Effemeridi di Ottobre

di Domenico Caruso
I proverbi e il mese:
Ottobre, dal numerale octo perché occupava l’ottavo posto per gli antichi Romani, era il mese delle feste orgiastiche (i Baccanali), in onore al dio del vino. Per ogni mese si indicano i suoi frutti principali o si elencano le faccende. Così ottobre viene definito mostaio o bottaio perché, terminate le operazioni della vendemmia, il vino è già nei tini e nelle botti. Il notevole impegno richiesto viene espresso dal detto in lingua: Ottobre: vino e cantina/ da sera a mattina.

Riporta Corrado Alvaro:

Iu sugnu Ottobri, gran faticaturi,
e quantu granu ‘ndaju a siminari.
Mi levu di lu lettu all’arbat’ura
pìgghiu li vôi e vaju ad arari.
‘Nta li catochia gugghianu li vutti.
Iu sugnu Ottobri, ‘u cchiù russu di tutti.

(Dal sussidiario di cultura regionale La Calabria, Carabba Ed. – 1926).
 

Poiché occorrono circa nove mesi per la crescita e la maturazione del grano, anche se il limite può essere spostato al 1° novembre (Fino ai Santi la sementa è per i campi), è il momento più idoneo per la semina: Cu’ sìmina a ottobri, a giugnu meti.

Ricorrenze storiche:

Il 10 ottobre 1098, al termine di un sinodo tenutosi a Bari, al quale con l’Arcivescovo di Canterbury Sant’Anselmo intervennero 185 presuli, il Pontefice Urbano II firmò la Bolla in favore della Chiesa di San Salvatore.
Il documento fu custodito per puro caso nell’archivio privato dei Ruffo principi di Scilla e fu riportato verso la fine del secolo scorso da Minieri Riccio nel Saggio di Codice Diplomatico del 1878 – 1882.
E’ merito del P. Francesco Russo l’averlo pubblicato nel Regesto Vaticano per la Calabria e di Giuseppe La Rosa l’averlo trattato in un fascicolo dal quale abbiamo attinto le nostre note. Una tradizione costante fissa il luogo dove sorgeva quella chiesa appartenente alla diocesi oppidese nella contrada che porta ancora oggi il nome di San Salvatore, su un’altura al di qua del fiume Marro, a poca distanza dalla “villa” di S. Martino (oggi località del Comune di Taurianova).
La chiesa era stata eretta e dotata di beni da una pia donna della famiglia degli Altavilla, la normanna Emma, figlia di Roberto il Guiscardo e dal marito Pietro Marchiso – chiamato dopo il battesimo Oddone, nome poi che egli muterà in quello di Pietro. Nel diploma papale Urbano II dichiara ad Emma di prendere la Chiesa sotto la sua protezione. In tal modo la fondazione s’imponeva al rispetto anche dei potenti e veniva protetta dalle stesse usurpazioni dei vescovi. Chierici e monaci potevano così servire Dio in piena libertà e tranquillità.
La Chiesa, infine, costituiva l’espressione di quella rinnovata devozione alla Santa Croce che trovava un incentivo e uno stimolo nel risveglio suscitato dal richiamo della vita apostolica, nel clima di ardore religioso prodotto dalla proclamazione della Crociata per la liberazione del Sepolcro di Cristo. L’opera, trapiantata in seguito entro le mura di Terranova, quando sarà costruita la nuova città continuerà per secoli ad essere presidio della religione e della pietà del suo popolo e centro d’amore verso Gesù Crocifisso di tutte le genti della Piana.

La fine di Murat.
Gioacchino Murat era stato eletto nel 1808 re di Napoli dal cognato Napoleone. Alla caduta di questi nel 1815, perso il trono, tentò di riconquistarlo sbarcando a Pizzo con alcuni fedeli. Ma venne arrestato e condannato a morte da un tribunale militare. Era il 13 ottobre e come riporta Charles Gallois in Murat (F.lli Melita – La Spezia, 1990): «Il plotone gli è a pochi passi. “Amici miei, puntate al petto e rispettate il viso”. Apre con brusca mossa la camicia sul petto e grida ancora: “Attenzione! Son io che comando! Caricate!… Puntate!… Fuoco!…”.
I soldati sono commossi, due colpi partono senza sfiorarlo.
Nessuna grazia!… Ricominciamo!… Fuoco!…”.
Questa volta dieci colpi detonarono insieme: sei palle lo hanno colpito.
Si mantiene ritto un istante, poi piomba al suolo fulminato.
Il suo corpo è adagiato in una cassa fatta con tavole sconnesse; due giorni dopo è sotterrato nella cattedrale di Pizzo».
L’incarico di occuparsi di Murat, durante la prigionia, venne affidato al generale Vito Nunziante, fondatore del paese di San Ferdinando.
Questi trattò il sovrano con ogni riguardo: gli procurava la migliore sistemazione nel carcere, s’intratteneva a lungo e cenava finanche con lui nella cella. Murat, per mezzo di Nunziante, fece recapitare alla moglie Carolina una lettera di addio.

