GAGLIATO (Provincia di Catanzaro)

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GAGLIATO – Tutto quello che c’è da sapere: Personalità, Storia, Cultura, ecc.

GAGLIATO
(Provincia di Catanzaro
)
Altezza dal livello del mare: 350 m. – Abitanti effettivi: 500 – Residenti: circa 1000 – Nome abitanti: Gagliatesi
Cap: 88060 – Prefisso tel.: 0967

Sito web ufficiale dei Gagliatesi nel Mondo: Gagliato in the World è stato il primo website gagliatese e a tutt’oggi risulta il più seguito e il più documentato culturalmente. Peraltro, è anche testata giornalistica registrata in Tribunale, come supplemento del quotidiano on line L’altra Calabria (www.laltracalabria.it) diretto dal giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro.

Il Santo Patrono è San Nicola di Bari. Si festeggia la prima domenica di agosto e il 5 e 6 dicembre. Un tempo, in occasione di quest’ultima ricorrenza, si svolgeva una fiera imponente. Ancor più rinomata, però, anche fuori regione, era quella del bestiame.

Il comune di Gagliato domina il golfo di Squillace e la baia di Soverato. L’abitato è arroccato su di un poggio alla sinistra del fiume Anci

 

nale. Il suo territorio ha un’altezza che varia dai 350 ai 450 metri dal mare. Dista appena sette minuti dal mare di Soverato e quindici dalle Serre. Confina con i comuni di Petrizzi, Satriano, Argusto e Cardinale. La superficie è pari a 6,99 kmq. Dal capoluogo di regione (Catanzaro) dista circa 40 km

Come arrivarci:
A3 uscita Lamezia-Catanzaro – SS 280 fino a Catanzaro Lido – SS 106 fino a Soverato – Lagnosa – Provinciale «Gagliato Mare». Treni: Stazione FS di Soverato. Autobus: da Noverato, Serra San Bruno, Vibo Valentia. Aeroporto: Lamezia Terme

Luogo ideale per un corroborante soggiorno estivo (e non solo)

«Piccolissimo castello di appena quaranta fuochi; però con buone comodità in quanto al vivere… Vi è gran civiltà in questa terra posta in bel sito molto vistoso et in aere molto perfetto».
Con queste parole, padre Giovanni Fiore da Cropani descriveva Gagliato nella sua Della Calabria illustrata più di tre secoli fa.
Situato su una collina a 450 metri di altitudine, questo piccolo centro a metà strada tra Soverato e le Preserre, si presenta al visitatore come una ridente terrazza affacciata sul mare Ionio. Luogo ideale per un corroborante soggiorno estivo, per chi ama trascorrere un’estate lontano dai frastuoni e al tempo stesso trovarsi a poca distanza dal litorale che da Soverato si estende fino a Copanello, e dai monti che costeggiano Serra san Bruno.

Un po’ di Storia. Di questo paese si hanno notizie storiche a partire dal XV secolo, allorché era un feudo della famiglia dei Morano che lo ebbe in proprietà fino a tutto il ’400. Passò poi ai Borgia, principi di Squillace, che lo avevano sottratto ai Morano con la forza. Protagonista di questo fatto d’arme era stato Goffredo Borgia, fratello di Cesare, il Valentino, e di Lu-crezia, sorretto da un gabellotto del luogo, tale Gironda. In seguito il feudo tornò ai legittimi proprietari in forza di un modus vivendi, con l’usurpatore Goffredo.
Nel 1494 Ferdinando I re di Napoli espropriò tutti i beni dei Morano e li assegnò a Luca Sanseverino, barone di San Marco, elevato al rango di principe di Bisignano da Ferdi-nando I d’Aragona. Nel 1626, per vincolo matrimoniale, passò ai Sanchez de Luna i quali acquisirono il titolo di marchese.
Infine, nel 1714, a questi succedettero i Sanseverino. Un decennio dopo fu riacquistato dai Sanchez de Luna che incardinarono il titolo di duca. A distanza di alcuni anni, questa famiglia di origine spagnola lo alienò in favore dei Castiglione Morelli che lo trasformarono in baronia. Nel 1806 ebbe inizio l’eversione della feudalità a opera di Giuseppe Bonaparte e l’antico feudo di Gagliato fu trasformato in luogo appartenente al «governo» di Satriano.

