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25 Novembre 2008
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Approfondimenti
Non intendo in alcun modo considerare la politica come un’attività indegna di cui vergognarsi né tantomeno illecita. Anzi, intendo per politica un’attività tra le più nobili che possano esistere, perché mette a servizio della collettività e del bene comune intelligenza, capacità, impegno e responsabilità dei membri più idonei della collettività, democraticamente eletti.
Eppure, osservando quel che succede in Italia ormai da diversi anni, cresce l’impressione che questa nobilissima attività al servizio della comunità abbia perso la sua connotazione positiva, sia stata corrotta, cioè alterata rispetto all’integrità e alla nobiltà originaria.
Più che l’interesse comune sembra prevalere l’interesse di parte. I partiti politici, previsti dalla Costituzione quali strumenti per concorrere «con metodo democratico» a determinare la vita politica del Paese (art. 49), sembrano piuttosto armate corazzate orientate alla conservazione o alla conquista del potere. Il «metodo democratico» è stato vanificato e sostituito «con qualsiasi mezzo», non esclusi i tentativi di delegittimazione, le insinuazioni, le calunnie, il disprezzo ecc. nei confronti degli avversari politici.
La «democrazia maggioritaria» rischia di trasformarsi in una forma di «assolutismo» mascherato, in barba al pluralismo, sulla presunzione che il popolo così vuole perché così ha deciso eleggendo un gruppo (maggioranza) piuttosto che un altro (minoranza).
Contrariamente all’articolo 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», deputati e senatori sono sottoposti a una rigida logica di partito.
Il caso Villari, il neopresidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, è emblematico di quanto le segreterie dei partiti pretendano di collocarsi non al di fuori delle istituzioni, ma al di sopra. I fatti sono noti. Dopo mesi di stallo perché le segreterie dei partiti dell’opposizione pretendevano l’elezione di un candidato unico, non gradito alla maggioranza, questa fa una scelta autonoma per consentire finalmente alla Commissione di funzionare. Apriti cielo. L’eletto Villari, fino alla vigilia degnissimo senatore del Partito democratico, dopo l’elezione diventa un traditore e un venduto, che deve dare immediatamente le dimissioni, pena l’espulsione dal partito, sotto l’accusa infamante formulata dal solito Di Pietro di «essersi venduto per 30 denari». Il compratore non potrebbe essere, secondo lo stesso ex pubblico ministero, che Berlusconi, il grande «corruttore politico che compra il potere», paragonato al dittatore Videla.
Villari invece non si dimette ritenendo suo «dovere istituzionale di far funzionare la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai e garantire la sua continuità». Nel frattempo era stata trovata una convergenza dei vertici dei maggiori partiti su una candidatura alternativa nella persona di Sergio Zavoli (Pd). Questi, inspiegabilmente, accetta la candidatura, pur sapendo che Villari è stato eletto in maniera del tutto regolare. Forse avrebbe fatto meglio a non prestarsi ai giochi di potere poco trasparenti, visto che intenderebbe difendere «il decoro della politica». Di quale politica?
Anche le reazioni dei vertici delle istituzioni al caso Villari lasciano l’amaro in bocca. Invece di difendere la correttezza dell’elezione avvenuta, i presidenti delle due Camere invitano addirittura l’eletto a rassegnare le dimissioni in nome dell’accordo avvenuto tra i vertici dei principali partiti, pur sapendo che l’accordo avrebbe dovuto essere trovato prima dell’elezione e non dopo. Schifani e Fini devono difendere le istituzioni o i partiti?
Ma ha fatto peggio, a mio modo di vedere, il Presidente del Consiglio perché il governo nell’organizzazione di una Commissione parlamentare non ha proprio alcun diritto d’intromettersi. In nome di quale principio o di quale norma il capo dell’esecutivo può chiedere a un eletto democraticamente di dimettersi?
Stento persino a credere a quanto avvenuto, perché anche i vertici dei partiti e a maggior ragione le più alte cariche dello Stato sanno benissimo che non esiste alcuna norma costituzionale, legale o regolamentare che obblighi la maggioranza a lasciare che sia l’opposizione a determinare i presidenti delle commissioni di vigilanza e controllo. Sapevano benissimo che l’elezione di Villari era avvenuta regolarmente e avrebbero avuto buone ragioni per difendere le istituzioni e le regole democratiche. Questo ruolo è stato invece ben svolto da Marco Pannella, quando ha affermato che Villari «sta reagendo con dignità e fermezza, e non accetta di obbedire agli ordini di stampo delittuoso e partitocratrico».
