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Tradizioni, suoni, ricordi e aromi natalizi.

Il caratteristico suono delle zampogne fa da sottofondo ai ricordi di un Santo Natale che non c’è più . Solo la buona tavola sembra ricongiungerci alla nostra infanzia con pietanze e aromi che conservano quasi intatto il sapore di un tempo.

Durante il periodo imperiale la festa principale  era la nascita del Mitra (giorno della nascita del Dio sole indomito) che coincideva con il  solstizio d’inverno e veniva festeggiata il 25 di dicembre. I primi cristiani  dei secoli iniziali della Chiesa non festeggiavano  la natività (“luce del mondo” e “sole di giustizia“ come egli si definisce nel Vangelo di Giovanni). Soltanto a partire dal III – IV secolo d.c. i festeggiamenti per la nascita del Gesù si diffondono in tutte le chiese e prendono il posto dei festeggiamenti pagani.

Questa mia premessa ci porta  certamente molto lontano nel tempo,  ma  mi pare molto opportuna perché ci aiuta a capire da dove veniamo.
I miei ricordi mi rimandano a strade buie, con poche luci, con suoni di zampogne che allietano la novena natalizia.

Ricordo perfettamente gli zampognari che, a partire dalla sera  di Santa Lucia,  si spostavano per le vie del paese creando quell’atmosfera  di festa che oggi ci manca tanto. No,  non è nostalgia di un  passato spesso enfatizzato  ma la constatazione di una  tradizione molto sentita e partecipata da tutti che oggi lascia il posto ad una ricorrenza ormai totalmente in mano al giro vorticoso degli affari e del consumo.

Stehanu du’ crapu e Cenzu du’ cutrìsi  (non sono nomi di fantasia  ma uomini realmente esistiti), con i   loro strumenti (zampogna e ciaramella) si incamminavano per le vie del paese. Di tanto intanto si fermavano a qualche porta, accolti dai padroni di casa  i quali, dopo una breve chiacchierata  offrivano loro un bicchiere di vino, magari novello, travasato appositamente per utilizzarlo durante le feste, oppure un bicchierino di cognac o anice per riscaldarli dal freddo subito durante il tragitto:

Suonavano, suonavano  zampogne e ciaramelle
rallegrando i cuori di quanti assopiti
si riscaldavano al focolare
ricordando,  l’arrivo del Santo Natale.

La gente cantava: Arriva Natàala senza dinàri m’accattu ‘na pippa e mi mettu a ffumàra.
Sono versi senza autore, perché sono la sintesi  dei miei fanciulleschi ricordi. Mentre sto scrivendo mi si apre d’avanti agli occhi  il  film dei miei trascorsi. Curioso e sensibile al defluire del tempo, che all’udire dei suoni  gioioso, seguivo gli zampognari, che con le loro melodie mi avvertivano che stava  arrivando il Natale.

Chi non ricorda l’attesa della strenna? Si aspettava con ansia il Natale anche per ricevere dai nonni, dagli zii e dagli amici di famiglia (custodi della tradizione del dono) l’ omaggio di  pochi ma graditissimi spiccioli. Una volta in possesso di questa manciata di monetine, le mettevamo in tasca ed in armonia giravamo per il paese facendo sentire alla gente ed agli amici il suono delle monetine in nostro possesso.

Quanto freddo ci siamo sorbiti, fermi sotto qualche vagghju o vignànu, a giocarsi quei pochi soldini che eravamo riusciti a recuperare con la strenna.
Naturalmente i ricordi di chi ritorna indietro con la mente alla fanciullezza sono a volte molto offuscati da eventi e circostanze anche amare, ma la limpidezza dei momenti migliori riesce sempre ad avere il sopravvento.

Nel Natale che cambia possiamo comunque affermare che uno dei pochi aspetti della tradizione che ancora si conserva piuttosto bene è quello che attiene la preparazione di dolci e pietanze tipiche delle festività natalizie.

Le donne erano indaffarate e preparare i cururèdri o zzìppuli, in quantità industriale, praticamente ‘nu sportuni chjnu ( una sporta che può contenere 50 kg di peso).  Si usava scambiare queste preparazioni tra le famiglie della ruga,  naturalmente così facevano anche le altre famiglie. In questo modo ti trovavi zeppole di due tre fritture, che ovviamente erano state impastate con lo stesso lavàtu.

E friggendo friggendo, si impastavano anche molti crispèdri o murrinèdri anche questi utilizzati per accompagnare un bicchiere di vino offerto ad amici e parenti che facevano visita. I più benestanti potevano fregiarsi di carne contornata da polpette rotonde o a forma di cilindro, quando altri non potevano, andavano dal più vicino amico a farsi prestare qualche pietanza per raggiungere anche loro il famoso numero 13 che corrispondeva alle pietanze poste sulle tavole, non aveva alcuna importanza la qualità della cena ma la quantità delle pietanze obbligatorie… per festeggiare la vigilia del Santo Natale ed essere alla stregua degli altri almeno in quella sera.

L’autore: Gregorino Capano

Commenti 

 
0 #1 L'attesa del NataleDomenico Caruso 2008-11-14 10:30
Attesa del Natale

L’attesa del Redentore a S. Martino di Taurianova (R.C.) era espressa dal detto:
"Sant’Andrìa (30 nov.) portau la nova, /
ch’allu sei (6 dic.) è di Nicola, /all’ottu è di Maria, / lu tridici è di Lucia, / allu vinticincu (25 dic.) lu veru Missìa".

In altri luoghi della Piana di Gioia Tauro ci sono alcune varianti: "Sant’Andrìa portau la nova, /ca lu sei è di Nicola, / l’ottu è di Maria, / lu tridici è di Lucia, / lu vintunu (21 dic.) San Tomasi canta, / ca lu vinticincu è la Nascita Santa".

Domenico Caruso
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