LA DONNA IN CALABRIA – RITRATTO DI IERI E DI OGGI

Donna di CoriglianoIn questi ultimi anni, e soprattutto dagli ultimi due conflitti mondiali, la donna ha compiuto passi da gigante verso la sua emancipazione, acquisendo sempre più la consapevolezza di essere in grado di ricoprire un ruolo attivo nella società. Ella ha saputo combattere i pregiudizi e lo sfruttamento delle sue prestazioni lavorative da parte degli uomini, che la ritenevano “sesso debole”, riuscendo a imporsi con la sicurezza di chi sa che non deve rinunciare ai diritti che le competono.

Anche le donne calabresi sono da tempo animate dalla stessa fermezza e dalla medesima fede delle donne di tutto il mondo nel raggiungimento di questa indipendenza dinanzi alla quale la macchina della storia non potrà ormai fermare il suo cammino. Certo se si confronta l’universo femminile calabrese di oggi con quello del passato, non si può non gioire per il grande salto di qualità. Per i nostri antenati la donna era, rispetto all’uomo, un essere inferiore e aveva un ruolo di passiva sottomissione.

 Basti pensare che la nascita di una bambina era quasi sempre motivo di preoccupazione, vuoi perché costava di più mantenerla, in quanto, essendo in possesso di scarsa forza fisica, non le era permesso di lavorare, vuoi perché per darla in sposa a qualcuno, occorreva farle il corredo e di sovente bisognava assicurarle il possesso di una casa e di qualche appezzamento di terreno. I maschi erano considerati dei privilegiati anche perché potevano garantire la continuità della stirpe. All’uomo era permesso tutto, nella vita familiare come in quella sociale. Le cariche pubbliche e i compiti di una certa responsabilità erano un privilegio esclusivamente maschile. A questo proposito, si era soliti dire: “All’omu a scupetta, ara himmana a carzetta”, per significare che il fucile era adeguato all’uomo come fare la calza lo era alla donna.
 

 Donna di Bagnara                       Donna di St.Giacomo                Donna di Mongrassano
La ragazza da marito non doveva essere civetta o dare confidenza ai giovanotti, ma doveva fare la preziosa e non mostrarsi disponibile, in modo da rendersi appetibile agli occhi dell’uomo.
Alla donna veniva imposta una passività tale da renderla molto insicura e incapace di decisioni autonome. Pertanto, si sposava molto presto, passando spesso dal padre – padrone al marito – padrone. I matrimoni venivano, nella maggior parte dei casi, combinati dalle famiglie. L’amore non era ritenuto indispensabile e veniva relegato all’ultimo posto, anche perché convinti che esso sarebbe arrivato dopo, magari con la nascita del primo figlio. La ragazza accettava e subiva. Credo che nel nostro paese, nella seconda metà del 1800, ci sia stata una sola giovane donna che abbia osato ribellarsi a questo stato di cose: la mia bisnonna Giovanna appartenente agli “Stampatura”, la quale, innanzi alla fatidica frase “Vuoi tu sposare ……”, ebbe l’ardire di rispondere: “Nossignore, è mio padre che lo vuole.”
Dieci e lode, carissima nonna. Eri una vera amazzone!

E una volta accasata? La nostra donna si dimostrava infaticabile fino all’inverosimile. Sfornava figli a volontà e appena partorito ricominciava a dedicarsi ai lavori di casa fino a notte fonda e al lume di candela, ai lavori della campagna e all’educazione dei figli, tutti lavori molto faticosi e per nulla riconosciuti. E spesso doveva sopportare maltrattamenti da parte del marito che di frequente era prepotente.
Se anche l’uomo era disponibile a dare una mano nella conduzione della casa, ella rifiutava per non comprometterne l’immagine di virilità.
Ma poi è così vero che la donna calabrese nel passato ricoprisse un ruolo tanto subordinato? Io credo che questo fosse solo apparente e marginale. In realtà era la donna che occupava un posto di primo piano assumendosi l’onere dell’amministrazione completa della casa, compresa la gestione economica, e accentrando le cure sulla prole.
La donna del passato in Calabria possedeva alti principi morali, anche se forse ammantati di tabù e pregiudizi.

