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San Pio da Pietralcina - Calabresi.net

San Pio da Pietralcina

Il momento della nostra partenza dalla cara Italia per l’America, terra di ricchezza e di sogni inimmaginabili per la mente umana, si avvicinava velocemente. Il via da parte del consolato americano a Napoli sarebbe potuto arrivare in qualsiasi momento. Le visite quotidiane all’ufficio postale si trasformarono in un’abitudine dettata dall’impazienza per la normale procedura di consegna della posta da parte di Antonio Lijoi (postino del villaggio).

Fu durante questo periodo d’ansia e d’attesa che mia madre cominciò a preoccuparsi molto per quest’avventura in una terra sconosciuta di cui non conoscevamo né la lingua, né la cultura. Il fatto che mio padre vivesse in America da anni non era sufficiente a ridurre i suoi timori su quanto il futuro avesse in serbo per noi. Era una reazione del tutto normale per una persona che si preparava a lasciare ciò che conosceva per l’ignoto. Le attese sono di solito legate ad un certo fatalismo pessimista e per accertare che tutto vada per il meglio si esige che vengano consultati degli oracoli.
Lei cercava risposte a domande che la inquietavano molto:
1) Il viaggio attraverso l’Atlantico sarà sicuro?
2) Lo zio Peppino (il marito della zia Sofia, sorella di mia madre) era salvo? E sarebbe un giorno rientrato da quella guerra che lo aveva portato chissà dove?  Il governo italiano non diceva nulla in proposito e le nostre domande venivano sempre ignorate.
 
La famiglia decise unanimemente di mandarmi da Padre Pio, a quei tempi il solo “Oracolo” d’Italia e del mondo intero. Ero pronto per il viaggio, ma il problema reale consisteva nel capire quale fosse la posizione geografica di San Giovanni Rotondo e del monastero di Padre Pio. Non mi ricordo come scoprii dove si trovasse, ma imparai che si trovava in Puglia, in qualche luogo vicino a Foggia. Il viaggio fu quasi un’odissea omerica degna del grande poeta greco e se la mia memoria lo permette, tenterò di descriverlo dettagliatamente. Ma in primo luogo, lasciatemi presentare il mio compagno di viaggio, Alberto Voci. Alberto era uno dei sei figli della famiglia più colta di Sant’Andrea. Aveva servito nell’esercito italiano con il grado di capitano e stava lavorando al suo dottorato in Lettere. In seguito avrebbe concluso i suoi studi e avrebbe insegnato per molti anni, e infine sarebbe diventato preside del Liceo-Ginnasio Galluppi di Catanzaro. Credo che durante il militare Alberto avesse contratto una malattia di cui non ho mai scoperto la natura, e che lui ha sempre gelosamente taciuto. Ho rispettato la sua riservatezza e non ho mai fatto domande. La mia prozia Maria Antonia, vicina e amica della famiglia d’Alberto, appreso che mia madre stava progettando di mandarmi da Padre Pio, disse che qualche volta Alberto aveva espresso il desiderio di vedere il monaco francescano e chiese se io fossi disposto ad averlo come compagno durante il viaggio. Fui onorato dalla richiesta, che accrebbe la mia autostima. Non mi vidi più come un sedicenne, ma come un adulto capace delle imprese più difficili. Il pellegrinaggio di Alberto era motivato dalla fiducia e da una forte fede. Ero certo che non avesse alcun dubbio sul fatto che Padre Pio gli avrebbe concesso il miracolo da lui cercato: guarirlo dalla sua afflizione. Continuo ad ammirare e rispettare la sua forza di spirito e la sua cieca fede. Al contrario, io mi ero apprestato a partire con il cinismo di chi deve obbedire a un ordine. Con lo sguardo di adesso, l’intera vicenda mi appare come un mio viaggio spirituale e la considero un capitolo importante nell’odissea che ha arricchito la mia vita.
 
