Effemeridi di Novembre

di Domenico Caruso
I proverbi e il mese:
Novembre, dal numerale novem (perché nel primitivo ordinamento dei mesi l’anno cominciava da marzo), nell’albanese meridionale (tosco) è detto autunno terzo, cioè terzo mese autunnale. Poiché all’inizio di novembre ricorre la festa di Ognissanti, in Sardegna l’intero mese è detto totussantus; così pure a Lecce è chiamato lu mèse te li morti a motivo del 2 novembre, commemorazione dei Defunti. Infine, il mese è definito di S. Martino, Patrono – fra l’altro – dell’omonimo paese del Comune di Taurianova (RC).

Il contadino è molto impegnato nei campi, specialmente con la coltivazione del grano. Diversi detti, anche in lingua, rammentano che procrastinando la semina si ottiene un magro raccolto: Per San Martino la sementa del poverino. A San Martino il grano sta meglio al campo che al mulino. Fino ai Santi la sementa è per i campi, dai Santi in là si riporti qua, a S. Martino si riporti al mulino. La pioggia favorisce la crescita del grano: Se a novembri trona l’annata è bbona.

Per San Leonardo (6 nov.), si dice nella Piana, è già tardi per la semina: A San Lonardu sìmina ch’è tardu. Il buon agricoltore per il giorno di S. Andrea (30 nov.) ha già ultimato la semina: Pe’ Sant’Andrìa ‘u bbonu massaru siminatu avìa. Lo stesso discorso vale per la potatura della vite: Chi vuol bere buon vino, zappi e poti a San Martino, corrispondente al nostro detto: Se voi fari bonu vinu, zzappa e puta ‘i San Martinu.

Ricorrenze storiche:
3 novembre 1535 – L’imperatore Carlo V (1500 – 58), che alla morte dell’avo paterno Massimiliano d’Asburgo ne ereditò i domini e dai nonni materni ebbe il regno di Spagna coi possessi d’Italia e le conquiste coloniali d’America, visitò la città di Seminara.

13 novembre 1966 – A San Pietro di Caridà, nella piazza Rimembranze, per onorare i Caduti di tutte le guerre è stato inaugurato il monumento in bronzo “Meditazione” dell’artista romano Giuseppe Ciocchetti.

14 novembre 1975
– A Palmi, in occasione del il 25° anniversario della morte del musicista Francesco Cilea, per la serie “Grandi Artisti” è stato emesso un francobollo.

16 novembre 1894 – Un violento terremoto sconvolse anche la nostra Piana.
Una lastra di bronzo, posta davanti al Santuario del Carmine di Palmi, ricorda la protezione della città operata da Maria.

A Radicena e Jatrìnoli (ora Taurianova) non si registrarono vittime o gravi danni, per cui ogni anno il 9 settembre si commemora come il “giorno del miracolo”.

A Rosarno il sisma provocò notevoli disagi fra la popolazione e rese non potabile l’acqua della Fontana Nuova (o del Fondaco).

A Varapodio si tramanda che l’effigie della Madonna del Carmelo, qualche tempo prima del terremoto, abbia mosso le sacre pupille sia in chiesa che durante la processione. Non essendoci state vittime in città, i fedeli interpretarono l’evento come un miracolo ed ogni anno ringraziano la Santa Vergine con una solenne celebrazione eucaristica e una fiaccolata.

Il calendario liturgico ci obbliga di tornare con la mente agli inizi di novembre, solennità di tutti i Santi e commemorazione dei fedeli Defunti.
Se a Roma per la prima ricorrenza giungiamo al VII secolo, quando il massimo tempio pagano – il Pantheon – fu trasformato in luogo cristiano dedicato a Santa Maria e ai Martiri, per il culto dei Morti dobbiamo rifarci all’antichità – anche se nella liturgia romana esso entrò nel XIV secolo. Ma già nelle Catacombe si pregava per le anime dei giusti.

Si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio». E Santa Monica, prima di morire, disse al figlio: «Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore».