Come il caso Villari, tanti altri contribuiscono a confermare l’impressione di una politica «corrotta», deviata dalla sua finalità originaria. Non c’è in Italia alcun tentativo di riforma che, lungi dal richiamare l’obbligo delle parti a «concorrere» a trovare le giuste soluzioni, non dia adito a scontri (verbali) violenti e a ogni forma di contrasto, dall’ostruzionismo parlamentare, alla diffamazione a mezzo stampa, alle dimostrazioni di piazza.
Sempre più spesso vengono introdotte nella politica categorie che non le appartengono. Affermare in un’aula parlamentare che il capo del governo è un corruttore è fuori luogo, perché la sede appropriata di una tale accusa è l’aula di un tribunale. Si può parlare di «pericolo per la democrazia» o di rischio di «dittatura», ma termini così forti hanno bisogno di spiegazioni e giustificazioni. Come si fa a lanciare accuse del genere, sapendo che è ben salda nel popolo italiano la coscienza democratica, che nemmeno una virgola della Costituzione può essere modificata senza una maggioranza parlamentare qualificata, che la distinzione dei poteri dello Stato è consolidata, che il regime dell’alternanza si è instaurato ormai anche in Italia, che le libertà fondamentali sono assolutamente garantite, comprese quella di scendere in piazza, di ricorrere al Capo dello Stato e alla Corte costituzionale, di richiedere un referendum abrogativo ecc.?
Siamo seri! Purtroppo, invece, la politica rassomiglia sempre più a un palcoscenico in cui si esibiscono, a turno, solo le primedonne dei partiti alla ricerca del successo personale ed eventualmente della propria parte.
Per fortuna gli spettatori, sempre meno interessati a questi giochetti, al momento opportuno sanno sempre premiare in base ai risultati e alle promesse credibili.
Giovanni Longu
Berna 24.11.2008
Eppure, osservando quel che succede in Italia ormai da diversi anni, cresce l’impressione che questa nobilissima attività al servizio della comunità abbia perso la sua connotazione positiva, sia stata corrotta, cioè alterata rispetto all’integrità e alla nobiltà originaria.
Più che l’interesse comune sembra prevalere l’interesse di parte. I partiti politici, previsti dalla Costituzione quali strumenti per concorrere «con metodo democratico» a determinare la vita politica del Paese (art. 49), sembrano piuttosto armate corazzate orientate alla conservazione o alla conquista del potere. Il «metodo democratico» è stato vanificato e sostituito «con qualsiasi mezzo», non esclusi i tentativi di delegittimazione, le insinuazioni, le calunnie, il disprezzo ecc. nei confronti degli avversari politici.
La «democrazia maggioritaria» rischia di trasformarsi in una forma di «assolutismo» mascherato, in barba al pluralismo, sulla presunzione che il popolo così vuole perché così ha deciso eleggendo un gruppo (maggioranza) piuttosto che un altro (minoranza).
Contrariamente all’articolo 67 della Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», deputati e senatori sono sottoposti a una rigida logica di partito.
Il caso Villari, il neopresidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, è emblematico di quanto le segreterie dei partiti pretendano di collocarsi non al di fuori delle istituzioni, ma al di sopra. I fatti sono noti. Dopo mesi di stallo perché le segreterie dei partiti dell’opposizione pretendevano l’elezione di un candidato unico, non gradito alla maggioranza, questa fa una scelta autonoma per consentire finalmente alla Commissione di funzionare. Apriti cielo. L’eletto Villari, fino alla vigilia degnissimo senatore del Partito democratico, dopo l’elezione diventa un traditore e un venduto, che deve dare immediatamente le dimissioni, pena l’espulsione dal partito, sotto l’accusa infamante formulata dal solito Di Pietro di «essersi venduto per 30 denari». Il compratore non potrebbe essere, secondo lo stesso ex pubblico ministero, che Berlusconi, il grande «corruttore politico che compra il potere», paragonato al dittatore Videla.
Villari invece non si dimette ritenendo suo «dovere istituzionale di far funzionare la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai e garantire la sua continuità». Nel frattempo era stata trovata una convergenza dei vertici dei maggiori partiti su una candidatura alternativa nella persona di Sergio Zavoli (Pd). Questi, inspiegabilmente, accetta la candidatura, pur sapendo che Villari è stato eletto in maniera del tutto regolare. Forse avrebbe fatto meglio a non prestarsi ai giochi di potere poco trasparenti, visto che intenderebbe difendere «il decoro della politica». Di quale politica?
