Effemeridi di Aprile

di Domenico Caruso

Un lieve stormire di foglie,
l’ingenuo sorriso d’un bimbo,
un fresco mattino d’aprile,
l’incanto d’un dolce tramonto
son tutta la gioia di vivere!
(Da: D. Caruso, Liriche e satire, G. Lucente Ed. – CS, 1963).

Nelle brevi pennellate della nostra fanciullezza, la salubre aria di aprile contribuisce a dare un senso alla vita. Anche nella poesia di Pascoli, la povertà di Valentino non attenua la festa primaverile. Il vispo contadinello, al pari dell’uccelletto che salta fra i rami fioriti del ciliegio, non sa “ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare/ ci sia qualche altra felicità”.


I proverbi e i mesi
:

Aprile, dal latino aperire in quanto apre la bella stagione, figurava al secondo posto dell’antico calendario romano. Il 21 del mese consacrato a Venere Aprilia – la dea che dava inizio al tempo dei fiori e dei frutti – si celebrava il Natale di Roma. Per i contadini rappresenta un periodo d’intensa attività.

Detti e proverbi:

Ad aprili favi chini, ma se no’ veni maju no’ ‘ndi cucini. (Ad aprile le fave sono già piene, ma per cucinarle devi attendere maggio). Ad aprili menti lu vermu ‘n caddu e no’ llu diri. (Ad aprile sistema il baco da seta al caldo ed in gran segreto per evitare il malocchio). ‘E primi d’aprili a li margi no’ ‘nci jiri, ma se pe’ sorta vai dintra e di fora no’ ti mentìri mai. (Ad aprile non ti recare a zappare i terreni incolti, ma se ci dovessi andare evita le parti laterali). O’ primu aprili aundi ti mandanu non jiri. (Guardati dai pesci d’aprile!). ‘U friddu d’aprili dall’aria si vidi. (Il freddo di aprile si sente nell’aria). 


Ricorrenze storiche
:

La battaglia di Seminara.

La prima battaglia si ebbe nel 1495 allorquando Ferdinando II d’Aragona dovette abbandonare la capitale partenopea, stretta d’assedio da Carlo VIII d’Angiò, e rifugiarsi a Messina. Da qui chiese l’aiuto del consanguineo Ferdinando V di Spagna (il Cattolico), che gli inviò il Gran Capitano Consalvo Fernandez de Cordoba ed i rinforzi con i quali – dopo l’assedio e la conquista di Reggio – passò a Seminara. I francesi, pur sconfitti, attesero l’occasione della rivincita che ottennero qualche tempo dopo. Nella seconda battaglia gli spagnoli passarono all’offensiva. Il 13 aprile 1503 un esercito giunto dalla Sicilia annientò i francesi fra Gioia e Seminara. La nomina di Consalvo a viceré del Regno di Napoli, da parte de il Cattolico, diede così inizio alla dominazione spagnola caratterizzata essenzialmente dalla corruzione amministrativa e dal fiscalismo che fiaccò l’economia. Il terrore delle incursioni turchesche completò il resto.

Personaggi della Piana di Gioia Tauro (nascita e morte):

3 aprile 1879/3 aprile 1966 – Rosarno: Gaetano Borgese.
5 aprile 1898/19 luglio 1985 – Palmi: Leonida Rèpaci.
5 aprile 1900/1981 – S. Procopio: Serafino Borgia.
5 aprile 1921/29 luglio 1971 – Sinopoli: Antonio Capua.
6 aprile 1881 – Laureana di Borrello: nasce Giuseppe Blasi.
6 aprile 1866/15 febbraio 1945 – Rosarno: Francesco Foberti.
6 aprile 1574 – Taurianova – S. Martino: morte di Francesco da San Martino.
7 aprile 1899 – Molochio: nasce Salvatore Alessio (Don Turi).
10/4/1912-19/3/‘93 – S. Cristina e Molochio (50 anni di sacerdozio): G. Quattrone. 12 aprile 1908/9 febbraio 1973 – Palmi: Antonino Basile.
16 aprile 1791 – Taurianova: nasce Antonino Fera.
19 aprile 1915/29 maggio 1979 – Rizziconi: Ugo Arcuri.
26 aprile 1917/1993 – Rosarno: Gaetano Grillea.
28 aprile 1593 – S. Cristina d’A.: Frate Desiderio Mazzapica (morto a Lecce).
28 aprile 1874/31 marzo 1950 – S. Eufemia d’Aspromonte: Carmelo Tripodi.
 

