Mezzogiorno e immigrazione clandestina

Qualche giorno fa ho visto un breve servizio televisivo, con protagonisti che si nascondevano il volto per paura, sulla situazione dei raccoglitori di pomodori nel Mezzogiorno, immigrati clandestini dal Nord Africa, sistemati in alloggi di fortuna, senza servizi igienici e senza assistenza medico-sanitaria, sfruttati impietosamente, perché non ci sono più italiani disposti a lavorare nei campi sotto il sole cocente. Per certi lavori si trovano solo immigrati, molto spesso clandestini.

Conoscevo il fenomeno, arcinoto da anni, che puntualmente si ripete, ad ogni stagione della raccolta delle fragole, dei pomodori e altri prodotti ortofrutticoli. Insieme all’indignazione che provoca ogni episodio di sfruttamento, ho provato molta tristezza perché la storia non sempre è maestra di vita e la memoria è molto evanescente.

Fino a pochi decenni fa il Mezzogiorno era il serbatoio più grande di manodopera a buon mercato per mezza Europa. I meridionali erano disposti a svolgere qualunque mestiere, nell’Italia del Nord e all’estero, pur di sfamarsi e portare a casa un buon gruzzolo a fine stagione o spedirlo mensilmente il giorno dopo la paga. I meridionali svolgevano in mezza Europa i lavori più duri e più pericolosi, in condizioni talvolta disumane. Avevano dapprima affiancato e poi sostituito gli italiani del nord nei lavori ferroviari e nell’edilizia, nello scavo delle gallerie e nelle miniere di carbone. Molti, non solo al Lötschberg (Svizzera) o a Marcinelle (Belgio), vi hanno perso la vita.

Quando nel dopoguerra i primi Stati che si ripresero prontamente dalle difficoltà legate al conflitto e riavviarono con entusiasmo le loro industrie si rivolsero all’Italia per cercare manodopera. E l’Italia, bisognosa di carbone e di valuta, fu pronta a fornirla, dapprima al Belgio e alla Svizzera, poi anche alla Francia, alla Svezia e ad altri Paesi.

Dell’accordo col Belgio (1946), definito da taluni «vergognoso» si è parlato ampiamente perché da poco è stata ricordata la sciagura di Marcinelle (8 agosto 1956). Dell’accordo con la Svizzera se ne parla poco perché tutte le forze politiche di allora erano più o meno convinte della «necessità dell’emigrazione».

La Svizzera, in particolare, uscita illesa dalla guerra, aveva un forte bisogno di manodopera estera, perché quella indigena non bastava, soprattutto in certi rami economici. A chi chiederla? Non ai Paesi vicini Germania e Austria perché le potenze occupanti si rifiutavano di concedere permessi di espatrio per motivi di lavoro e non alla Francia, essa stessa bisognosa di manodopera. Restava solo l’Italia, che ne aveva in abbondanza, e le trattative vennero subito avviate fin dall’ottobre del 1945. L’accordo formale venne firmato solo nel 1948, ma già dal 1946 gli italiani, sempre più numerosi poterono emigrare in Svizzera, generalmente come stagionali.

Anni più tardi, nel rievocare quella trattativa, un Consigliere agli Stati (senatore) ne informava i colleghi sottolineando «la generosità» dell’Italia perché fu l’unica, tra le nazioni confinanti, a garantire la manodopera richiesta. «L’Italia – disse – divenne così la riserva principale della nostra manodopera, una riserva che, a causa del sottosviluppo del Mezzogiorno, ci è stata aperta generosamente, anche quando l’Italia, divenuta membro del Mercato comune e beneficiando dei vantaggi di questo accordo politico, registrò a sua volta il miracolo economico …».

Quella riserva ha fornito centinaia di migliaia di emigrati fino a non molti anni fa. Oggi l’Italia è divenuta un Paese d’immigrazione molto ambito, a giudicare dai frequenti sbarchi a Lampedusa. E anche il Mezzogiorno, a quanto sembra, è divenuto nel frattempo importatore di manodopera, per lo più di colore. Forse si è già dimenticato di quando per aver fortuna un meridionale doveva emigrare e svolgere qualsiasi lavoro gli veniva richiesto. Ma non dovrebbe dimenticare che anche i nuovi immigrati hanno una dignità che va rispettata e lo sfruttamento è indegno per un popolo che l’ha dovuto subire. Non è una questione di generosità, ma di giustizia.

Giovanni Longu

Berna 15.8.2008

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