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Illuminante e maledetta poesia dentro il segno della Passione
di Pierfranco Bruni
La poesia di Alda Merini è una contemplante liricità all’interno di una dolorante passione. Il tempo è un assoluto che si intreccia nella misura delle parole e nelle parole che recitano la metafora dell’imprigionamento della vita e della morte. Tra questo imprigionamento la voce e il destino di Alda Merini. È come se fosse sempre una assenza a far da labirinto dentro la nostra anima e questo labirinto trova la sua compostezza nella consapevolezza proprio di essere labirinto.
Così la poesia che si recita nelle maglie dell’insoluto. Come per dire, o come per dirsi, che tutto si è perduto, tutto si perde o tutto si perderà tra gli scogli dell’indefinibile. Così è la poesia di Alda Merini (Milano 21 marzo 1931 – 1 novembre 2009).
Una poesia che non chiede, come la poesia che è impenetrabile e indifendibile nelle “giustificazioni”, di viversi nelle spiegazioni, nei commenti, nelle delucidazioni ma è completamente intrisa di illuminazioni. La poesia come illuminante attesa di ciò che verrà vivendo il vissuto. Un tracciato oltre ogni dimensione della storia. Questa maledetta storia che cerca di penetrare le parole.
La storia non vuole riconoscere la pazzia della poesia perché chiede costantemente di dare un senso alla vita che è stata. Ma quale storia può raccontarsi nelle illuminazioni di una poetica dell’amore, della passione, della sconfitta, della perdizione, della resurrezione, del “Magnificat” di Alda Merini? Può esserci storia. È come se chiedessimo al mistero del poetico di trasformarsi in ragione. È come se chiedessimo all’amore o meglio agli amanti di parlarsi e di definirsi attraverso la razionalità dei fatti e non attraverso la magia dell’incanto.
Alda Merini è stata, nell’intreccio delle fantasie, una voce – destino di un Novecento letterario non solo inquieto e assorbente in un “vortice” di sciagurata pietà ma è l’indice di una follia d’amore che ha contemplato le tristezze e le doloranti incertezze in un verso in cui, nonostante l’agonia e l’angoscia, l’ironia tragica ha fatto da scenario.
C’è uno scenario anche nella poesia dell’esistenza che non è l’esistenza stessa ma la maledizione come dettato lirico di una rimboudiana avversione al tutto scontato. La poesia non è nel tutto scontato. Quella che recita la tensione della morte nella vita e fa dare al verso quest’immagine: “Ho acceso un falò/nelle mie notti di luna/per richiamare gli ospiti/come fanno le prostitute/ai bordi di certe strade,/ma nessuno si è fermato a guardare/e il mio falò si è spento”. Sono versi che risalgono al 1984 e appartengono alla raccolta “La Terra Santa”. Ma tutto il viaggio di Alda Merini è un andare alla ricerca di una terra promessa. Un recitativo poetico che conosce la possibilità degli approdi ma spesso dimentica l’infaticabilità delle partenze.
Ci sono partenze nella sua poesia? Ci sono arrivi nella sua disperante voce e nei suoi occhi di fede sgusciata dalle conchiglie di primavera? Non credo che ci sono, oggi che si dovrebbe parlare con il passato tra i battiti delle dita. Non credo che mai ci saranno. Sono convinto che mai ci sono stati. I suoi amori trepidanti sempre in squarci di passione.
Giorgio, Salvatore, Michele, Paolo… Che orizzonte possono avere i nomi nella vita tragica di un poeta? Che orizzonti possono avere gli amori quando smettono di essere amore? Gli amori nel segno di una scavata nostalgia restano come “una pioggia spenta”. Già, è così. “Adesso sono una pioggia spenta/dopo che l’orma del tuo cammino/si è fermata ai miei occhi./Che ciglio devastante il tuo!/Come mi penetri le ossa!/Se piangessi, tu verresti a riprendermi./Ma io ho bisogno del mio dolore/per poterti capire” (da “La volpe e il sipario”). Ma quale dolore si è scontato nella vita di Alda Merini? Quello chiaramente della passione o delle passioni. Bisogna andare dentro le parole non per capirle ma per tentare di catturarle.
