Effemeridi di Febbraio

di Domenico Caruso
Febbraio, che in origine chiudeva l’anno, era il mese delle purificazioni. Februarius è divenuto più tardi, nella lingua parlata, Febrarius. Consacrato dai Romani al dio Nettuno, costituiva un periodo di penuria per il contadino che oltre alla scarsità di provviste doveva affrontare i rigori della stagione.
Il due del mese, ricorrenza della Candelora (dal tardo latino festum candelarum) si benedicono le candele da conservare in casa per il momento in cui si rende necessario il ricorso alla divina protezione.

Ricorrenze storiche memorabili:

5 febbraio 1783 – «Bruscamente, a mezzogiorno e mezzo, un fragore rimbombante più di un tuono violentissimo, salì dalle profondità della terra, e quasi istantaneamente una scossa, che mai eguale si ricordava fece traballare il suolo dell’intera Calabria. La scossa durò due minuti, enorme durata per un terremoto, quantunque in se stessa brevissima. Centoventi secondi bastarono a non lasciare in piedi per così dire una casa per l’estensione di 60 leghe quadrate circa, ed a seppellire 32 mila abitanti sotto le rovine». (Da: Francesco Lenormant, La Magna Grecia – La Calabria, vol. 3°).
Il brano del noto scrittore francese ci dà un’idea del Flagello che ha distrutto anche gran parte della Piana di Gioia Tauro.

Personaggi principali della Piana di Gioia (nascita e morte):
5 febbraio 1897/25 dic. 1967 – Taurianova (Radicena): Alessandro Monteleone.
7 febbraio 1915/22 marzo 1998 – Rosarno: Sandro Paparatti.
11 febbraio 1887/1909 – Gioia Tauro: Antonio Barone.
15 febbraio 1734/1805 – Seminara: Domenico Grimaldi.
20 febbraio 1791/9 luglio 1813 – Palmi: Nicola Antonio Manfroce.
21 febbraio 1834/8 febbraio 1911 – Palmi: Domenico Augimeri.
22 febbraio 1901/25 apr. 1931 – Galatro: Guglielmo Umberto Alvaro.
23 febbraio 1745/4 agosto 1815 – Rosarno: Francesco Maria Pignatelli.
29 febbraio 1884/28 giugno 1937 – S. Procopio: Mons. Bruno Occhiuto.

Eventi e folklore:
5 febbraio Plaesano: Dalle rovine del terremoto del 1783, ogni fedele ha raccolto un coccio di tegola (’u stracu) che ha conservato come reliquia dopo aver toccato nel giorno della sua ricorrenza l’effigie di San Biagio. In caso d’infermità, l’oggetto verrà posto sulle parti sofferenti del corpo (con preferenza del ventre) per la guarigione.
A proposito del culto del Santo, il prof. A. Basile osserva che esso, «oltre la forma semplice, ha a Plaesano anche forma drammatica con i giri attorno alla chiesa. Infatti oltre il giro che ogni singolo massaro compie attorno alla chiesa per proprio conto con i propri animali, ci sono i giri collettivi in processione attorno ad essa con la statua del Santo. Ad ogni giro, passando davanti alla chiesa, la statua viene fatta inchinare davanti alla porta, in omaggio al Santissimo».
(Da: Folklore della Calabria – Anno I n. 4 – dicembre 1956).

