San Giuseppe, ricorrenza memorabile

di Domenico Caruso

La festività di San Giuseppe costituiva per i nostri avi un punto di riferimento tra il periodo di astinenza quaresimale e la solennità della Pasqua.
Per tradizione a pranzo non potevano mancare la pasta e ceci e il baccalà in umido unitamente a lupini, noci e castagne. Pure le zeppole, parte integrante del menu natalizio delle classi subalterne, facevano bella mostra sulla tavola. Numerosi fedeli, per sciogliere un ex voto, si riunivano con gli amici e con la gente più umile del luogo per il convito (‘mbìtu). Alla mensa veniva rappresentata tutta la Sacra Famiglia: il nostro Santo, la Sua diletta sposa, Gesù Bambino, Sant’ Anna e San Gioacchino, accompagnati da tredici "verginelle" (virginedi) vestite di bianco. Fra una vivanda e l’altra, tredici per tradizione, si elevavano laudi di ringraziamento all’inclito Patriarca. Ne riportiamo qualcuna raccolta nel nostro S. Martino di Taurianova (R.C.):

San Giuseppi, chi siti lu Patri,
siti virgini comu la Matri;
Maria la rosa, Giuseppi lu gigliu:
dàtindi aiutu, riparu e cunsigliu!

(San Giuseppe, che siete il Padre,/ siete stato puro come la Madre;/ Maria la rosa, Giuseppe il giglio:/ concedeteci aiuto, riparo e consiglio!).
Il mottetto che segue serviva anche come "Rosario":

San Giuseppi meu, Patri dilettu,
veniti a la me’ casa ca V’aspettu:
a la me’ casa vògghiu mu veniti,
a li bisogni me’ mu succurriti!

(San Giuseppe mio, Padre diletto,/ venite alla mia casa che Vi aspetto:/ desidero che alla mia casa Voi veniate/ e ai bisogni miei Voi soccorriate!).
Nella semplicità dei due canti si coglie il profondo senso religioso dei nostri padri, legati in modo particolare al Venerando Patriarca.
Davanti all’altare, addobbato alla meglio accanto al focolare domestico con l’effigie del Santo, ogni sera – per l’intera novena – i familiari e il vicinato pregavano e imploravano le grazie celesti. I bambini, in serena armonia, recitavano a parte fino alla noia le filastrocche che i più grandi avevano loro insegnato:

San Giuseppi vecchjarellu,
cu’ la nnocca e lu cappellu.
Lu cappellu ‘nci volàu,
supra ‘na rosa si posàu:

si posau pe’ meraviglia,
San Giuseppi cu’ so’ figliu.

 

(San Giuseppe vecchierello,/ con il fiocco e col cappello./ Il cappello gli è volato,/ sopra una rosa si è posato:/ si è posato per un prodigio,/ San Giuseppe con suo figlio). Già Corrado Alvaro si preoccupava della graduale scomparsa delle tradizioni calabresi, e aveva ben ragione. Le trasformazioni della società hanno, purtroppo, declassato pure la ricorrenza del 19 marzo. I riti e le usanze rischiano ormai di perdere la loro capacità di sorprenderci e d’interessarci. Il frastorno del mondo delle immagini in cui siamo immersi e la massificazione ci distolgono facilmente dagli autentici valori del passato. Ma per fortuna, il nostro popolo mantiene ancora la memoria delle tradizioni, come dimostrano milioni di persone lontane dalla madrepatria. Per tale motivo, anche San Giuseppe è sbarcato nelle Americhe e in ogni altro angolo del mondo. Lo sviluppo della devozione ai Santi che si verifica fra i nostri emigranti rappresenta una valida garanzia per la conservazione delle nostre radici.

Domenico Caruso – S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.) 

Altri nostri servizi su S. Giuseppe figurano su diversi libri e riviste, come: 1) D. Caruso, Storia e folklore calabrese – Centro Studi “S. Martino” – S. Martino (RC), 1988; 2) Storicittà di Lamezia Terme (CZ) – Anno XI n. 104, Marzo 2002; 3) Sito di D. Caruso, Storia e folklore calabrese – (www. brutium.info – Sez. “Folklore calabrese”).

Qualche sito Internet ha copiato integralmente dal nostro blog il servizio senza accennare all’Autore. Detto plagio non fa onore!

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