So. Ci sono diversi modi per accostarsi ad un poeta ma da poeta come si può pensare di proporre una contestualizzazione o una pur minima impostazione strutturale o storicista di un poeta. Credo che il dato più serio è quello di definirsi in un confronto. Accostarsi alla poesia non è fare storia della poesia. È ascoltare i passi della poesia in una lettura che è sempre respiro d’anima.
Certo. Alda Merini è il destino poetico di un Novecento poetico italiano intrigante che va da Cristina Campo ad Antonia Pozzi, da Sibilla Aleramo ad Amalia Rosselli. Una vita dentro la parola passando con quegli echi al maschile che vanno da Dino Campana a Vincenzo Cardarelli, da Carlo Michelstadter a Cesare Pavese. La dannazione della poesia che è religiosità flebile nel nome di una cristianità raggiunta e infuocata come un fuoco grande e mai fatuo.
Maledetta poesia che naviga nei cuori forti che sanno della consapevolezza della vita. Il poeta conosce il crepuscolo prima dell’alba. Non c’è una Venere Alata a far da luce. Tutto è una finzione. Persino la finzione si inventa il poeta. Pur di non vivere nella vita ma di morire vivendo la vita. Come stregati. Ma il poeta è uno stregone e la poesia è una strega.
Da “Titano amori intorno” nei versi di “Non voglio dimenticarti, amore”: “La strega segreta che ci ha guardato/ha carpito la nudità del terrore,/quella che prende tutti gli amanti/raccolti dentro un’ascia di ricordi”. Si può vivere al di fuori di questa ascia di ricordi? Aprirsi alle attese proprio mentre queste attese si fanno rivelazione.
Il passo verso la Croce, il suo colloquiare con Maria, con Cristo, il suo “Magnificat” non tracciano più passioni ma sono il tempo della Passione dentro il quale la poesia di Alda Merini si è raccolta, si raccoglie, continuerà ad affascinare dalla “casa” dei maledetti che con i loro occhi sanno penetrare le nebbie, le nuvole, le ombre e osservano il vento nel tagliare il filo dell’orizzonte che separa o che unisce, nella pazienza, le solitudini, i sogni, le lontananze.
Essere dentro il sogno della Passione è varcare la soglia restando nella speranza. Così nella poesia di Alda Merini.
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03 Novembre 2009
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Illuminante e maledetta poesia dentro il segno della Passionedi Pierfranco Bruni
Così la poesia che si recita nelle maglie dell’insoluto. Come per dire, o come per dirsi, che tutto si è perduto, tutto si perde o tutto si perderà tra gli scogli dell’indefinibile. Così è la poesia di Alda Merini (Milano 21 marzo 1931 – 1 novembre 2009).
Una poesia che non chiede, come la poesia che è impenetrabile e indifendibile nelle “giustificazioni”, di viversi nelle spiegazioni, nei commenti, nelle delucidazioni ma è completamente intrisa di illuminazioni. La poesia come illuminante attesa di ciò che verrà vivendo il vissuto. Un tracciato oltre ogni dimensione della storia. Questa maledetta storia che cerca di penetrare le parole.
La storia non vuole riconoscere la pazzia della poesia perché chiede costantemente di dare un senso alla vita che è stata. Ma quale storia può raccontarsi nelle illuminazioni di una poetica dell’amore, della passione, della sconfitta, della perdizione, della resurrezione, del “Magnificat” di Alda Merini? Può esserci storia. È come se chiedessimo al mistero del poetico di trasformarsi in ragione. È come se chiedessimo all’amore o meglio agli amanti di parlarsi e di definirsi attraverso la razionalità dei fatti e non attraverso la magia dell’incanto.
Alda Merini è stata, nell’intreccio delle fantasie, una voce – destino di un Novecento letterario non solo inquieto e assorbente in un “vortice” di sciagurata pietà ma è l’indice di una follia d’amore che ha contemplato le tristezze e le doloranti incertezze in un verso in cui, nonostante l’agonia e l’angoscia, l’ironia tragica ha fatto da scenario.