Il viaggio
 
Se i lettori moderni si scandalizzano per il sistema di trasporto italiano, li invito a mettersi in una macchina del tempo e a fare il viaggio con me a San Giovanni Rotondo nel piovoso novembre del 1946.
L’Italia del dopoguerra era un totale disastro. Strade ferrate, ponti, locomotive e vagoni furono indiscriminatamente distrutti dai bombardamenti delle forze aeronautiche americane e britanniche. Ciò che gli americani e gli inglesi non erano riusciti ad eliminare, veniva distrutto dalle forze tedesche in  ritirata nello sforzo di rallentare l’inarrestabile inseguimento da parte delle truppe americane.
I treni previsti dall’orario erano inesistenti e rimanevano solo il ricordo di quel poco che il regime fascista aveva realizzato di buono. I treni arrivavano quando pareva e, neppure il miglior capostazione avrebbe potuto prevedere il giorno in cui sarebbero arrivati o tantomeno l’ora.

I treni diretti a nord venivano formati in Sicilia e a Reggio Calabria. Quando arrivavano a Sant’Andrea o nelle vicinanze, avevano perso qualsiasi identità di mezzo di trasporto, e somigliavano piuttosto a degli alveari su rotaie. I viaggiatori, soprattutto commercianti del mercato nero siciliano e reggino armati fino ai denti con revolver e altre armi bene in vista, affollavano le parti interne dei vagoni. Non esitavano a mostrare la loro indifferenza a qualsiasi legge, persino in presenza dei carabinieri e di altri rappresentanti dell’ordine pubblico.  Tutti gli altri passeggeri erano costretti a stare sui tetti dei vagoni, lungo i bordi o sul meccanismo di collegamento tra gli stessi. I casi di viaggiatori che cadevano tra i vagoni erano talmente all’ordine del giorno da non far più notizia. Alberto ed io fummo abbastanza fortunati da riuscire a farci strada in uno dei vagoni merci che avevano sostituito i vagoni passeggeri non disponibili alla formazione del treno. Entrai per primo, e facendomi strada a gomitate, riuscii a tirarmi dietro Alberto.
Non ricordo esattamente da quanto tempo fossimo in viaggio, quando il treno si fermò in un luogo sconosciuto che non somigliava per niente a una stazione. Essendo vicino alla porta, misi la testa fuori e chiesi ad un impiegato “delle Ferrovie dello Stato“, che si trovava nei pressi del nostro vagone, dove ci trovassimo. Con un tono ricco di sarcasmo e indignazione, come se la mia domanda lo avesse offeso, rispose “siamo qui, dove pensi che siamo?” Dov’erano la gentilezza, la civiltà e la cortesia degli italiani del sud?! Era l’esempio tipico del burocrate che, una volta trovato il lavoro, ha abbandonato la cortesia, ritenendola inutile. Ciò rafforzò la mia convinzione che emigrare fosse la cosa giusta da fare. Il viaggio continuò senza altre esperienze sgradevoli per alcune ore e stavamo cominciando a sentirci euforici quando il treno rallentò e si fermò. Davanti a noi c’era un ponticello bombardato dai tedeschi durante la loro fuga verso nord. Dall’altro lato del ponte c’era un altro treno, il fumo fuoriuscente della locomotiva, che attendeva il nostro passaggio. Per attraversare il fiume, abbiamo dovuto utilizzare un ponte sospeso improvvisato che rimbalzava e ondeggiava paurosamente. Le piogge torrenziali avevano ingrossato terribilmente il volume dell’acqua e persino Tarzan, l’uomo scimmia, ci avrebbe pensato due volte trovandosi in quella situazione. Non avevamo altra scelta, quindi attraversammo il fiume facendoci il segno della Croce e recitando le nostre invocazioni, l’Ave Maria, il Padre Nostro e il Gloria Padre. Pensai a quel ponticello alcuni anni dopo, ogni volta che attraversavo il ponte di Brooklyn (un ponte sospeso) che collega Brooklyn all’isola di Manhattan nella città di New York.
Arrivati sull’altra sponda salimmo sull’altro treno e quando tutti i passeggeri furono a bordo la locomotiva cominciò a sbuffare e a dirigersi dunque verso Foggia. Lascio immaginare al lettore l’aspetto dei passeggeri all’esterno del treno, scuoiati dai residui fuoriusciti dal fumaiolo della locomotiva.
 
