“Corrado Alvaro” di Domenico Caruso

Visita anche il nostro sito: www.tipicimediterranei.it
Messaggio Promozionale

Corrado Alvaro«A cent’anni dalla nascita», ha affermato nel 1995 Padre Stefano De Fiores nel commemorare il suo illustre concittadino, «Corrado Alvaro resta uno scrittore sotto molti aspetti impenetrabile e da troppi ancora sconosciuto. Rimane misterioso ed enigmatico anche quando vuole comunicare per mezzo dei libri. Mentre intende uscire dalla naturale scontrosità per rivelarsi, proprio allora si cela nel suo mondo interiore e nel travaglio angoscioso della sua coscienza».

«La vita, quando è stata dura e faticosa e sofferta, ci è doppiamente cara;» – si legge nel diario di Alvaro – «è una somma di esperienza che ci illudiamo di poter trasmettere. Così ho sempre cercato di evitare la prigione o di farmi uccidere, le occasioni più facili, mi pare, che il nostro tempo offra agli uomini di cultura. Ho cercato anche di non andare in esilio. Non posso vivere lontano dal mio paese, e d’altra parte so che uno scrittore esule va quasi sempre perduto. E ho cercato di non avere onori ufficiali, di restare un irregolare, non classificato, non tesserato». (Da: Quasi una vita – Bompiani – 1950).

La complessità dello scrittore scoraggia persino gli esperti. E’ lo stesso che precisa di vivere come una doppia vita, quella normale della ferialità quotidiana e quella letteraria del racconto, che inventa «sulla trama dell’esperienza e della memoria una seconda vita che non conosce età». (Da: Ultimo diario – Bompiani – 1959).
Nella poesia Il viaggio (1941) si può cogliere l’immobilità del suo mondo, che presenta come scenario il succedersi dei personaggi familiari:


Sono tornato al mio paese
e ho ritrovato tutto come prima.
Soltanto non c’era mio padre
né quelli del mondo di prima.

Ma c’erano altri che somigliavano:
i figli ai padri, io al padre mio,
sembrava che nulla fosse mutato,
tutto era giovane e pure finito.

Tutto era giovane, ma anche
velato dall’età che trascorre,
tutto era fisso, ma bianco
e sorridente nella morte.

 

Dalle sue opere si comprendono i misteri di San Luca, suo luogo natale, come egli racconta: «Avevo passato dieci anni in quel mucchio di case presso il fiume, sulla balza aspra circondata di colli dolcissimi digradanti verso il mare, i primi dieci anni della mia vita, e pure essi furono i miei più vasti e lunghi e popolati. Il paese era gramo e povero in confronto alla ricchezza del mondo, e a me pareva il più ricco e il più vario». (Da: Il viaggio – Falzea –Corrado Alvao 1999).
 

E Mons. Giancarlo Bregantini, durante la sua visita pastorale a San Luca, ha asserito ricordando Alvaro «il figlio più illustre di questo borgo sofferto e tribolato, ma vivacissimo e tenace:
Vi nasce nel 1895 (15 aprile) e vi resterà fino a vent’anni. Poi gli studi e la sua attività di giornalista e di scrittore lo porteranno per mezza Europa, corrispondente di testate famose e critico letterario acuto. Un uomo che molto ha pensato, molto ha sofferto, molto ha scritto. Morirà a Roma nel 1956 (11 giugno), con una produzione letteraria notevole».

Ed ancora: «Con Alvaro, vi presento alcuni colori del cuore di Calabria, che lui ha tratto dalla passione della gente di San Luca, da quel balcone di casa che ha accompagnato i suoi sogni di adolescente, dalle viuzze del paese, dall’immensità di Polsi.
La madre, la donna. Ha avuto un peso immenso su di lui. Come su ogni ragazzo di Calabria… Nel cuore della madre, Corrado ha percepito il segreto del mondo e ha trasformato in simbolismo universale ogni frammento del cosmo…
La famiglia: ha un solo itinerario di salvezza: aprirsi alla comunità. Da sola, chiude e paralizza. Schiaccia i sogni dei figli, nell’attimo stesso che li vuol custodire…

La scuola
è il futuro, come ha ben potuto scoprire Corrado, per la tenacia invincibile del suo papà, maestro elementare illuminato e preveggente. Ma fatica, è astratta, parla un linguaggio lontano. Spesso non è rispettata, talvolta è vandalizzata. Va modellata sulla statura dei ragazzi del paese, come un abile sarto che sa tagliare su misura i suoi abiti.