Varie:
Dalla leggenda al proverbio:
Mamùrio Vetùrio, simbolo dell’inverno, una specie di re Carnevale rappresentato da un uomo coperto di pelli, alla vigilia delle Idi di marzo veniva bastonato dalla folla e mandato fuori dalle mura di Roma. Poiché l’inizio dell’anno cadeva in marzo, l’allontanamento del mitico personaggio significava quasi una cacciata dell’anno trascorso. Passando di notte intorno alle case, Veturio (che vuol dire vecchio) gridava: O fora o non fora, quaranta juorni ci hadi ancora. (Fuori o non fuori, ho ancora quaranta giorni d’inverno). Secondo una nostra leggenda, la notte della Candelora un orso (o un lupo) si aggirava per paesi e villaggi. In altri luoghi, al posto degli animali, era un vecchio malvagio ad avventurarsi in cerca di bambini da divorare. Da ciò potrebbe essere derivato il detto: Da’ Candilora (2 febbraio) ‘u ‘mbernu è fora; ma se nesci l’urzu da’ tana dici: se voliti e se non voliti, ‘n’atri coranta jorna di ‘mbernu ‘ndaviti!. (Per la Candelora l’inverno è fuori ma, uscendo dal suo covo, l’orso afferma che ancora si avranno quaranta giorni di freddo, lo si voglia o no).
Il mese è corto ma amaro, poiché costringe gli anziani a stare al focolare: Frevaru curtu e amaru, scòrcia i vecchi o’ focularu.
Ma ci sono anche i lati positivi e sia colto da febbre chi per primo lo ha definito “febbraio”, essendo invece il fiore dei mesi che fa crescere l’erba, abbellire le donne ed accoppiare i gatti, in barba a gennaio: Frevi mu ‘ndavi cu’ frevi mi misi, ca sugnu lu hjuri di tutti li misi: fazzu l’erba crìsciari, li donni abbellìsciari, li gatti vannu a paru, a la barva di jenaru.
(Da: D. Caruso, Storia e folklore calabrese – 1988).
Un detto rammenta la “febbre” della terra che si riscalda per dar vita alle piante: Frevaru, ‘a frevi ‘a terra. Da San Valentino (14 febbraio), primavera sta vicino.

Scrive Corrado Alvaro:

Iu su’ Frivàru. Ogni erba nasci.
Di chistu tempu nasci la viola:
la picurella ‘nta li chiani pasci,
mentri lu lupu lu denti s’ammola.
Pe’ li muntagni che su’ arti e bassi
‘nci canta lu cardillu cola cola.
(Dal sussidiario di cultura regionale La Calabria, Carabba Ed. – 1926).

Farse popolari di Carnevale

Riporto due strofe iniziali della farsa, raccolta da G. B. Marzano, che veniva rappresentata per le vie di Laureana di Borrello.
Pulcinella:
Fati largu, fati largu ca ccà ‘vanti
una farsa facimu, ch’è ricriju
di questa genti e di questi signori.
Io su’ Puricinella, venutu di Pizzolo,
figlio d’aggenti nobili, niputi di Don Triciolo.
E sono in questa piazza, cu’ ‘stu bon grosso cornu,
sedete, ve ne prego, signori, che state ‘ntornu.
‘Na cosa mi dispiaci, ca no’ si mangia troppu,
mangiu accussì accussì, ‘nu porcu mi lu sproppu,
e ‘ncoppa, poi, ‘nci jetta st’armata mia berrecchia,
di vino sei quartucci, alla misura vecchia.
Intanto me ne vado, miei nobili signori,
innanzi il nostro Prologo comincia a recitari […]
Carnilevari:
Jeu puru è veru su’ Carnilevari,
‘sta facci mi risplendi comu ‘u suli,
e n’autru comu a mmia no’ si po’ fari
senza pigghjari reguli e misuri.
Fici ‘sta vita mia tra tanti sciali
mangiandu carni, satizzi e maccarruni,
e vui autri chi no’ aviti chi mangiari
va jativindi supra a ‘ssi timpuni;
guardativi la panza di razzari
ca jeu ccà mangiu e ‘mbivu a sonnu chinu.
Frattantu nescirà lu Cusentinu.
(Da: La Calabria – Rivista di Letteratura Popolare – Anno VI n. 4 – Monteleone, 15 dicembre 1893).
Pensierino finale:
Il nostro Carnevale ha origini remote: occorre risalire alle antesterie greche in onore di Dionisio, prima dei “saturnali” dei latini. Seneca ammonisce: Tolerabile est semel anno insanire. (Può tollerarsi che una volta l’anno si facciano pazzie). Con il Cristianesimo l’ultimo giorno di Carnevale segnava l’inizio della penitenza. Dopo l’incendio del fantoccio libertino, era indispensabile carnem levare, astenersi dalla carne e prepararsi alla Quaresima per essere degni della gioia pasquale.
Ma se la trasgressione dura l’intero anno, qual è oggi il senso del Carnevale?
D’altra parte, ha ragione l’Ecclesiaste nell’affermare “Nihil sub sole novum” ed ancor più Leopardi nel proclamare il predominio dell’effimero: “Oggi non può scegliere il cammino della virtù se non il pazzo, o il timido e vile, o il debole e misero”. (Dallo Zibaldone).

Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Calabria)

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