Il ricordo dei Morti, quindi, è stato sempre considerato con particolare devozione e onorato con riti diversi.
I nostri avi accendevano la “lampa” ad olio davanti alla foto dei propri cari trapassati perché coi loro occhi spenti li vedessero almeno durante la ricorrenza mentre i ragazzi del paese, bussando alle porte, così reclamavano una manciata di fichi secchi o di noci: «Mi dati i morti?».

Le credenze sul regno d’Oltretomba, in cui il mistero si mescola al terrore, si riscontrano dappertutto. Ad esempio, si ritiene che in alcuni animali possano prendere corpo i defunti, che nelle farfalle alberghino le anime del Purgatorio, che dove viene assassinato qualcuno possa apparirne lo spirito.

Quando in passato una famiglia veniva colpita dal lutto si spegneva il fuoco, si appendeva un panno nero sull’uscio di casa e le donne si svellevano i capelli. Di giorno, accanto al catafalco del defunto, si udiva il lamento delle prefiche mentre di notte si taceva affinché il demonio non comparisse a goderne. Il morto veniva posto con i piedi rivolti verso la porta d’ingresso e talvolta nella bara venivano messi alcuni oggetti cari e indumenti personali. In Grecia si tenevano dei banchetti funebri nei giorni successivi alla morte dei congiunti e in Calabria la stessa usanza è stata sostituita con funzioni religiose.
Per un cristiano, infatti, la morte è soltanto un punto di partenza e la Chiesa esulta: «La vita non è tolta, ma è trasformata!»

Varie:
4 novembre 1988 – S. Martino onora i combattenti del 1915-18.
Nel 70° anniversario della Vittoria, presso le scuole elementari di S. Martino di Taurianova, sono stati festeggiati gli ultimi Cavalieri di Vittorio Veneto: Giuseppe Caruso, Carmine Chirico, Antonino e Martino De Marco, Vincenzo Sofìa e, in rappresentanza di tutti gli altri soldati, Martino Galluccio.
Per la seconda volta veniva così realizzato un mio sogno!

Oltre ai familiari dei suddetti, vi erano autorità scolastiche, civili e militari nonché il corpo docente e il personale del plesso. Nell’ampio spiazzale antistante l’edificio scolastico i bambini della materna attendevano gli ospiti con fasci di fiori e bandierine tricolori, mentre quelli delle elementari facevano ala intonando canti patriottici. Un numeroso pubblico seguiva dal fondo la suggestiva manifestazione. Nella mia breve relazione introduttiva ho rilevato come una scuola cosciente e preparata sia determinante per le sorti future di uno Stato forte e indipendente. Viva è stata la commozione di tutti alla consegna delle medaglie ricordo offerte da noi insegnanti. Applaudito anche il mio Inno italiano (musica di C. Cammarata) che gli alunni hanno intonato.

Per l’occasione nelle pareti dell’edificio sono stati esposti i simboli delle varie armi ed alcuni cimeli di guerra. La cerimonia è stata ripresa e poi trasmessa dalle TV locali e riportata da vari giornali. Nel “Filo diretto” de “il Bollettino” – mensile dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra con sede a Roma (Anno LXX – N. 10/11 – Ottobre/Novembre 1988) – Gerardo Agostini ha sottolineato la nostra iniziativa riconoscendo nel 4 novembre tanta parte della storia del Paese e tanta altra della storia personale.

E per finire:
Concludiamo con una leggenda che ha come protagonisti principali S. Martino e il Maligno: “Le parole della verità”.
Dalla rivista di letteratura popolare “La Calabria” – (Anno V n. 11 – Monteleone, 15 Luglio 1893) apprendiamo che una sera S. Martino, stanco del lungo viaggio, chiese ed ottenne alloggio da un uomo che abitava in un palazzo con la consorte. La donna non approvò l’operato del marito a favore di quel vecchio cencioso, in quanto avrebbe dovuto preparare da mangiare ad un certo signore forestiero.

