Effemeridi di Gennaio

di Domenico Caruso
Ogni anno che incomincia mi riporta ad una poesia, appresa fin dalle elementari, del fiorentino Pietro Mastri. Anche se alla mia nascita l’autore era già scomparso, il suo insegnamento è ancora attuale:
 
– Anno, che rechi tu?
– Le eterne cose.
Tenebre e luce, amore e poi dolore;
qualche lieve sorriso e poi dolore,
qualche nuova speranza e poi dolore,
per ognuno che nasce uno che muore,
neve d’inverno e a primavera rose.
– Anno che mi consigli?
Getta ogni tua menzogna, ogni tuo torto.
Fa’ che il dolore altrui per te non sia
la gioia: in esso il tuo dolore oblia.

Spazza la neve che t’ingombra l’orto,
e a primavera poi le rose odora.

(Da: Incipit vita nova)

I proverbi e il mese:
Gennaio, dal latino Ianuarius (sottinteso in origine mensis), divenuto per ragioni fonetiche Ienarius, corrispondeva all’undicesimo mese dell’anno ed era dedicato dai Romani al bifronte Giano, il dio che apriva le porte (ianuae).

Scrive Corrado Alvaro:

Iu su’ Janaru, di prima entratura,
‘nta tutti i mandri i fìmmani figghiaru.
L’alberi ciàngiunu pe’ la potatura
e pe’ muntagni i ricotti quagghiaru.
Capu Massaru di tutti li misi,
armanu ‘a caccia tutti li forisi.

(Dal sussidiario di cultura regionale: La Calabria, Carabba Ed. – 1926).
Il mese di gennaio impegna il contadino nel lavoro dei campi:
A jenaru puta paru, ma ‘u veru putazzu jè ‘u misi di marzu. (A gennaio pota dappertutto, ma la vera potatura si effettua a marzo).
‘A puta ‘i jenaru linchj ‘u guttaru. (La pota della vite a gennaio rende abbondante vino). Determinanti si rivelano le condizioni meteorologiche:
Se a jenaru stai ‘n cammisa, marzu crepa di la rrisa. (Se a gennaio rimani in camicia, marzo ti fa ridere a crepapelle). Anche un detto italiano e quello riportato, partenopeo, stanno a significare che se gennaio si copre di neve (si incamicia), a marzo farà bel tempo.
Un nostro proverbio sostiene che il gelo danneggia il seminato:
Se jenaru jè ‘nghjelatu si ‘ndi vaci ‘u siminatu.
Altri detti in lingua affermano il contrario: Il freddo di gennaio riempie il granaio. Sotto la neve pane e sotto l’acqua fame. Guardati dalla primavera di gennaio.
Se chjovi a jenaru tutta jerba e nenti ranu. (La pioggia a gennaio rende più erba che grano).
Jenaru erbaru. (Gennaio erbaio). Si dice anche:
Jenaru ovaru e frevaru erbaru. (Gennaio ovaio e febbraio erbaio).
Chjanta l’agghj ‘nta jenaru ca cogghj ‘na còfina e ‘nu panaru. (Seminando l’aglio in gennaio si fa un buon raccolto: si riempie una cesta e un paniere).
A jenaru notti e jorna sunnu paru. (A gennaio il giorno e la notte sono di pari durata).
«Con la Befana, che recava durante la notte ai bambini buoni un modesto dono e ai cattivi cenere e carbone, e con la suggestiva cerimonia del Battesimo di Gesù, si concludeva in passato il più atteso periodo dell’anno.
In Chiesa si pubblicavano le calende, cioè le feste mobili del calendario e le statistiche religiose riguardanti i battesimi, le cresime, i matrimoni e i decessi avvenuti durante l’anno nella parrocchia. Nella lettura venivano sottolineati i casi di morte verificatisi senza gli ultimi sacramenti.
Non mancavano, naturalmente, i commenti e i moniti per l’anno appena iniziato». (Da: Domenico Caruso, Storia e Folklore Calabrese).

Così, l’Epifania tutte le feste porta via:

Filati, cara matri, ca li festi su’ passati! –
Rispundi l’Epifanìa: – ‘Gnura no’, ca ‘nc’è la mia! –


Ricorrenze storiche:
I Basiliani in Calabria.
Il 2 gennaio si commemora San Basilio il Grande (330-379), dottore della Chiesa. Uomo di pace e di azione oltre che di pensiero, coordinò e disciplinò le norme monastiche del tempo dettando le sue Grandi e Piccole Regole. I monaci basiliani si diffusero in Italia molto più tardi per scampare alle persecuzioni iconoclastiche. Dal VI secolo d.C. i profughi religiosi, giungendo dal Medio Oriente e dall’Africa settentrionale, favorirono il propagarsi del Cristianesimo.
Il monachesimo bizantino risultò un fatto positivo sia dal punto di vista spirituale che da quello culturale.
Sorsero anche nella nostra Piana (oggi di Gioia Tauro) numerosi conventi: cenobi se i monaci vivevano in comunità, laure se stavano insieme per un certo periodo. In ognuno figurava lo scriptorium per la creazione di libri e manoscritti.
Importanti monasteri si registravano nei territori di Seminara, Sinopoli, Galatro (in cui vi era pure uno femminile), Borrello, Terranova, San Giorgio; altri a Cinquefrondi, Melicuccà, Molochio, Rosarno e Tauriana.
Ai più famosi luoghi di culto di detta Piana sono legate affascinanti vicende, come quella della Madonna Nera di Seminara e quella del Crocifisso di Terranova Sappo Minulio.