La Chiesa Parrocchiale. La chiesa di Gagliato risale al XVI secolo allorquando occupava la parte più alta del centro abitato. Si presenta all’esterno con una facciata in stile barocco; all’interno con una navata centrale e una laterale. I terremoti del 1783, 1905, 1908 la danneggiarono grandemente. In essa si conservano affreschi e tele che sono opera del pittore Felice Fiore, di San Benedetto Ullano. Fu più volte restaurata. L’ultimo rifacimento avvenne nel 1938 quando si dovette intervenire a riparare i danni provocati dall’incendio (a causa di una candela dimenticata accesa sul presepio) di tre anni prima.

La Grangia Certosina. Dell’antica grangia certosina di Gagliato resta ben poco. Quell’antico insediamento monastico ha sempre rivestito per la comunità gagliatese, ma anche per quelle dei paesi limitrofi, una grande importanza. Con un piccolo sforzo di fantasia è possibile immaginare come tra quei monaci e la gente del luogo fosse in atto un reciproco rapporto di laboriosità e di preghiera. Tempi remoti, di cui oggi non giunge altro che un’eco lontana, quanto suggestiva e toccante. Ancor vivo è invece il disappunto per l’insipienza di quanti permisero che i ruderi del vecchio convento passassero in mani private, e quindi manomessi e irrimediabilmen-te deturpati.
La data di fondazione è alquanto problematica. Esiste tuttavia un documento che fa supporre che essa dovette essere costruita a partire dal XII-XIII secolo. Si tratta di un atto di donazione, datato 14 novembre 1191, per mezzo del quale si assegnava al monastero di Santo Stefano del Bosco un podere nel territorio di Gagliato (pradium positum in agro Galliati). La grangia dovette essere molto fiorente dal punto di vista economico. Essa infatti amministrava un vasto feudo che ricadeva nei comuni, oltre a quello di Gagliato, di Satriano, San Sostene, Davoli e Argusto.
Tra le sue mura, fra l’altro, si spense padre Saverio Cannizzari, priore della certosa di Serra San Bruno dal 1766 al 1774, nonché profondo studioso di matematica e astronomia. Ciò avvenne il 10 gennaio 1784, quasi esattamente un anno dopo il catastrofico sisma che devastò l’intera Calabria. Cominciò da quell’infausto evento la decadenza del cenobio: la Cassa sacra e i francesi, in fasi diverse, dapprima ne sospendevano l’attività religiosa e poi lo sopprimevano assorbendone tutti i possedimenti.

Mitico Uncinale. II sito su cui sorgeva la grangia certosina sovrasta la valle dell’Ancinale, un grosso torrente che per molteplici aspetti è legato alla storia dei paesi i cui territori attraversa: Satriano, Gagliato, Argusto, Chiaravalle Centrale, Cardinale, Brognaturo, Serra San Bruno. Notizie storiche lo vogliono teatro di memorabili avvenimenti. Plinio il Vecchio lo riporta con il nome di Caecimis e lo classifica tra i fiumi navigabili del Golfo di Squillace.
Lo storico greco Tucidide scrive che «Lachete e gli ateniesi, scesi dalle navi… presso il fiume Cecino, catturarono circa trecento locresi che accorrevano per contenere la forza, con Prosseno, figlio di Capatone, e sottratte le armi andarono via». Si vuole anche che, risucchiato dalle acque, vi avesse dimora il citaredo locrese Eunomo. Leggende, sia chiaro. Di certo è che le sue acque, visitate e percorse fin dall’antichità, costituirono per secoli fonte di benessere. Padre Fiore dice che «i primi a popolare quelle riviere» furono gli enotri. Altri, per lungo tempo, credettero di ravvisarvi la Sagra, il fiume su cui intorno al 580 a.C. diecimila locresi sbaragliarono più di centomila crotoniati. È probabile che, grazie a questa infondata interpretazione, la pianura antistante venne chiamata Sagrianium. Da qui il nome di Satriano, l’antica Cecinia, che sorge sull’altro costone sovrastante l’Ancinale.
A riguardo, il già citato storico cappuccino di Cropani scrive: «Ritrovo che molti lo derivano dal vicino fiume, giusta il loro intendimento detto Sagra, ossia ne formano Saggiano, o pur Satriano. Ma con aperto errore, conciossiaché il fiume Sagra, già famoso per la rotta de’ Crotoniati, egli è sotto Castelvetere». E più avanti prosegue asserendo che Satriano trae nome «non già dal vicino fiume Sagra, ma piuttosto dal paese all’intomo, detto volgarmente Saynaro».
Oggi il mitico Ancinale ha subito una drastica metamorfosi in seguito alla costruzione di una diga destinata ad alimentare una centrale idroelettrica.