Quando il treno arrivò alla stazione di Foggia era tardi e cominciammo a cercare una sistemazione per la notte. Foggia era una città desolata e modesta, che aveva sofferto gli oltraggi e la distruzione che soltanto una guerra può infliggere. La città era stata pesantemente bombardata e le vie erano costellate dai crateri causati dalle bombe. Le piogge persistenti avevano riempito i crateri d’acqua piovana, quindi non era possibile vederli. Alberto ed io cademmo in uno di loro e soltanto la fortuna non ci fece annegare. Padre Pio si deve essere occupato di noi molto prima di incontrarci, intervenendo in nostro favore. Alberto cominciò ad avere difficoltà nel tenermi il passo, e capii che la stanchezza stava per sopraffarlo. Cercammo senza successo un posto dove trascorrere la notte. Tutti gli hotel erano al completo e non c’erano letti disponibili. Ritrovammo un barlume di speranza  quando avvistammo un locale da cui entrava e usciva molta gente. Il posto era ben illuminato e pareva che si stesse festeggiando qualcosa. Forse lì avrebbero potuto darci ospitalità, risolvendo dunque il nostro problema immediato di dover passare la notte in mezzo a una strada sconosciuta. Fummo accolti molto bene da una signora ben vestita che alla mia richiesta descrisse rapidamente ed esplicitamente la natura della sua impresa. Mi riesce ancora difficile credere che Alberto, che aveva servito nell’esercito, fosse così ingenuo in materia d’affari mondani da non riconoscere un bordello. Con grande imbarazzo lasciammo la casa e continuammo la nostra ricerca. Tornammo infine ad un hotel che avevamo già visitato e l’impiegato, avendo pietà di noi, ci permise di trascorrere la notte nell’ingresso. C’era una seggiola che io e Alberto usammo a turno, certo non la più comodo delle sistemazioni, ma perlomeno eravamo al sicuro dalla pioggia fredda.
 
Il breve riposo notturno fu sufficiente a ridarci un po’ di forza e al mattino, in seguito alle istruzioni dell’impiegato in merito a dove prendere l’autobus per San Giovanni Rotondo, Alberto e io ringraziammo l’uomo per la sua bontà e lasciammo l’albergo.
 
L’autobus sarebbe dovuto partire nel pomeriggio, ma si stava già formando una gran folla. Studiai un piano che ci avrebbe consentito di salire sul mezzo nel caso in cui la folla aumentasse, e ne parlai ad Alberto. Avrei dovuto farmi strada a forza di muscoli e di gomitate e di qualsiasi cosa avessi ritenuto necessaria, mentre Alberto avrebbe dovuto sempre restarmi attaccato alla cinghia. Era un piano eccellente, ma non fu necessario sperimentarlo. Un giovane alla guida di una Fiat Balilla si fermò davanti a noi e ci chiese se, per caso, non stessimo andando a San Giovanni Rotondo. Alla nostra risposta affermativa ci offrì un passaggio, visto che anche lui si dirigeva verso l’interno, a poca distanza dal paese. Sarebbe stato più veloce e conveniente per noi, e avremmo contribuito alle spese della benzina. Salimmo dunque in macchina dandogli le 1000 lire richieste. Sia Alberto che io eravamo al settimo cielo: pensammo di essere i destinatari di un miracolo ancor prima che Padre Pio avesse posto gli occhi su noi (la mente umana ricorre ai miracoli per affrontare le difficoltà). I sogni, tuttavia, a volte si trasformano in incubi e fu esattamente quello che ci capitò. Dopo circa un’ora di guida tranquilla, l’autista si fermò improvvisamente dicendoci che San Giovanni Rotondo si trovava a circa un chilometro di distanza e che non avremmo avuto alcun problema ad arrivarci. Scendemmo dalla macchina e lo salutammo per proseguire da soli. Cominciammo a camminare verso la collinetta aspettandoci di vedere il panorama di San Giovanni Rotondo, ma fummo invece accolti dal ringhiare di tre cani di guardia (tipo cane lupo) dallo sguardo famelico, pronti a farci a pezzetti per pranzo. Qualunque fosse la sua malattia, Alberto fu sopraffatto da una buona dose di adrenalina. Mi trascinò contro l’albero d’ulivo che cercammo per salvarci. Dalla fattoria uscì un uomo armato di fucile, chiedendoci che cosa andassimo a cercare nella sua proprietà. Gli spiegammo quel che era successo e che San Giovanni Rotondo si trovava soltanto a un chilometro di distanza. Con una risata compassionevole, l’uomo ci informò  che eravamo stati fregati e che la città si trovava almeno a 35 – 40 chilometri di distanza. Ebbe pietà di noi e ci invitò a dividere il suo modesto pranzo a base di olive e pane fresco preparato dalla moglie e ci offrì una bottiglia di vino della sua vigna. Ci consigliò di ritornare sulla strada dove il furfante ci aveva lasciati e di fare auto-stop fino a Foggia. Ci assicurò che i soldati americani mantenevano un traffico intenso tra il loro accampamento e la città e ci avrebbero dato un passaggio. Aveva visto giusto. Dopo 15 minuti fummo presi a bordo un camion militare americano che trasportava soldati americani neri e arrivammo a Foggia giusto in tempo per prendere l’autobus che sarebbe dovuto essere la nostra prima e unica scelta. Rammentai ad Alberto il nostro piano, con me che avrei condotto e lui dietro. L’arduo viaggio mi aveva decisamente messo alla prova e aveva accresciuto parecchio il mio cinismo, mettendo in discussione gli stessi meriti del viaggio. A dire il vero, cominciai a disapprovare Padre Pio e l’intero ordine francescano.
 
