Effemeridi di Giugno

di Domenico Caruso

 «Giugno è il mese che sta nel mezzo dell’anno come un trionfatore. Ora grano, ora frutta, ora splendidi fiori e piante aromatiche, ora canto di uccelli e di insetti notte e giorno. Nei buchi delle mura le rondini hanno posato il nido, e da quelli l’uccello implume si affaccia tentando il volo. Una vita immensa e tenace si è sparsa su tutta la terra». (Da: C. Alvaro, La Calabria – Libro sussidiario di cultura regionale, Carabba Ed. – 1926).

 

I proverbi e i mesi:

L’anno segna un ciclo temporale e viene spesso rappresentato come un serpente che si morde la coda.

Giugno, Junius (mensis), era dedicato dai Romani alla maggiore divinità dell’Olimpo, Giunone (Juno). E’ il momento delle messi: Giugno, la falce in pugno. In passato nell’aia, con l’aiuto dei buoi, si concludeva la fase di lavorazione del grano che ripagava il contadino della lunga fatica nei campi. Il buon esito richiedeva, però, una temperatura costante: la pioggia avrebbe potuto raggrinzare i chicchi e farli rendere più crusca che farina:

L’acqua di giugnu càccia ‘u pani ‘nto furnu.

(L’acqua di giugno leva il pane dal forno).

Se chjovi ‘a tridicina ‘i Sant’Antoninu no’ si fannu ògghju, né meli, né vinu. (Se piove per la tredicina di S. Antonio vanno a male l’olio, il miele e il vino).

Quandu chjovi ‘i San Giovanni (24 giugno), tiritùppiti li castagni. (La pioggia nel giorno di S. Giovanni fa cadere le castagne).

Con il caldo si mutano gli abiti al completo:

A giugnu mùtati ‘n tundu.

Da un detto di Cittanova si rileva lo stato di bisogno delle spigolatrici in passato. A giugno quattro o cinque componenti dello stesso nucleo familiare si recavano nei campi a raccogliere le spighe sfuggite ai mietitori, riposando la notte in angusti pagliai (furna); a luglio (giugnettu) si riunivano, quindi, alcune famiglie a panificare assieme (‘ntra ‘nu lettu):

Di giugnu quattru e cincu ‘ntra ‘nu furnu;

di giugnettu quattru e cincu ‘ntra ‘nu lettu.

Nel Canto di Filandari sui mesi dell’anno si ricorda come all’arrivo di Giugno i giornalieri di campagna andassero scalzi; non si vedevano che berrette e cappelli di paglia ed occorrevano due tarì a far legare il grano falciato:

Poi veni Giugnu pe’ li jornateri,
tutti a la scarza vònnu caminari;
no’ bidi atru barritti e chimeri,

‘ndi vonnu dui tarì si boi ligari.

(Da: La Calabria – Rivista di Letteratura popolare – Monteleone, dic. 1894).

 

Ricorrenze storiche: Le incursioni turchesche.

La conquista di Costantinopoli del 1453 da parte dei pirati Ottomani determinò la caduta dell’Impero Romano d’Oriente, nonché la crisi della Repubblica di Venezia e l’inizio dello stanziamento degli Albanesi in Calabria. L’orrenda carneficina compiuta nel 1480 dalla flotta turca ad Otranto segnò una concreta minaccia per la nostra Terra, i cui abitanti catturati divenivano schiavi quando i parenti o qualche ordine religioso non potevano provvedere al loro riscatto. Le incursioni su Reggio del 1511 e quelle successive, estese alla costa tirrenica, furono contrassegnate da inaudite violenze. Per facilitare la fuga di loro stesse, le popolazioni avevano allestito un sistema di torri di avvistamento.

Anche Gioia Tauro subì i sanguinosi attacchi dei pirati nel 1535, nel 1568 e la notte del 24 giugno 1625.

 

Personaggi della Piana di Gioia Tauro (nascita e morte):

1° giugno 1912/11 nov. 1981 – S. Cristina d’A.: Don Francesco Gangemi.

14 giugno 1879 – Laureana di Borrello: n. Vincenzo Chindamo.

25 giugno 1851/1924 – Palmi: Antonio De Salvo.

1859/ 27 giugno 1931 – S. Eufemia d’Aspromonte: Vittorio Visalli.

29 giugno 1916/18 aprile 1988 – Rizziconi: Giorgio Potito.

 

Storie e leggende:

Donna Candia.