Il sito archeologico. L’Ancinale, nel tratto in cui separa i territori di Satriano e Gagliato, potrebbe nascondere un segreto. Una città sepolta? Presunti rinvenimenti di frammenti fittili farebbero pensare all’esistenza di un qualche insediamento umano risalente al Neolitico. Come dire ad almeno tremila anni fa. È un’ipotesi tutt’altro che peregrina dato che da queste parti sorgeva la colonia greca di Cecinia, progenitrice di Satriano. Ne fanno menzione fior di scrittori dell’antichità (Tucidide, Strabone, Plinio il Vecchio, Pausania) ma se ne son perse le tracce. Con molta probabili tà essa fu distrutta dal tiranno di Siracusa, Dionisio, nel IV secolo a. C.
Qualche scoperta più o meno importante fa risvegliare l’entusiasmo in quanti credono di riesumare le tracce di un lontano passato. È il caso della necropoli venuta alla luce negli anni Sessanta in località Petraro nel comune di Satriano o di uno spezzone di opera muraria lungo la balza di Sant’Angelo nel territorio di Gagliato.
Intorno a questo sito certa vulgata vorrebbe che siano state rinvenuti monete greche, uno statere, utensili e vasellame attribuibili al periodo magnogreco E perfino anfore, un’oinochoe, una punta di lancia… Sono ipotesi, beninteso. Nient’altro che dei «si dice», ancorché insistenti, che noi riportiamo per semplice dovere di cronaca. Illazioni, queste, tutte da verificare alla luce di una metodologia rigorosa e inappuntabile dal punto di vista scientifico.
Ma non per niente inverosimili o bislacche se si ripercorre il passato di questo corso d’acqua ricco di storia e di insedia-menti monastici, come il monastero basiliano di Sant’Angelo della Pietra, nell’omonima località.
Servano, queste brevi note, a stimolare l’interesse delle istituzioni preposte, affinché si apra ufficialmente un sito archeologico e si avviino i lavori di ricerca per verificare la consistenza oggettiva di certe… leggende che ogni tanto capita di ascoltare in giro.
Francesco Pitaro
su «Gagliato & Dintorni – Vademecum per il Turista» – © Edizioni L’altra Calabria – www.l’altracalabria.it – Direttore Responsabile: Vincenzo Pitaro

Personalità – Gagliatesi nel tempo

Sono molti i gagliatesi che, nel lavoro, nelle professioni, nelle arti, si sono distinti egregiamente ed hanno dato onore e lustro a Gagliato. Molti dei quali, tuttora operanti, oggi sono lontani dalla loro terra.
Delle tante personalità (degni professionisti ed amministratori del passato) vissute a Gagliato, meritano una particolare citazione l’eroe Guglielmo Gareri, don Emanuele Calabretta, il professore e scrittore Grazio Pitaro (che negli Anni Cinquanta ebbe il privilegio di conoscere ed intervistare più volte Padre Pio), il poeta Domenico Vitale. Essi pensiamo siano rappresentativi di tutta la popolazione, trattandosi di un eroe, di un parroco e di un intellettuale esemplari, nonché di un illustre poeta.
Guglielmo Gareri (1896-1917) fu combattente, con il grado di sottotenente, della I guerra mondiale. Fu mortalmente ferito a Baita Casalena (TN), dopo che si era opposto eroicamente all’incedere delle truppe nemiche. Gli fu conferita una medaglia di bronzo al valor militare con la motivazione che qui di seguito riportiamo: «Con esemplare coraggio e sprezzo del pericolo, sotto il fuoco intenso e l’incalzare del nemico, incitava i suoi uomini, finché cadde gravemente ferito, il 17 maggio 1917». Lo scrittore Grazio Pitaro, che fra l’altro, come dicevamo, ebbe il privilegio di conoscere ed intervistare Padre Pio, ha pubblicato anche saggio in cui racconta i suoi periodici incontri col Frate taumaturgo del Gargano, oggi San Pio da Pietrelcina. «È stata un’affascinante avventura umana», dice. «Furono momenti di commozione e di riflessione. E già d’allora il Frate dimostrava di avere un abboccamento con Dio». Grazio Pitaro, è nato a Gagliato (CZ) il 5 settembre 1918. Fin da ragazzo ha avuto la vocazione sacerdotale, studiando presso il seminario vescovile di Squillace. Combattente nella Seconda guerra mondiale, ha partecipato alla campagna di Francia, Grecia e di Albania, uscendone ferito. Sposato e padre dei giornalisti Vincenzo e Francesco, è stato insegnante (sul finire degli anni Quaranta) in vari centri della Calabria. Nel 1974, periodo in cui si è collocato in pensione, ha ricevuto dal Ministero della Pubblica Istruzione la medaglia d’oro per meriti professionali.
Da sempre, ha continuato a professare vivamente la fede religio­sa, mantenendosi vicino alla Chiesa con particolare devozione alla Madonna e una grande considerazione per Padre Pio da Pie­trelcina. È scomparso nel 1988 ma il suo ricordo è sempre vivo tra i gagliatesi sparsi nel mondo.
Identica cosa per il sacerdote don Emanuele Calabretta (1906-1972) il cui ricordo è tuttora palpitante e suscita commozione nei parrocchiani gagliatesi, da lui ininterrottamente amministrati spiritualmente per quarant’anni. Fu uno spirito magnanimo, amabile e disponibile con tutti; massime con quanti erano bisognosi di cure e di aiuto. Due generazioni videro in lui, più che il parroco che amava in modo particolare i giovani, (che condusse, compreso chi scrive, alla conquista di tante medaglie d’oro ai certami di catechismo), un faro di luce e di edificazione, al cui esempio poter informare la propria vita.