L’autobus infine arrivò e la folla fece un improvviso sobbalzo. Devo ammettere con imbarazzo che in quella moltitudine io fui un kamikaze e Alberto un seguace molto fedele. Dovevamo assolutamente farcela! Credo che avessimo inconsciamente deciso che nessun altro ostacolo avrebbe dovuto impedirci di raggiungere la nostra destinazione.
 
L’autobus faceva diverse fermate per scaricare e caricare i passeggeri. Se ad una fermata nessuno scendeva, l’autista continuava a guidare ignorando la gente che, a terra, stava attendendo la corsa. Quando San Giovanni Rotondo apparve alla nostra vista tirammo un gran sospiro di sollievo. Il tempo non era migliorato. Aveva continuato a piovigginare, il cielo coperto e nuvoloso avvolgeva la città col suo manto uggioso, rendendola poco invitante, ma noi eravamo molto felici di essere finalmente arrivati. La ricerca di un hotel non fu un problema e, con nostra grande sorpresa, trovammo una camera nel primo albergo visitato. Padre Pio, sebbene già famoso, non aveva ancora raggiunto la fama che lo avrebbe inghiottito e avrebbe reso impossibile ai pellegrini di passare del tempo al suo cospetto. La camera era senza riscaldamento ed era così fredda ed umida, che cominciammo a rabbrividire e a battere i denti, ed avemmo persino difficoltà a parlare; ma ciò rappresentava per noi un miglioramento rispetto alla situazione che ci aveva accolto a Foggia. Dopo esserci cambiati i vestiti, c’incamminammo verso il monastero per la confessione da parte di Padre Pio.
A quel tempo in Italia, almeno nel sud, gli uomini si confessavano in ginocchio, faccia a faccia con il sacerdote seduto su una sedia o su un banco della chiesa. Le donne usavano invece un confessionale, la cui grata serviva a salvaguardare l’identità del confessore e della confessante.
Dissi ad Alberto di andare prima di me. Ero infatti giunto alla conclusione che un uomo che era stato nell’esercito per determinati anni, che aveva raggiunto il grado di capitano e non era mai stato in un bordello, avesse ben pochi peccati e che la sua confessione sarebbe stata come bere un bicchierino. Quando arrivò il mio turno, mi avvicinai timido, non impaurito, ma timoroso di fronte a Padre Pio. Sentii immediatamente l’aura di santità dell’uomo, molto prima che il Vaticano decidesse per la sua canonizzazione.
Mi inginocchiai e fui improvvisamente incapace di proferir parola, di fare il segno della croce, recitare il Credo ed invocare il perdono per i miei peccati. Padre Pio era una figura imponente, non nell’altezza fisica, ma nella sua spiritualità. I suoi occhi erano limpidi e molto chiari; il suo viso irradiava la serenità e la tranquillità che soltanto i santi possiedono. Il suo corpo emanava un aroma che non era stato indotto chimicamente o artificialmente. Non avevo mai sentito un odore simile prima d’allora. Quando guardo la sua immagine sul mio comò, mi pare di sentire ancora quel profumo, come se fossi ancora inginocchiato ai suoi piedi. Penso che si trattasse del profumo della sua santità, che attraverso i pori si diffondeva a tutta l’atmosfera circostante con un messaggio d’amore cristiano. Con i mezzi guanti a coprirgli le stimmate, nella mia immaginazione si trasformò nella figura del Cristo vivente.
 
