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Un Paese dove l'università serve più ai professori che agli studenti, la sanità più ai medici che ai malati, la giustizia più agli avvocati e ai magistrati che ai cittadini, la pubblica amministrazione più ai burocrati che alla collettività.
Un Paese dove la politica è il mestiere di chi persegue innanzitutto l'interesse personale, e poi, se avanza tempo, quello generale: di chi governa o fa opposizione avendo come obiettivo soltanto il risultato della prossima scadenza elettorale anziché il futuro di tutti, di chi pensa che i giovani siano un problema e non un'opportunità. Un Paese dove piccole lobby pesano più di milioni di cittadini, dove gli ordini professionali riescono a bloccare ogni spinta al rinnovamento, dove perfino le misure a favore della concorrenza si ritorcono contro i cittadini. Un Paese con una classe dirigente ingorda, vecchia ed egoista, maschilista e ripiegata su se stessa, che solo non vuole rinunciare a privilegi, prebende, bonus, auto blu, stock options. Questa è l'Italia di oggi: non esattamente quello che ci possiamo augurare per i nostri figli, e che i nostri figli non si possono augurare. Ha ragione Pier Luigi Celli, il direttore generale della Luiss che ha scritto una lettera a suo figlio, pubblicata in prima pagina da Repubblica con il titolo "Figlio mio, lascia questo Paese". Quella lettera è la stessa che forse molti di noi avremmo voluto scrivere, ma che invece ci auguriamo di non dover mai scrivere ai nostri figli. Forse in cuor nostro speriamo che quando i nostri si troveranno davanti alle scelte, chi prima e chi dopo, l'Italia sia diventato un Paese un po' migliore. Li guardiamo in volto, poi speriamo. E non possiamo fare altro che sperare...
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01 Dicembre 2009
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