Altre ricorrenze:
Il 16 ottobre ricorre la festività di S. Gerardo Maiella, che ebbe una vita breve ma ricca di straordinari prodigi. La statua, contenente una reliquia del Santo, accompagnata dai Padri Missionari Redentoristi di Sant’Alfonso M. de’ Liguori, venne accolta calorosamente e ospitata durante i primi giorni del maggio 2006 dalle nostre comunità di S. Martino e Amato di Taurianova, nonché di Laureana di Borrello.
Il 21 ottobre 1991 sancì ufficialmente la fine di Sinopoli Vecchia.
“L’estinzione di questo paese può essere paragonata alla morte di una stella: quando una stella muore per esaurimento non se ne accorge nessuno, e la sua luce, che giunge a noi a distanza di anni, continua a riverberare sulla terra per lungo tempo dopo la sua morte, dopo l’estinzione della sua sorgente. Sinopoli Vecchio o meglio Sinopoli Greco ha avuto un passato luminoso e per secoli ha brillato, solo, in una vasta plaga”. […] “Non esistono prove storicamente fondate sull’origine di Sinopoli Vecchio che il Barrio chiama Sinopoli Greco. E’ comunque indubbio che la sua fondazione risalga all’epoca della colonizzazione ellenica e che la sua esistenza preceda quella di qualunque altro centro abitato della zona, compresa Seminara fondata nell’ottavo secolo in posizione arretrata e quindi più sicura rispetto alla distrutta città costiera di Tauriana…”.
Il grave sisma del febbraio 1783 e la malaria conseguente infersero un duro colpo al paese già in declino. Anche le frane, il trasferimento dell’importante fiera di San Bruno che si teneva due volte all’anno, alcuni incendi dolosi provocarono la lenta agonia e la morte di Synopolis Graecus che nella sua storia millenaria aveva sempre avuto uomini illustri. (Da: Antonio Luppino, Il mio bel paese, Ed. Laruffa – R.C., 2000).
22 ottobre 1963 – Con decreto del Presidente della Repubblica On. Antonio Segni, Gioia Tauro poté fregiarsi del titolo di “città”.
26 ottobre 1825 – Plaesano fu aggregato alla città di Galatro, prima di venirne separato con decreto del 27 marzo 1849 per far parte del Comune di Feroleto della Chiesa.
28 ottobre 1831 – Con regio decreto il villaggio di San Ferdinando venne aggregato a Rosarno, prima di essere elevato a Comune – con legge regionale – nel novembre 1977.

Personaggi (nascita e morte):
7 ottobre 1724- S. Pietro di Caridà (Fraz. Garopoli): nasce Domenico Cavallari.
12 ottobre 1800/18 dicembre 1888 – S. Giorgio Morgeto: Francesco Florimo.
14 ottobre 1866/1931 – Varapodio: Raffaele Sammarco.
21 ottobre 1861/14 genn. 1949 – S. Eufemia d’Aspromonte: Vincenzo Tripodi.
28 ottobre 1901/15 agosto 1970 – Rosarno: Leonardo Meliadò.

Varie:
Nelle università, come sostiene un vecchio detto, all’inizio dell’anno accademico tutti s’impegnano allo stesso modo, in seguito c’è chi studia e chi abbandona: Da San Luca (18 ott.) a Natale/ tutti studiano uguale,/ da Carnevale a Pasqua/ chi studia e chi studiacchia/ (opp.: chi studia e chi lascia). (Da: Lapucci – Antoni, I proverbi dei mesi, A. Vallardi – MI, 1985).
Lo studio in gioventù, d’altronde, è indispensabile e duraturo: Se nella verde etade alcun trascura/ di lodato saper ornar la mente,/ quando sia giunta per lui l’età matura/ d’aver perduto un sì gran ben si pente:/ cercalo allor; ma trovasi a man vuote;/ potea non volle, or che vorrìa, non puote. (Clasio).

E per finire:

Il primo ottobre rappresenta una data memorabile per quanti, come me, hanno dedicato gli anni più belli all’insegnamento.
Per oltre quarant’anni mi sono interessato, fra l’altro, dei problemi pedagogici e didattici come pure della figura del maestro. Traggo, pertanto, dal mio cassetto dei ricordi, stracarico di scritti, qualche strofetta satirica frutto di esperienza vissuta: Il maestro è il cireneo/ curvo sotto una gran croce,/ della scuola regge il peso/ e sommessa è la sua voce.// Sulle povere sue spalle/ dal ministro al direttore,/ anziché dare una mano,/ mangian tutti: che dolore!// Senza l’opera sublime/ del docente elementare,/ cari bimbi è la rovina,/ c’è ben poco da sperare.// Se volete che di Cristo/ trovi posto la parola,/ voi pretendere dovete/ il rispetto della scuola!. (D. Caruso).
No comment!

Domenico Caruso
S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

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