Effemeridi di Marzo

di Domenico Caruso

I proverbi e i mesi:

I proverbi rappresentano la testimonianza del legame che per millenni ha unito l’uomo e la natura. Gli almanacchi a partire dal Settecento hanno diffuso, specialmente fra la gente di campagna, gli enunciati di saggezza popolare riguardanti l’andamento delle stagioni e le previsioni del tempo. Nell’era tecnologica, con la crisi dell’agricoltura e l’impiego delle migliori forze del lavoro in settori diversi, abbiamo assistito più di recente ad un ritorno alla terra sotto forma di svago e di ricerca di prodotti genuini. Questo c’incoraggia a sperare che il ritorno alle origini possa contribuire al benessere della società.

Marzo, Martius mensis – dedicato a Marte, dio della guerra e protettore dei Romani, occupava il primo posto nel calendario. Il motivo è nel genitore di Romolo e Remo, Marte, che più anticamente veniva considerato il dio dei campi e portatore della primavera.

 

Detti e proverbi:

L’instabilità meteorologica con l’alternarsi del sole e della pioggia, tanto utile alla campagna, è ben espressa dai detti: Marzu è pàcciu. (Marzo è pazzo). Se marzu no’ marzìja, ‘u massaru no’ palìja. (Se marzo non marzeggia, il raccolto di grano risulterà scarso). Altri aforismi popolari sul mese: Ddeu mu ti lìbbara da’ cuda ‘i marzu e da’ testa d’aprili. (Incerti e freddi si presentano la fine di marzo e l’inizio di aprile). I trona ‘i marzu rispìgghjanu ‘i serpi. (I tuoni di marzo risvegliano le serpi). Marzu hjùri e aprili ‘ndavi l’onuri. (Marzo fiorisce e l’onore va tributato ad aprile). P’’a Nunziata ‘a spica è nata. (Per il 25 marzo, mio dì natale, la spiga è spuntata). Quandu hjùri ‘a bruvera arrivau ‘a primavera. (La fioritura dell’erica indica l’arrivo della primavera). ‘U friddu ‘i marzu trasi ‘nto cornu du’ voi. (Il freddo marzolino penetra nel corno del bue).

 

Ricorrenze storiche memorabili:

Il solenne Parlamento.

Nel 1265 Carlo d’Angiò, invitato dal pontefice Clemente IV, giunse in Italia e sconfisse gli Svevi. Scelse, quindi, Napoli come capitale del regno. Ma i Vespri (1282), grazie anche all’aiuto di Pietro III d’Aragona (eletto nel 1283 re di Sicilia), segnarono la fine dell’oppressione francese.

Carlo lasciò l’Italia, dopo aver eletto suo successore il figlio Carlo lo Zoppo – principe di Salerno – che si era rifugiato con i suoi nella Piana di S. Martino.

Quest’ultimo, per gratificarsi i sudditi, il 30 marzo 1283 convocò nel nostro Castello «un solenne Parlamento nel quale si presero molte decisioni in questa direzione: furono revocati, per esempio, gli aggravi fiscali che maggiormente rincrescevano ai nobili; si tolsero certi fastidiosi divieti di nozze, come quelli che proibivano di contrarre matrimoni con le figlie dei condannati per tradimento; si ordinò di non confiscare più i beni delle mogli dei fuorusciti; si liberarono da ogni gabella le vettovaglie che dovevano essere trasportate da un luogo all’altro del regno; si diminuì la taglia per gli omicidi non provati e si vietarono le indagini spontanee (e quindi spesso arbitrarie) dei magistrati. Insomma, si affermò di voler restaurare le leggi di Guglielmo il Buono, dimenticate, si disse, per l’antica tirannide degli Svevi e per la recente malizia di certi ministri e alti ufficiali che avevano tradito la buona fede del re».

(Da: Storia d’Italia – Vol. IV – pag. 1047 – Fabbri Ed. – MI, 1965).

Con la morte di Carlo d’Angiò e di Pietro III, avvenuta per entrambi nel 1265, la Sicilia rimase sotto il dominio di Federico d’Aragona (1302) che prese il titolo di re di Trinacria.

 

Personaggi principali della Piana di Gioia Tauro (nascita e morte):

1° marzo 1878/24 nov. 1940 – Molochio: Angelo Cosmano.

5 marzo 1575 –Taurianova: morte di Angiolo da S.Martino, vissuto nel XVI sec.

13 marzo 1901/1974 – Melicuccà: Giuseppe Calogero.

13 marzo 1816/1851 – Taurianova: Girolamo Zerbi.

17 marzo 1770/6 marzo 1800 – S. Eufemia d’Aspromonte: Carlo Muscari.

23 marzo 1882/28 dic. 1953 – Sinopoli: Filippo Repaci.

 

Eventi e folklore:

8 marzoFesta della donna.

L’8 marzo è dedicato ai diritti del gentil sesso. Le relative associazioni organizzano manifestazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi femminili. Avendo inteso la ricorrenza come un motivo di trasgressione, tanti hanno trascurato di indagare sulle sue origini risalenti al 1908. Nei primi giorni di marzo di quell’anno, infatti, a New York le operaie dell’industria tessile Cotton avevano incominciato la protesta contro le condizioni disumane in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si era protratto fino all’8 del mese, allorquando il proprietario Mr. Johnson bloccò le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Scoppiato all’interno un incendio, le 129 donne prigioniere perirono miseramente tra le fiamme. La tragica data fu proposta come giornata di lotta internazionale, prima di diventare Festa delle donne. La mimosa, col suo colore giallo, che fiorisce in quel periodo ed in passato costava poco, venne scelta per la prima volta in Italia (1946) come simbolo di riscatto della dignità femminile.