La chiesa:
è il luogo più tipico in cui è possibile sperimentare già fin d’ora la Comunità».
Le considerazioni del Vescovo interpretano e riassumono sapientemente il travaglio dell’uomo che ha rinnovato il nostro Novecento letterario.
Lo scrittore stesso riconosce che il «cammino della sua infanzia… era stato un viaggio attraverso la madre». «La donna è il personaggio più importante e più autentico per la Calabria. E’ anche il lusso d’una natura scabra, immiserita dagli uomini». (Da: Ultimo diario).
Nei saggi sulla Regione si mette in rilievo la struttura familiare della nostra Terra: «La famiglia è la sua spinta vitale, il campo del suo genio, il suo dramma e la sua poesia». (Da: Itinerario italiano).

La fede in Dio, infine, è accertata dalle testimonianze dei suoi diari: «Il sentimento della vendetta contro cui ho lottato in questi mesi verso chi mi ha ingannato… Attraverso questo ho meditato sul bene e sul male, e su Dio». Ed ancora: «Sono andato in chiesa a ringraziare Dio di avermi aiutato». (Da: Quasi una vita).
Sarebbe lungo elencare la produzione di Alvaro.

Dal romanzo L’uomo nel labirinto (1926) – che evidenzia la crisi della borghesia all’indomani della prima guerra mondiale, al capolavoro Gente in Aspromonte (1930) – che ha dato alla cultura calabrese una voce possente; dal racconto avventuroso, colorato da luminosi squarci lirici L’uomo è forte (1938), che si conclude con la speranza, a L’età breve (1946) – che con Mastrangelina e Tutto è accaduto (opere postume) costituisce la trilogia delle "memorie del mondo sommerso", lo scrittore – mettendo a frutto la sua cultura europea – dalla nostra Terra allarga la sua indagine al mondo intero.

Nell’opera postuma Belmoro (1957) si avverte come un senso di profezia per le allucinanti novità del nostro tempo. Il romanzo «riveste un’importanza decisiva» – come ha rilevato Stefano De Fiores a Taurianova nella sua conferenza dell’aprile 2001 – «in quanto costituisce la verifica critica della civiltà industriale portata alle ultime conseguenze… Annullati i vecchi canti, i proverbi, le norme di vita, tutto quello che era patrimonio degli analfabeti, domina nella città futura un tipo di umanità (meglio, di disumanità) in cui all’amore è sostituito il sesso, alla verità i corsi di simulazione e menzogna, alla creatività la regolarità ineccepibile. Si potrà avere un cuore di cellophane, le donne saranno fecondate artificialmente, nasceranno gli omoteri senz’anima, cioè ibridi di uomini e animali. Sarà estirpato ogni sentimento».

I numerosi saggi e i diari rispecchiano l’impegno morale di Alvaro e la nostra civiltà mediterranea. Basta ricordare: Calabria (1931), Viaggio in Turchia (1932), Itinerario italiano (1933), I maestri del diluvio (1938), Quasi una vita (1950), Il nostro tempo e la speranza (1953), Ultimo diario (1961 – postumo).
«Non deve sembrare un azzardo critico», ha dimostrato Walter Mauro, «sostenere che il meglio di Alvaro è da reperirsi nei racconti e nei diari, struggenti questi ultimi per quell’ansia insopprimibile di partecipazione e di dolore civile che questo scrittore visse e consumò sulla propria pelle, senza mai indugiare a quella stanca retorica del dolore meridionale sul quale tanti letterati hanno a lungo speculato, meritandosi da Carlo Bo l’appellativo – che è tutt’altro che un complimento – di letteratura da stato d’assedio». (Da Il Giorno dell’11 Agosto 1994).

«Letteratura e umanità non vanno mai disgiunte nella sua opera, non vivono separate fra loro;» – ha scritto E. Maizza – «esse entrano invece nel contesto, nella descrizione, come un miraggio lontano, eppure sempre presente, nel quale il tempo perde le sue relazioni fisiche, e non è più né passato né presente né futuro, ma è contemporaneo a tutti questi tre momenti. Ognuno di noi – dice Alvaro – si porta dietro il suo passato; e forse ogni momento della nostra vita è un riepilogo di quel passato».

Concludo con il documento di viaggio che appare sempre come una mirabile evocazione della nostra Terra, la quale se venisse ben conosciuta riacquisterebbe l’antico splendore:
«La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera, nella stagione che dura sessanta o settanta giorni… L’aria è un profumo fluido che si respira come un’atmosfera sensibile. Per questi due mesi l’anno, la terra più severa e più scabra che sia in Italia sorride. E’ il tempo che bisogna visitarla, varia, orientale e boreale, mediterranea e interna. L’aria è trasparente e sonora, trasmette a distanze enormi i rumori e i suoni;… perciò tutto è popolato, sotto il cielo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mondi lontani nel firmamento, di suoni e di voci, di scampanii di pecore, di richiami e di canti, ed è tutto un esclamare vago e diffuso, in un’eterna felicità di voci umane». (Da: Itinerario italiano).
Tutto questo ed altro è la Calabria!

Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

Nessun commento ancora

Lascia un commento