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Le relazioni tra gli andreolesi e i sansostenesi, negli anni c'è sempre stata di profonda amicizia e rispetto. La domenica, il mio paese era affollato da Sanzostari che venivano a celebrare il loro giorno di riposo nelle numerose bettole di Sant’Andrea; come pure assolvere gli obblighi sociali, visitando gli amici del posto.
Basta soffermarsi sui numerosi matrimoni contratti tra questi due popoli e, la conclusione sarà che: l’interazione sociale e commerciale, durante quel periodo, era vibrante e viva. Ricordo benissimo zappe, falci, accette, picconi, pali per le viti (pali e vigna) costruiti dagli artigiani sansostenesi ed in vendita nella piazza di Sant’Andrea; ricordo tutte le ciliege consumate dagli andreolesi,che provenivano da San Sostene. Non so per quale motivo ma, a Sant’Andrea, ciliege (tipo graffiuoli), non ne venivano prodotte a sufficienza da essere vendute al pubblico. Le donne sansostenesi arrivavano a Sant’Andrea con la sporta sulla testa, a piedi, a vendere il raccolto.
Il traffico commerciale tra i due paesi era quotidiano, ma la persona che più rimane viva nella mia memoria è : Petrìzzi (il suo cognome era sconosciuto a tutti noi). Certi eventi e persone, restano impresse nella nostra Memoria; non perché sono epici, aristocratici o di elevata statura economica, ma per la semplicità, per la loro naturalezza, per la cordialità della persona e per la facilità che queste persone hanno di comunicare con gli altri. Petrìzzi era una di queste persone! Petrìzzi era esattamente così!
Gran donna, con una bella faccia rotonda, capelli grigio-neri raccolti in una bellissima treccia dietro la sua testa e tenuti insieme da utensili di osso chiamati “ferretti e pettinissi”. Petrizzia vestiva ,ve lo assicuro, molto modestamente: con sottana così lunga da nascondere i suoi piedi (scalzi). Il petto era coperto da una camicetta (jippuni) che copriva collo e braccia. Era una persona piacevole e molto gentile; pronta al sorriso e alla conversazione. La sua quotidiana presenza in Sant’Andrea la rese quasi “andreolese”.
Ogni giorno, Petrìzzi saliva sulla sua “Pedimobbili” e partiva per Sant’Andrea, dove avrebbe venduto le ricotte che la sua famiglia (credo) produceva. Con il secchio in testa da San Sostene a Sant’Andrea e poi, su e giù per tutti i viottoli andreolesi. Girava tutti i vicoli del paese e, con voce gentile e delicata, invitava gli andreolesi ad acquistare le sue ricotte : “Nda volìti ricotti? accattàtivi i ricotti ca’ su’ cardi cardi” e via via su e giù per i “mpetrati” che erano le strade di Sant’Andrea. Quando la stagione delle ricotte era finita, Petrìzzi ritornava ancora, quotidianamente, a vendere piccioni; cambiava frase, ma la dolcezza di quella umile donna rimaneva immutata : “ vi ccattàti i’ palumbèdri? Accattativi i palumbèdri e ffacitivi ‘nu bellu brodu”.
Non credo che oggi ci sia una donna moderna, dei nostri tempi, capace e/o disposta a fare tale viaggio; ogni giorno della settimana, a piedi (anzi con la sua piedimobile ), da San Sostene a Sant’Andrea. Credo di no!! Sono sicuro che Petrìzzi non ha mai sofferto di quelle malattie inflitte dallo stile della vita moderna. Colesterolo? E ccui ‘u sapìa!!!
Per i giovani lettori voglio descrivere cosa era la “Piedimobile”. Era “un’autovettura” fabbricata, in tutti i paesi del mondo, da due persone (spesso marito e moglie). Ogni membro di famiglia ne possedeva una, sin dalla nascita. La Piedimobile era veramente economica e non aveva bisogno di benzina, di olio del Medio Oriente, o di gomme dalla Sumatra e Indonesia.
Il meccanico era anche l’autista della macchina stessa ed era capace di fare ogni diagnosi di malfunzionamento. Per lo più, sapeva quando la macchina aveva bisogno di riposo e soprattutto quando aveva bisogno di fare rifornimento. E che benzina usava?: ‘na pignata ‘e havi bona adogghjata, altro che oro nero. Le fave e olio d’oliva in abbondanza creavano energia sufficiente per il motore.
Il gas emesso ( le fave) dal di dietro( la moderna marmitta), lavorava con un semplice principio della fisica: “per ogni azione c’e’ una reazione uguale e contraria. Quindi con ogni emissione c’era la propulsione che spingeva l’autista e la piedimobile in avanti. Di tanto in tanto avveniva un guasto alle gomme; quando l’autista metteva la gomma (il piede) su un vetro o un chiodo, oppure “attroppicàva” e logorava il dito. La piedimobile era una macchina semplice, la cui garanzia durava tutta la vita.
Petrìzzi la guidava molto bene e in tutti gli anni che ho avuto modo di conoscerla ed incontrarla non ricordo mai che lei avesse causato un incidente stradale. Petrìzzi, tu forse non ti sei mai accorta di me, ma io ti ricorderò fino alla fine della mia vita, e con il passare del tempo divieni sempre più bella nei miei ricordi.
Angelo Iorfida Canton, Ohio (USA) 08 Maggio, 2005
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