (Ogni pastore dispone di una ricotta).
‘U scarparu vaci a’ scaza. (Il ciabattino va scalzo).
‘U mastru lanternaru mori o’ scuru. (Il lanternaio muore al buio).
‘U zzappaturi zzappa zzappa, dinari ‘nta la pezza mai ‘ndi ‘ngruppa; la sira si ricògghj trappa trappa: – Japri, mugghjeri mia, su’ fattu stuppa! – (Il contadino zappa sempre ed è mal pagato; la sera si ritira mogio mogio a casa stanco ed afflitto).

E’ indispensabile conoscere bene il proprio mestiere:
Cu’ faci zappi faci zzappudi, cu’ faci còfini faci panara. (Chi fa zappe fa zappette, chi fa ceste fa panieri).
Danci l’arti a cu’ la sapi fari e viscotti duri a cu’ non avi moli. (Dai l’arte a chi la sa esercitare e biscotti duri a chi è privo di molari).
‘Mbarca cu’ ‘nu bonu marinaru, puru se ‘a barca è vecchia. (Con un buon marinaio anche una vecchia barca va bene).

“Il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarelli…”, ha scritto Elsa Morante, “magari accontentatevi di mangiare pane solo, purché non sia guadagnato”.

Dello stesso parere si è espresso Eduardo De Filippo:

“Cuncè, che brutto suonno mi sò fatto stanotte. Mi sono sognato che lavoravo!”.
– Se ‘ndavarrìa ‘a testa a undi tegnu i pedi, mi faciarrìa ’na bella ‘mbivuta! –
(E’ il lamento dello sfaticato che si accontenta di crepare dalla sete, ma non si degna di abbassarsi alla fontana per dissetarsi: – Se al posto dei piedi avessi la testa, come berrei volentieri! -).
Se ‘a fatiga jera bbona, l’ordinàvanu ‘i medici. (Se il lavoro facesse bene, l’ordinerebbero i dottori).
A’ la fatiga: – Micuzzu, Micuzzu -; a’ lu mangiari: – Micuzzu, ‘nu c…u! – (Si è pregati per lavorare, ma quando c’è da stare allegri si viene dimenticati).
Cu’ zappa ‘mbivi all’acqua, cu’ futti ‘mbivi a’ gutti. (L’acqua per chi si affatica ed il vino per chi se ne frega).
“Lavorare stanca”, afferma una poesia di Cesare Pavese, e lo stesso: “L’uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente”.

Per Breton:
“Non serve a niente essere vivi, se bisogna lavorare”.
Mègghju ‘nu tristu sèdari, ca ‘nu malu fatigari. (E’ preferibile stare seduti in ozio anziché lavorare di cattiva voglia).

Non si pensa che:
A cu’ no’ si movi s’’u màngianu ‘i muschi.  (Chi sta fermo viene assalito dalle mosche).
Cu’ cerca trova e cu’ dormi si ‘nzonna. (Chi cerca trova e chi dorme sogna).

Dopo aver saldato un lavoro può succedere di tutto:
– Cadi furnu c’’o mastru è pagatu! – (Ora che il muratore è stato pagato il forno può cadere!).

“Felice chi ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità”. (Carlyle).
“Tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi”. (Baudelaire).
Se voi pemmu arricchisci, fatiga quando t’incrisci. (Se vuoi arricchire lavora quando ti annoi).
Cu’ no’ cerni la farina bbona, lu pani si lu mangia cu’ canìgghja. (Chi non cerne bene la farina, consuma il pane con la crusca).

Il potere non logora:
Cu’ cumanda no’ suda.

Non bisogna indugiarsi nell’intraprendere un lavoro ed è bene concedersi il meritato riposo nei giorni festivi:

Dassa ca poi, no’ fici casa mai. (Rimandando non si conclude nulla).
A’ fini di vindigni Petru ‘mpala. (Al termine della vendemmia Pietro impala).
‘U lavuru da’ festa trasi da’ porta e nesci da’ finestra. (Si deve rispettare la festa).

Concludiamo con un’arietta di Metastasio: l’ozio e il lavoro.

Quell’onda che rovina/ dalla pendice alpina,/ balza, si frange e mormora,/ ma limpida si fa.// Altra riposa, è vero,/ in cupo fosso ombroso,/ ma perde in quel riposo/ tutta la sua beltà.

Domenico Caruso
S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

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