La Madonna dei Poveri.
Fra le Madonne nere che si venerano in Italia (Oropa, Tìndari e Seminara), la nostra è senz’altro la più misteriosa e imponente (alta 92 cm). Poggiata su un trono in oro laminato, tiene in braccio il Bambino che indossa il saio legato da un cingolo e reca in una mano un globo sormontato da una piccola croce e nell’altra un rametto.
Secondo la leggenda la statua di Seminara apparteneva al vescovo Basilio di Cesarea (Cappadocia), proclamato santo, il quale la consegnò ai suoi monaci per portarla a Tauriana, nuovo centro di vita religiosa, ma venne abbandonata a causa delle incursioni arabe. Il primo documento ufficiale risale al 1325. L’immagine fu, quindi, rinvenuta nella campagna circostante sotto un mucchio di pietre un martedì o mercoledì santo da alcuni cittadini di Seminara.
I nobili del luogo tentarono di trasportarla, ma ogni sforzo risultò vano per la sua pesantezza. Sollevata, allora, dalle classi più umili si rivelò leggera, per cui fu definita la Madonna dei Poveri e divenne la protettrice della città. Si ritiene che la statua provenisse da una bottega francese e fosse diretta in un vicino paese di rito latino. Venne restaurata a Napoli nel 1780 su commissione del dottor Sanchez, ricco spagnolo. Per i solenni festeggiamenti, che hanno luogo dal 10 al 15 agosto di ogni anno e ai quali si accompagna una rinomata fiera, accorrono migliaia di fedeli da ogni parte della Calabria.

Personaggi (nascita e morte):
1° genn. 1905/2 giugno 1971 – Rosarno: Vincenzo Lacquaniti.
6 gennaio 1857/30 agosto 1929 – Sinopoli: Domenico Ventra.
9 gennaio 1877/1940 – Rizziconi: Edoardo Arcuri.
10 genn. 1935/16 febbr. 1999 – Maropati: Michele Villone.
21 gennaio 1902/1986 – Palmi: Domenico Antonio Cardone.
23 gennaio 1907 – Palmi: nasce Giovanni Semerano.
28 genn. 1859/10 marzo 1934 – Giffone: Filippo Antonio Alvaro.

Tradizioni e folklore:
Fra le pagine dei più illustri personaggi del passato, ho scelto quella dello storico e demologo Giovan Battista Marzano (1842-1902) che annota i riti di Laureana di Borrello (Capodanno ed Epifania), in parte (v. sopra le calende) comuni agli altri centri della nostra Piana. (Dagli: Scritti – vol. III).

Capo d’anno – «La notte di Capodanno, quando tutti dormono, il “tamburinaio” ed il “grancassaio” del paese vanno in giro per l’abitato e soffermandosi sotto le case dei galantuomini e dei benestanti augurano loro, con quanta voce hanno in gola, le buone feste e il buon principio del nuovo anno, dopo un rullo di tamburo e vari colpi di grancassa, e la mattina si presentano alle famiglie per richiederne il regalo. Fra i cittadini scambio di auguri su tutta la linea».

Epifania – «Si toglie il Bambino dal presepio con la solennità di Natale. Nella Chiesa Matrice, durante la celebrazione della Messa solenne del mezzogiorno, un sacerdote, indossati i sacri paramenti, sale sul pulpito e leji li calendi. […] La sera, dopo la funzione, tutti vanno a baciare il Bambino, mentre sull’organo si suona allegramente e si canta la pastorale».

La nostra comunità ha ereditato dal mondo classico forme rituali precristiane per scandire i cicli fondamentali definiti dal mutare del tempo e delle stagioni.
Anche fra le celebrazioni liturgiche della Chiesa non mancano ancora i momenti in cui sono presenti i simboli che esprimono le esigenze popolari del passato. Sono mutati soltanto il linguaggio e la forma.
Secondo un’antica credenza, gli animali una volta all’anno acquistano il dono della parola. In alcuni paesi ciò avviene la notte di Natale e in altri quella dell’Epifania. Pertanto i contadini, nel timore che le bestie possano accusare i padroni di qualche difetto, danno ad esse per la circostanza del cibo abbondante.

E per finire:
Riprendo il tema di una mia composizione giovanile pubblicata ne La Tecnica della Scuola – Rassegna quindicinale dell’istruzione dell’obbligo – Catania – (Anno XX n. 10 del 16 febbraio 1969 – pag. 35) per esortare al bene sia i miei nipotini che tutti gli altri bimbi: Un anno.

Piccino mio, lo sai che cos’è un anno?
E’ un giro della Terra intorno al Sole,
lacrime e gioia, speme e pure affanno;
è l’incalzar d’eventi belli e brutti,
un rapido invecchiare di noi tutti.
Sogni, bambino, un avvenir sereno?
Accetta questa vita come un dono
e la grandezza del creato ammira:
l’olezzo di viole, un frullo d’ali,
il dolce viso di persone care…
L’amore, vedi, è il celestiale raggio
che di calore inonda il cor ch’è pio:
cogli una rosa quando bussa maggio
e leva la tua lode al Sommo Iddio!
(D. Caruso)
Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

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