Il Santo, quindi, si sistemò dietro la porta sopra un po’ di paglia. Ad una certa ora sentì bussare: era l’ospite tanto atteso dalla padrona di casa. Prima di aprire, Martino chiese a quel signore, che era il Diavolo in persona, di dire le parole della verità. Al suo rifiuto, furono pronunciate dal Santo per cui il Maligno se la diede a gambe levate fra “circhi di focu e nenti atru” (cerchi di fuoco e null’altro). Fra le versioni delle tredici parole della verità, ho scelto quella che mi ha fornito l’amico avv. Domenico Marando di Platì:

– Chi vol diri unu?
(Che cosa vuol dire uno?)
– ‘Nu sulu Diu chi regna. (Un solo Dio che regna).
– E chi vol diri ddui?
– Li dui tavuli di la Leggi e Mosè chi l’ha portati: Vecchiu e Novu Testamentu. ‘Nu sulu Diu è chi regna. (Le due tavole della Legge e Mosè che le ha portate: Vecchio e Nuovo Testamento. Un solo Dio che regna).
– E chi vol diri tri?
– A li tri, a li tri Patriarchi: Bramu, Giacobbi e Sacchi. Li dui tavuli di la Leggi e Mosè chi l’ha portati: Vecchiu e Novu Testamentu. ‘Nu sulu Diu è chi regna. (I tre, i tre Patriarchi: Abramo, Giacobbe e Isacco. Le due tavole della Legge e Mosè che le ha portate: Vecchio e Nuovo Testamento. Un solo Dio che regna).
– E chi vol diri quattru?
– A li quattru, a li quattru Vangelisti: Marcu, Luca, Matteu, Battisti. A li tri, ecc. (I quattro, i quattro Evangelisti: Marco, Luca, Matteo, Giovanni Battista. I tre, ecc.).
– E chi vol diri cincu?
– A li cincu, a li cincu piaghi chi nostru Signuri l’havi. A li quattru, ecc. (Le cinque, le cinque piaghe di nostro Signore. I quattro, ecc.).
– E chi vol diri sei?
– A li sei a li sei candileri, chi dumavanu a Gerusalemmi. A li cincu, ecc. ( I sei, i sei candelabri che accendevano a Gerusalemme. Le cinque, ecc.).
– E chi vol diri setti?
– A li setti, a li setti Missi chi nostru Signuri in Galilea li dissi. A li sei, ecc.
(Le sette, le sette Messe che nostro Signore celebrò in Galilea. I sei, ecc.).
– E chi vol diri ottu?
– A li ottu, a li ottu beatitudini. A li setti, ecc. (Le otto, le otto beatitudini. Le sette, ecc.).
– E chi vol diri novi? – A li novi, a li novi cori dill’Angeli. A li ottu, ecc. (I nove, i nove cori degli Angeli. Le otto, ecc.).
– E chi vol diri deci?
– A li deci, a li deci cumandamenti. A li novi, ecc.
(I dieci, i dieci comandamenti. I nove, ecc.).
– E chi vol diri undici?
– A li undici, a li undici articuli. A li deci, ecc.
(Gli undici, gli undici articoli. I dieci, ecc.).
– E chi vol diri ddudici?
– A li ddudici, a li ddudici Apostoli. A li undici, ecc.
(I dodici, i dodici Apostoli. Gli undici, ecc.).
– E chi vol diri tridici?
– Non haju cchiù no’ chi diri e no’ chi fari: va’ vattindi bruttu sancurruni, jèttati ‘nta timpa o ‘nto vaduni.
Se fuji ti sparu, se fermi ti cutediju!
(Non ho più nulla né da dire né da fare: vattene, brutto ceffo; buttati da una rupe o da una valle: Se scappi ti sparo, se fermi ti accoltello!).

(Riduzione e adatt. da D. Caruso, “S. Martino un paese e un Santo & Il miglior folk calabrese” – Nov. 2000).
Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

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