 

Dalla stampa del passato – (Da S. Martino di Taurianova) –

L’abolizione della festività di S. Giuseppe ha modificato usi e costumi.

I mutevoli decreti legislativi creano un disorientamento nella società. Se poi i cambiamenti intaccano gli usi e i costumi del popolo, il danno arrecato è notevole. Da quando è stata abolita la festività di S. Giuseppe, la tradizione risulta compromessa e la routine quotidiana appiattisce e cancella le memorie più care. Infatti, nelle nostre famiglie c’è sempre qualcuno che porta il nome dell’umile sposo di Maria, essendo un tempo molto sentita anche nelle sperdute contrade la solennità del 19 marzo. Rievocare le antiche cerimonie è come aprire un meraviglioso libro di fiabe.

Non lontano dallo scoppiettante focolare degli avi, si addobbava un semplice altare con l’effige del venerando Patriarca ed ivi si riuniva la famiglia e il buon vicinato. Per nove sere consecutive si recitavano Rosari e si elevavano inni di ringraziamento:

San Giuseppi chi siti lu Patri,

siti Vìrgini comu la Matri;

Maria la rosa, Giuseppi lu gigliu:

dàtindi aiutu, riparu e cunsìgliu!

Il giorno della festa si procedeva al rito delle verginelle ed al pranzo di S. Giuseppe.

Due persone anziane rappresentavano S. Gioacchino e S. Anna – genitori di Maria, un adulto S. Giuseppe, una giovinetta la Santa Vergine, un ragazzino Gesù Bambino e tredici fanciulle vestite di bianco le verginelle.

Al mattino, in chiesa, si assisteva alla Santa Messa e si riceveva il Sacramento dell’Eucaristia. A mezzogiorno, a tavola, venivano servite tredici portate diverse come: pasta e ceci, broccoli, stoccafisso, formaggio pecorino, crespelle col baccalà, fichi secchi, finocchi e tanto buon vino. Prima di portare il cibo alla bocca s’intonava un altro Rosario:

S. Giuseppi meu, Patri dilettu,

veniti a la me’ casa ca V’aspettu:

alla me’ casa vògghju mu veniti,

a li bisogni me’ mu succurriti!

La cerimonia si concludeva a sera inoltrata col ballo della tarantella e gli auguri di pace che scaturivano dal profondo dei cuori. F/to Domenico Caruso. (Da: L’Inserto di Calabria – Castrolibero – CS – Anno I n. 10 – pag. 38 – 18/24 Marzo 1993).

I dispetti di Marzo:

• Si racconta di una vecchia che, uscita con il suo gregge, ritenendo che a Marzo il cattivo tempo fosse terminato, indossò delle vesti leggere e fu colta dal freddo. Incontrato, quindi, il mese gli sputò dietro mandandogli mille maledizioni. Marzo, facendo finta di nulla, le chiese dove si sarebbe recata il giorno dopo. Per diverse volte la vecchia l’ingannò, affermando di andare in un luogo anziché in un altro. Ma, trascorso il trentesimo giorno (tanti ne contava allora il mese), la donna rivelò che sarebbe andata al monte. Fu così che Marzo si fece prestare un giorno da Aprile e, scatenando una bufera, massacrò la vecchia e le sue pecore.

(Rid. da: C. Lapucci, La Bibbia dei poveri, A. Vallardi – MI, 1995).

• Secondo un’analoga leggenda calabrese, il pastore era lieto per aver salvato il gregge dai dispetti di Marzo ormai concluso. Ma il mese, con un giorno preso in prestito dalla sorella Aprile, provocò un violento temporale che colpì sia il pecoraio che i suoi animali. Da qui il detto: – Passau Marzu e ‘i pecuri mej l’haju a lu jazzu. – Rispundìu Marzu e ‘nci dissi: – Mi prestu ‘nu jornu di me’ soru Aprili e ti fazzu pecuredi a lu jazzu nommu ‘ndi vidi! – (Dai: Proverbi di S. Martino dell’autore).

 

Per finire:
Il mito.

La Primavera aveva tre figli: Marzo, Aprile e Maggio. Aprile e Maggio erano sempre allegri e simpatici, Marzo invece cambiava sempre d’umore e godeva nel fare dispetto alla gente. […] Ma la Primavera aveva una vera predilezione per il suo figlio maggiore e non lo rimproverava mai. […] Ai tre ragazzi la madre lasciava, per un mese ciascuno, il governo dei venti e quando era il momento di Marzo nessuno riusciva a capire più nulla e il sole e le bufere, e il bel tempo e la burrasca si alternavano senza sosta. Un bel giorno la madre disse: «Senti Marzo mio, per tutto l’inverno ho messo da parte tanta biancheria sporca e ora devo proprio lavarla; per favore fammi qualche giorno di bel tempo e di sole forte così posso andare al fiume e asciugare i panni presto». «Certo mamma!», rispose Marzo, «domani ci sarà un tempo bellissimo e voi potrete lavare i panni che vorrete». L’indomani il cielo era limpido, il sole splendeva e un lieve venticello portava il profumo dei fiori in boccio. La Primavera cominciò il suo lavoro: andò al fiume, lavò e stese i panni sui prati verdi e le candide lenzuola splendevano al sole di mezzogiorno. Tutto era tranquillo, ma Marzo affacciandosi un momento non riuscì a resistere al desiderio di fare uno scherzo alla madre che ancora risciacquava nelle acque tiepide del fiume. Si alzò dunque un forte vento di maestrale che cominciò a far volare lenzuola, tovaglie e fazzoletti, mentre la povera Primavera, coi capelli al vento, cercava disperatamente di rincorrerli. (Da: Mario Caligiuri, Guida insolita della Calabria – Newton & Compton Ed. – Roma, 2001).

Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

 

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