La confessione andò liscia. L’usuale Ave Maria, il Padre Nostro e il Gloria furono omessi dalla penitenza solitamente assegnata da un confessore, e sostituiti da una benedizione e dalla mia promessa di essere una persona onesta e di rendere sempre onore a Dio. Padre Pio non rispose mai a domande dirette, rispondeva piuttosto ad ogni domanda sotto forma di consiglio ed incoraggiamento.
1) Mio zio Peppino rientrerà dalla guerra e rivedrà la sua famiglia? Risposta: Le guerre provocano la distruzione dell’umanità e le famiglie ne pagano le terribili conseguenze. Si perdono vite umane e si provoca dolore nelle famiglie sofferenti.
Mio zio non rientrò mai dalla guerra, e la responsabilità della famiglia ricadde su Bruno, di soli 12 anni, suo primo figlio.
2) Io e mia madre stiamo decidendo di raggiungere mio padre in America. Non l’ho mai conosciuto perché rientrò in America prima della mia nascita. Sarà un’esperienza sicura e gratificante?
Risposta: La famiglia deve sempre restare unita e il posto di una moglie è vicino a suo marito.
Ci saranno alcuni problemi ma saranno risolti senza incidenti mortali.
Lasciate alle spalle Gibilterra, ad ovest delle Azzorre, incontrammo una terribile tempesta che causò una crepa a tribordo (fianco destro della nave), nel punto in cui due placche erano saldate insieme. I passeggeri furono trasferiti su una nave italiana che stava rientrando a Napoli da New York. Non ci furono incidenti mortali, ma certo il passaggio da una nave all’altra su una sedia sostenuta da una corda sospesa tra le due navi in balia delle onde fu un’esperienza traumatica. La paura può far immaginare ogni sorta di mostri pronti ad attendere la nostra caduta nell’acqua e sono certo che il numero di mostri da me immaginati fosse maggiore di quello di chiunque altro.
 
Dopo la confessione rientrammo nella nostra camera d’albergo per concederci un buon sonno e il necessario riposo. La confessione mi faceva sentire leggero e sereno. Ero stato mondato da tutti i miei peccati e perdonato, e non vedevo l’ora che arrivasse il mattino successivo per la santa comunione. Provavo una sensazione sconosciuta, e improvvisamente tutti i problemi e le difficoltà del viaggio erano spariti nel nulla. Mi sentivo tranquillo e in pace con me stesso, come se la tranquillità e la serenità di Padre Pio si fossero trasferite su di me e avessero avvolto la mia anima in un processo di osmosi.
 
La mattina seguente ci alzammo molto presto, temendo di far tardi e di perdere la messa e la fase più importante del viaggio: ricevere la santa comunione dalle mani di Padre Pio. La chiesa era piena e nel silenzio totale. Ogni persona era raccolta nella propria spiritualità, completamente dimentica della presenza delle altre e assorta di fronte al celebrante. Quando Padre Pio sollevò l’ostia, come Cristo aveva fatto 2000 anni prima, ed invitò i fedeli a partecipare al corpo di Cristo, Alberto ed io ci commuovemmo e ancora oggi mi emoziono ripensando a quell’esperienza.
 
Un proverbio dice che tutte le cose belle sono destinate a finire, e così fu. Il viaggio, cominciato con il cinismo di chi va a visitare “il regno di Oz,„ risultò essere un’esperienza spirituale che ha rimodellato la mia vita. Non ho sempre tenuto fede all’impegno preso con Padre Pio, di rendere onore e obbedire a Dio. Ho avuto dei momenti di crisi in cui mi sono trovato, come Dante, “In una selva scura, che la diretta via era smarrita”.
 