C’è uno scenario anche nella poesia dell’esistenza che non è l’esistenza stessa ma la maledizione come dettato lirico di una rimboudiana avversione al tutto scontato. La poesia non è nel tutto scontato. Quella che recita la tensione della morte nella vita e fa dare al verso quest’immagine: “Ho acceso un falò/nelle mie notti di luna/per richiamare gli ospiti/come fanno le prostitute/ai bordi di certe strade,/ma nessuno si è fermato a guardare/e il mio falò si è spento”. Sono versi che risalgono al 1984 e appartengono alla raccolta “La Terra Santa”. Ma tutto il viaggio di Alda Merini è un andare alla ricerca di una terra promessa. Un recitativo poetico che conosce la possibilità degli approdi ma spesso dimentica l’infaticabilità delle partenze.
Ci sono partenze nella sua poesia? Ci sono arrivi nella sua disperante voce e nei suoi occhi di fede sgusciata dalle conchiglie di primavera? Non credo che ci sono, oggi che si dovrebbe parlare con il passato tra i battiti delle dita. Non credo che mai ci saranno. Sono convinto che mai ci sono stati. I suoi amori trepidanti sempre in squarci di passione.
Giorgio, Salvatore, Michele, Paolo… Che orizzonte possono avere i nomi nella vita tragica di un poeta? Che orizzonti possono avere gli amori quando smettono di essere amore? Gli amori nel segno di una scavata nostalgia restano come “una pioggia spenta”. Già, è così. “Adesso sono una pioggia spenta/dopo che l’orma del tuo cammino/si è fermata ai miei occhi./Che ciglio devastante il tuo!/Come mi penetri le ossa!/Se piangessi, tu verresti a riprendermi./Ma io ho bisogno del mio dolore/per poterti capire” (da “La volpe e il sipario”). Ma quale dolore si è scontato nella vita di Alda Merini? Quello chiaramente della passione o delle passioni. Bisogna andare dentro le parole non per capirle ma per tentare di catturarle.
So. Ci sono diversi modi per accostarsi ad un poeta ma da poeta come si può pensare di proporre una contestualizzazione o una pur minima impostazione strutturale o storicista di un poeta. Credo che il dato più serio è quello di definirsi in un confronto. Accostarsi alla poesia non è fare storia della poesia. È ascoltare i passi della poesia in una lettura che è sempre respiro d’anima.
Certo. Alda Merini è il destino poetico di un Novecento poetico italiano intrigante che va da Cristina Campo ad Antonia Pozzi, da Sibilla Aleramo ad Amalia Rosselli. Una vita dentro la parola passando con quegli echi al maschile che vanno da Dino Campana a Vincenzo Cardarelli, da Carlo Michelstadter a Cesare Pavese. La dannazione della poesia che è religiosità flebile nel nome di una cristianità raggiunta e infuocata come un fuoco grande e mai fatuo.
Maledetta poesia che naviga nei cuori forti che sanno della consapevolezza della vita. Il poeta conosce il crepuscolo prima dell’alba. Non c’è una Venere Alata a far da luce. Tutto è una finzione. Persino la finzione si inventa il poeta. Pur di non vivere nella vita ma di morire vivendo la vita. Come stregati. Ma il poeta è uno stregone e la poesia è una strega.
Da “Titano amori intorno” nei versi di “Non voglio dimenticarti, amore”: “La strega segreta che ci ha guardato/ha carpito la nudità del terrore,/quella che prende tutti gli amanti/raccolti dentro un’ascia di ricordi”. Si può vivere al di fuori di questa ascia di ricordi? Aprirsi alle attese proprio mentre queste attese si fanno rivelazione.
Il passo verso la Croce, il suo colloquiare con Maria, con Cristo, il suo “Magnificat” non tracciano più passioni ma sono il tempo della Passione dentro il quale la poesia di Alda Merini si è raccolta, si raccoglie, continuerà ad affascinare dalla “casa” dei maledetti che con i loro occhi sanno penetrare le nebbie, le nuvole, le ombre e osservano il vento nel tagliare il filo dell’orizzonte che separa o che unisce, nella pazienza, le solitudini, i sogni, le lontananze.
Essere dentro il sogno della Passione è varcare la soglia restando nella speranza. Così nella poesia di Alda Merini.
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