Tradizione e folklore:

La Settimana Santa e la Pasqua

«La Pasqua cristiana racchiude in sé un profondo significato di rinascita spirituale, ma anche cosmica, momento di consacrazione e di purificazione degli elementi. L’acqua e l’uovo sono i simboli della festa, simboli concreti di potenza fecondatrice: come al tempo del solstizio d’inverno, anche per la Pasqua i contadini calabresi si provvedevano dell’ acqua nuova attinta alle fonti seguendo precise indicazioni rituali. L’acqua viene deposta in un orciolo nuovo e il pater familias, alla mezzanotte del sabato santo, ne beve un poco e bagna la casa invocando su di essa prosperità e benedizione». (Da: M. Caligiuri, Guida insolita della Calabria – Newton & Compton Ed. – Roma, 2001).

Rimangono attuali nella nostra Piana, con ricchezza di forme e di spettacolo, le principali tradizioni della Settimana Santa che culminano nella Resurrezione di Pasqua. La Domenica delle Palme (‘a festa d’’a ‘liva), durante la solenne Messa, si benedicono le “conocchie”di candida palma e i ramoscelli di ulivo che poi i fedeli custodiscono in casa affinché portino loro fortuna e pace. Segue la processione, intorno o nella piazza antistante al sacro tempio, in ricordo dell’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme.

Senza interruzione, i fedeli si alternano ad adorare il SS. Sacramento.

Il Mercoledìsi celebra l’ufficio delle Tenebre che consiste nello spegnimento graduale di tredici o di sette candele, mentre il celebrante canta il Miserere mei Deus. In passato, al momento del buio si batteva a lungo sui banchi e sugli altari per simulare il terremoto verificatosi alla morte di Gesù.

Il Giovedìè tutto un susseguirsi di suggestive manifestazioni.

In ogni chiesa vengono esposti sfarzosi paramenti e si allestisce il Sepolcro con ceri accesi e piatti ricolmi di piantine di cereali cresciute al buio.

Nella serata, durante la Messa in Coena Domimi, il sacerdote lava e bacia i piedi di dodici fedeli in camice bianco – raffiguranti gli Apostoli, prima di offrire loro un pane benedetto.

In alcune località il celebrante al termine della predica sulla Passione, fra la commozione generale, chiama la Vergine Addolorata per consegnarle il Crocefisso: “Vieni, Maria, a prendere il Tuo caro Figlio!”.

Da quel momento le campane smettono di suonare perché vengono legate e, per invitare i fedeli in chiesa, ci si serve delle tocche e dei carìci (raganelle).

Si giunge, intanto, al clou della rappresentazione corale del Venerdì così descritto in un noto canto religioso:

Di Vènnari morìu nostru Signuri,
supra a truncu di cruci appendenti;
tri chiova furu lu primu doluri,
lu sangu a latu e lu hjumi currenti,
e pe’ lu nostru svisceratu amuri
Gesù però patìu tanti turmenti.

Le processioni dei Misteri, ’a Missa a’ storta, le tragedie, le rievocazioni della Passione con la partecipazione delle Confraternite e dell’intero popolo con le torce a vento, il pàthos creato dalla banda musicale costituiscono un’autentica testimonianza di fede che va rispettata.

 

Varie:

• I termini dialettali spagnari e spagnarsi (aver paura, temere, spaventarsi) sono, senz’altro, da attribuirsi al dominio spagnolo che ha oppresso e terrorizzato la Calabria, anche se c’è la voce iberica espantar.

• Numerosi sono i nostri vocaboli derivati dallo spagnolo, come ad esempio: addirizzari (da aderezar, drizzare, mettere in ordine; apparecchiare); angarijari (da haraganear, muoversi con lentezza, oziare); artètica (da artetica = gotta; irrequietezza, agitazione); buffettuni (da bufeton, ceffone, manrovescio); custura (da custura, cucitura); granatu (da granado, melagrana); junta (da yunta = coppia; manciata); passa (da pasa, passaggio di uccelli migratori); posata (da posada = casa; spiazzo dove sorge la dimora del contadino); rùsculu (da rusco, parte commestibile del rusco o asparago); scupetta (da escopèta, schioppo, fucile ad una canna); vajana (da vaina, baccello); zzamparru (da zampar = mangiare con ghiottoneria; grossolano, ineducato, zotico).

(Per il controllo delle suddette voci mi sono valso anche della monografia di M. Guerrisi: Cinquefrondi, Nuove Ed. Barbaro – Delianuova, 2002).

 

E per finire:

Le secolari dominazioni straniere ed i nostri problemi ancora insoluti mi rievocano il canto di Sordello, nel quale Dante indica con Marcello un esponente politico di spicco. Le nostre città sono piene di tiranni. Ma ogni villano, che riesce ad intrufolarsi nell’amministrazione pubblica e senza il parteggiare sarebbe una pura nullità, diventa un Marcello. Mai come oggi l’esempio del divino poeta risulta pertinente: tanti illustri pivelli decidono le sorti di milioni di persone che non riescono a porre un freno agli sciacalli che si succedono sulla scena politica:

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogni villan che parteggiando viene. (Purg. VI, 124-126).

 Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

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