Quando la messa finì e Padre Pio, con la sua voce esile e delicata cantò: “Ite Missa Est”, la nostra missione si concluse. Tornammo in albergo e ci preparammo per il viaggio di ritorno a casa.
 
Il viaggio di ritorno non ci riservò sorprese inattese. Sapevamo esattamente a cosa saremmo andati incontro e ci preparammo psicologicamente. Inoltre il viaggio avvenne alla luce del giorno, e il ponte sospeso non ci sembrò più così minaccioso. A volte mi domandavo se le difficoltà incontrate all’andata non fossero state un modo per mettere alla prova la nostra fede. Non appena arrivai a casa mia madre mi chiese cosa avessi appreso da Padre Pio ancora prima di darmi il bentornato. Dopo aver ascoltato il mio racconto, concluse che mio zio non sarebbe rientrato dalla guerra e si apprestò ad informare la famiglia della sua convinzione. Due giorni dopo ricevemmo la tanto attesa notizia dal consolato, di farci trovare a Napoli il 26 novembre per la nostra partenza. La missione presso Padre Pio era conclusa. Rimaneva la sfida di radunare il coraggio di lasciare la comodità dei posti e degli amici conosciuti, per avviarsi verso una nuova vita in una terra sconosciuta. Mentre scrivevo di quest’esperienza, ho riflettuto con ammirazione sulla forza di coloro che mi hanno preceduto nell’emigrazione verso la terra promessa. Armati di erculeo coraggio e con le loro poche cose in una valigia di cartone, o in un piccolo sacco di canapa, andarono in America alla ricerca di una vita migliore affrontando un mare di insulti, di umiliazioni e di oltraggi che nessun essere umano merita di subire. Tuttavia, hanno perseverato e con il sacrificio personale hanno sopportato l’ardua prova per vedere infine i loro figli e nipoti raggiungere delle cariche che mai avrebbero potuto immaginare.
C’era bisogno di una grande forza, e non diedero mai niente per scontato, dopo tutto erano italiani.
 
Parenti e amici ci salutarono alla stazione e, accompagnati da mio zio Vincenzo Mongiardo (Gargia) facemmo il viaggio fino a Napoli. Allora ero certo che un giorno sarei tornato alla terra che mi aveva dato i natali, ma non sapevo che sarebbero passati sessanta anni prima che ciò accadesse. Sembra soltanto ieri, mio Dio come vola il tempo!!!
 
Epilogo:
Parecchi anni fa, durante uno dei miei viaggi a New York per visitare la famiglia di mia moglie, visitai Bruno Greco, un loro amico e vicino, e primo cugino di Alberto. Chiesi di Alberto ed appresi che si era sposato, aveva messo su famiglia ed era stato  professore di italiano, latino e greco al Liceo-Ginnaso Galluppi, del quale era poi diventato preside, e adesso era in pensione e viveva a Roma con sua moglie e i suoi figli. Bruno fu così gentile da darmi il numero di telefono e l’indirizzo d’Alberto. Dopo 50 anni senza esserci mai sentiti, lo chiamai ed Alberto fu felice di sentire la mia voce. Gli chiesi se si ricordasse della nostra visita a Padre Pio. Certo che se ne ricordava, rispose, e mi ringraziò per l’aiuto che gli offrii in un periodo difficile della sua vita. Finite le cerimonie concluse dicendo: Angelo, siamo stati confessati e abbiamo ricevuto la comunione dalle mani di un santo. Quanta gente può vantarsi di ciò? Alberto, non so quanti, me ne conosco certamente due!!!
 
Due anni fa ho appreso che Alberto ha fatto un altro viaggio da Padre Pio e si trova al suo cospetto per l’eternità. Alberto è passato alla vita eterna in età avanzata, circondato da una famiglia affettuosa. Lui ha ricevuto il suo miracolo, io sono emigrato. Che vita!!!

Angelo Iorfida, 6 gennaio 2009. Cantone, Ohio, S.U.A.

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