Gagliatesi d’oggi

Fin qui, i gagliatesi di ieri che hanno lasciato traccia della loro esistenza, distinguendosi. Ma quanti sono e chi sono, oggi, i gagliatesi di rilievo, quelli – diciamo così – che contano, quei gagliatesi che rivestono un ruolo di prestigio, sia rimasti in sede che sparsi nel mondo? Intanto, incominciamo col dire che Gagliato ha dato i natali a tre giornalisti: Elisabetta Mirarchi, del Tg1, Vincenzo Pitaro e Francesco Pitaro. Poi, ci fa piacere ricordare gli artisti affermati (quelli della pittura: Giovanni Federico (residente a Roma) e quelli della creatività, che operano in vari settori e che vivono oltreoceano, ancorché poco conosciuti, purtroppo, ancora al grande pubblico.

FEDERICO Giovanni, pittore

Nato a Gagliato, nel 1942, risiede a Roma. Ha frequentato il liceo artistico e si è formato nello studio del pittore N. D’Onofrio. Tratta temi di carattere sociale con i mezzi tradizionali della pittura. Ha tenuto varie personali in molte gallerie d’arte italiane ed ha preso parte a varie collettive e rassegne. Alla sua opera si sono interessati i critici Bonavita, Bonifati, Riviello, Di Genova, Lunetta, Moretti e altri.

MIRARCHI Elisabetta, giornalista
È nata a Gagliato, nel 1959. Risiede a Roma. Ha scritto per «l’Unità» e per «Paese Sera», ora presta servizio in Rai, agli Speciali del Tg1. È iscritta all’Albo professionale dei Giornalisti dal 1989.

PITARO Vincenzo, giornalista
Giornalista, Scrittore e Autore Siae per la parte letteraria. Fa parte del Sindacato Nazionale Scrittori. È iscritto all’Albo professionale dei Giornalisti dal 1985. Ha pubblicato diversi volumi di saggistica, poesia dialettale e narrativa, tra cui «Antologia di Letteratura Calabrese». Si occupa di uffici stampa e scrive per la pagina Arte, Cultura e Spettacolo del quotidiano Gazzetta del Sud. Altri particolari e servizi sul suo website www.vincenzopitaro.it


A due passi da qui, nacque il nome Italia

In epoca greca, prima delle colonizzazioni, la Calabria era abitata da più comunità, tra cui gli Enotri (coltivatori della vite), i Coni, i Morgeti, gli Itali. Proprio dal mitico sovrano Italo, la regione – che prima ancora si chiamava Enotria – fu detta «Italia» dai colonizzatori ellenici. Il nome, poi, si estese a tutta la penisola. Fu, dunque, la Calabria a dare il nome all’Italia. Molti dizionari enciclopedici – taluni anche volutamente – lo ignorano. Aristotele, il grande filosofo greco, nel 384 a.C. scrive che Italo era il re degli Enotri e che «da lui questi presero in seguito il nome di Itali, come pure venne chiamata Italia la regione da loro abitata, quella propaggine di coste delimitata a nord dai golfi di S. Eufemia Lamezia e di Squillace, così vicini tra loro che distano solo una giornata di cammino».
(Vincenzo Pitaro)

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