E oggi?
Oggi per fortuna tante cose sono cambiate. La donna calabrese presta maggiore cura al volto e al fisico, si veste con misurata eleganza, mettendo così in maggiore evidenza l’espressività dello sguardo e la sua mediterranea femminilità. Ora le è concesso di farsi una cultura e di aspirare a professioni prima irraggiungibili e monopolio esclusivo degli uomini. Nel secolo scorso il massimo che le era consentito era quello di dedicarsi all’insegnamento, perché era considerato un mestiere che dava molto tempo libero da dedicare alla famiglia. Ora che questo mestiere impegna molto di più, le donne calabresi frequentano le università e assumono incarichi di responsabilità prima affidati soltanto agli uomini, partecipando così al lavoro produttivo e liberandosi dalla schiavitù domestica. Spesso ottiene incarichi di prestigio ed espleta mansioni di una certa responsabilità sociale e civile e questo perché ha potuto istruirsi e prepararsi.

Il nostro paese può, comunque, vantare con orgoglio una precorritrice dell’emancipazione femminile: una grande donna, la maestra Virginia Cundari, che nella seconda metà del secolo scorso fu eletta Sindaco. Ella, primo Sindaco donna dell’Italia meridionale, fu e continua ad essere un esempio per le donne che vogliono partecipare alla vita da vere protagoniste.

È innegabile, comunque, il fatto che la Calabria è tra le regioni che contano un elevato tasso di disoccupazione femminile, ma siamo orgogliosi di sapere che la donna da noi non è più oppressa ed è libera di effettuare scelte di vita in modo autonomo e consapevole.
Oggi ella è padrona del proprio destino, padrona di sposarsi o non sposarsi, ma soprattutto di scegliersi l’uomo della sua vita. E se nubile, non viene più bistrattata e compatita, ma è in condizione di provvedere autonomamente al suo mantenimento e di guardare con sicurezza al suo domani.
Ed, in genere, è sempre una donna di grandi principi morali, anche se, volendo essere onesti e obiettivi fino in fondo, non si potrebbe certo dire che oggi sia come allora. Nel terzo millennio non è davvero come al tempo di Casanova, il libertino veneziano del 1700 che si distinse per le sue molteplici avventure galanti con donne di ogni ceto sociale e che sprezzava le donne della Calabria perché furono le uniche a rifiutargli il fiore della purezza.
Se fosse vissuto oggi, forse avrebbe emesso un giudizio diverso? Forse, …….forse le donne calabresi gli avrebbero opposto una resistenza minore ma pur sempre bastevole.

Ciao Assunta, debbo veramente complimentarmi di questo meraviglioso scritto, hai ragione della donna calabrese del passato che era continuamente oppressa, congratulazioni per tua nonna che è stata veramente “un’Anita” a ribellarsi al fatidico “SI” dicendo che era volere di sua padre quel matrimonio. Però volevo aggiungere che se andiamo di questo passo, la classica donna calabrese ricca di tanti valori morali e romantici, va a perdersi come in un bosco senza luce e senza strada. Queste miriadi di telenovelle, stanno rovinando le “nostre donne calabresi”, io le odio quelle trasmissioni “rovina famiglia”, hai mai notato chi le produce? Sono quei paesi poverissimi del Centro e del Sud America, hai mai notato (non credo che le guardi e neanche io) qualche donna che lava un bicchiere od un piatto? No! Si notano solo a bere whisky ed armare grandi tavolate, corna e bicorna continue, separazioni, divorzi eccetera. Ecco cosa insegnano alle nostre donne calabresi queste telenovelas.

Adesso laggiù c’è un’altra moda che sta prendendo piega nella socialità: quando devi andare a trovare una tua amica ti rispondono: per mercoledì non venirmi a trovare, ho da vedere la puntata di quella telenovela. Adesso stanno ragionando anche in quest’ottica, programmare gli incontri e le visite di amicizia, in base al programma TV. Noi siamo abituati, quando riceviamo una visita, a spegnere immediatamente la TV, non puoi essere prigioniero di una scatoletta, ti pare? Invece tante famiglie tengono accesa la TV quando ci sono le visite di cortesia. Questa è la vera realtà cara Assunta, penso che l’aggiunta al tuo articolo parte di questo mio scritto, potrebbe essere di monito educativo e preventivo per le nostre donne calabresi, se vogliamo salvaguardare il nostro bagaglio romantico e di senso familiare, dobbiamo stare attenti a tutto ciò. Una volta la mamma e l’intera famiglia erano raccolte dal romantico e nostalgico “focolare”, ora questo non esiste più e le varie televisioni di una famiglia situate nelle varie camere, staccano il colloquio educativo della sacra famiglia, facendoci vivere: “separati in casa”.

Cara Assunta, spero di averti dato qualche idea in più, il tuo articolo è già bello e romantico, se vuoi puoi aggiungere qualche riga di questa mia aggiunta.
Rinnovo gli auguri natalizi, con affetto spontaneo e sincera amicizia da Gregorino Capano.

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