Anche le reazioni dei vertici delle istituzioni al caso Villari lasciano l’amaro in bocca. Invece di difendere la correttezza dell’elezione avvenuta, i presidenti delle due Camere invitano addirittura l’eletto a rassegnare le dimissioni in nome dell’accordo avvenuto tra i vertici dei principali partiti, pur sapendo che l’accordo avrebbe dovuto essere trovato prima dell’elezione e non dopo. Schifani e Fini devono difendere le istituzioni o i partiti?
Ma ha fatto peggio, a mio modo di vedere, il Presidente del Consiglio perché il governo nell’organizzazione di una Commissione parlamentare non ha proprio alcun diritto d’intromettersi. In nome di quale principio o di quale norma il capo dell’esecutivo può chiedere a un eletto democraticamente di dimettersi?
Stento persino a credere a quanto avvenuto, perché anche i vertici dei partiti e a maggior ragione le più alte cariche dello Stato sanno benissimo che non esiste alcuna norma costituzionale, legale o regolamentare che obblighi la maggioranza a lasciare che sia l’opposizione a determinare i presidenti delle commissioni di vigilanza e controllo. Sapevano benissimo che l’elezione di Villari era avvenuta regolarmente e avrebbero avuto buone ragioni per difendere le istituzioni e le regole democratiche. Questo ruolo è stato invece ben svolto da Marco Pannella, quando ha affermato che Villari «sta reagendo con dignità e fermezza, e non accetta di obbedire agli ordini di stampo delittuoso e partitocratrico».
Come il caso Villari, tanti altri contribuiscono a confermare l’impressione di una politica «corrotta», deviata dalla sua finalità originaria. Non c’è in Italia alcun tentativo di riforma che, lungi dal richiamare l’obbligo delle parti a «concorrere» a trovare le giuste soluzioni, non dia adito a scontri (verbali) violenti e a ogni forma di contrasto, dall’ostruzionismo parlamentare, alla diffamazione a mezzo stampa, alle dimostrazioni di piazza.
Sempre più spesso vengono introdotte nella politica categorie che non le appartengono. Affermare in un’aula parlamentare che il capo del governo è un corruttore è fuori luogo, perché la sede appropriata di una tale accusa è l’aula di un tribunale. Si può parlare di «pericolo per la democrazia» o di rischio di «dittatura», ma termini così forti hanno bisogno di spiegazioni e giustificazioni. Come si fa a lanciare accuse del genere, sapendo che è ben salda nel popolo italiano la coscienza democratica, che nemmeno una virgola della Costituzione può essere modificata senza una maggioranza parlamentare qualificata, che la distinzione dei poteri dello Stato è consolidata, che il regime dell’alternanza si è instaurato ormai anche in Italia, che le libertà fondamentali sono assolutamente garantite, comprese quella di scendere in piazza, di ricorrere al Capo dello Stato e alla Corte costituzionale, di richiedere un referendum abrogativo ecc.?
Siamo seri! Purtroppo, invece, la politica rassomiglia sempre più a un palcoscenico in cui si esibiscono, a turno, solo le primedonne dei partiti alla ricerca del successo personale ed eventualmente della propria parte.
Per fortuna gli spettatori, sempre meno interessati a questi giochetti, al momento opportuno sanno sempre premiare in base ai risultati e alle promesse credibili.
Giovanni Longu
Berna 24.11.2008
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Commenti
Seguendo assiduamente le vicende politiche italiane, già almeno quindici anni fa percepivo che si sarebbe giunti a tale disaffezione verso la politica, disamore che sarebbe stato deleterio per la democrazia stessa.
La politica, si sa, è arte nobile. Serve - o dovrebbe servire - a scrivere le linee di indirizzo, a fare scelte "generali" per il generale bene del paese.
Il problema, a mio avviso, è nella qualità degli uomini che la politica la fanno, perchè in questi anni abbiamo assistito a esempi poco edificanti di politici, a tutti i levilli dell'attività amministrativo-politica.
Sì, concordo: ci sono solo primedonne, ma mancano "servitori". Fare politica, a mio avviso, significa proprio questo: servire la collettività. D'altra parte, la mia posizione non è per nulla originale. Già nel 1800, infatti, uno storico ed uomo politico francese, Alexis de Toqueville, aveva detto la stessa cosa. Nel suo "La democrazia in America", spiegava appunto le ragioni di quel sistema liberale. E diceva che il sistema politico americano lo si poteva definire, appunto, "democratico" in quanto in America tutti servono, con il proprio lavoro, gli altri. Con il suo lavoro, anche il Presidente - spiegava Toqueville - serve la collettività, fino al più umile del cittadino americano.
Buona giornata,
Giovanni Bambace