Ai tempi delle incursioni turche, davanti alla tranquilla baia di una cittadina tirrenica si presentò una tartana saracena camuffata dalle insegne amalfitane. I corsari, per mezzo di alcuni uomini che si trovavano sulla spiaggia, mandarono a chiamare la virtuosa e gentile Donna Candia col pretesto di venderle delle stoffe preziose. Appena giunta, quei malfattori mandarono a riva una barchetta per trasportarla sulla nave. E mentre la giovane era assorta ad esaminare le stoffe, ignara dell’inganno, con una fuga precipitosa presero il largo. «Dove mi portate, o marinai infedeli?» chiese lei. «Nobile Donna Candia, ti condurrò nell’harem del sultano», rispose il capo dei pirati. Allora la prigioniera propose all’uomo un prezzo per il riscatto: tre leoni, tre falconi e tre colonne d’oro. Intanto, agitando la sua bianca sciarpa, richiamò l’attenzione dei marinai di passaggio per inviare un messaggio al ricco genitore. Ma alla notizia questi, senza fornire risposta, si coprì il volto con le mani e scoppiò in singhiozzi non potendo pagare quanto richiesto. Donna Candia, pertanto, mandò prima senza esito lo stesso messaggio al marito e quindi ai tre fratelli che giunsero belli e forti come leoni per liberarla, dopo aver coraggiosamente affrontato ed ucciso i crudeli pirati. (Adatt. e riduz. da: Francesco Perri, Leggende calabresi, Casa Editrice Unitas – 1929).

 

Dalla stampa del passato:

Riporto un brano del servizio da me pubblicato nel settimanale Il provinciale dell’8-14 giugno 1985:

“I Calabresi ricambiano la visita del Papa” – Roma chiama Calabria:

“Sabato 1° giugno l’intero popolo calabrese ha vissuto un’intensa giornata storica che segna l’inizio del lungo cammino che necessariamente esso dovrà percorrere se vorrà ottenere il riscatto civile e religioso. Al cospetto del Santo Padre c’eravamo tutti, oltre cinquemila fedeli provenienti da ogni angolo di questa generosa ma sfortunata Terra. Diciassette Diocesi rendevano così grazie al Papa per la sua visita in Calabria dell’ottobre scorso. Secoli di lotte e di rinunzie, di sconfitte e di vittorie si riassumevano là, nell’imponente aula Paolo VI con un Papa che per aver tanto sofferto comprendeva fino in fondo le nostre ansie e le nostre aspirazioni. E non mancavano i nostri rappresentanti politici, dal Presidente del Consiglio Regionale ai numerosi sindaci ed autorità. In precedenza mons. Sorrentino, Arcivescovo di Reggio, coadiuvato da un centinaio di nostri sacerdoti e da dodici Vescovi, aveva celebrato in Vaticano una solenne Messa, durante la quale aveva ribadito il rispetto dei valori dell’uomo. Era tanta l’attenzione dei presenti che un momentaneo pianto di bimba era passato inosservato. Mons. Giuseppe Agostino, Arcivescovo di Crotone e Presidente della Conferenza Episcopale Calabrese, ha rivolto al Sommo Pontefice a nome di tutti calorose parole di speranza che, in parte, riporto. Il discorso del Pontefice, incisivo e fraterno, si commenta da solo ed io mi limito ad offrirvelo in tutte le sue sfumature, così come l’ho rilevato dalla mia registrazione”.

Il servizio prosegue, pertanto, con Il saluto di Mons. Agostino e Il discorso del Papa ai fedeli di Calabria.

 

E per finire:

Le malizie di San Pietro.

Nell’immaginario collettivo S. Pietro (che si festeggia il 29 giugno unitamente a S. Paolo), rappresenta l’uomo semplice con tutte le sue debolezze che il Signore mette alla prova prima di perdonare.

Un giorno il Divino Maestro disse ai Discepoli che lo seguivano: “Prendete una pietra per ciascuno”. Tutti ne presero una di media grandezza, ad eccezione di Pietro che per non affaticarsi ne raccolse una piccola quanto un pugno. Ad un tratto Gesù alzò il braccio e benedisse le pietre che si trasformarono in pane. Ogni Apostolo si sfamò, meno Pietro che per via di quel sassolino rimase quasi a stomaco vuoto. Il giorno dopo il Signore disse ancora: “Prendete una pietra, figlioli”. Pietro capì che si mangiava… prese un massello, se lo caricò sulle spalle e si affannava a portarlo. Gli altri presero un sasso come prima. Quando al Signore parve, disse: “Fermatevi, ragazzi… Visto che avete la pietra, sedetevi sopra e riposatevi!”.

Uh, San Pietro rimase così male, spalancò così tanto occhi e bocca, che gli altri Apostoli scoppiarono a ridere, a ridere; e ancora sono là che ridono.

(Adatt. da: Saverio Strati, Miti, racconti e leggende, Gangemi Ed. – Roma/R.C., 1985).

Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

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