Il dialetto, questa nobile lingua da conservare

di Vincenzo Pitaro

Quanti sono i dialetti che ancora oggi vengono parlati in Calabria e nelle altre regioni d’Italia? Secondo quanto stimato dai glottologi sarebbero moltissimi. Ma la loro sopravvivenza, dicono, «è in serio pericolo». Gerghi giovanili, fraseologie legati alle mode, ai diktat della televisione, metterebbero a repentaglio quei coloriti e spesso preziosi residuati che sono le parlate locali.
Eppure i dialetti sono importantissimi perché riflettono almeno venti secoli di storia, raccontando – con la varietà dei suoni e degli accenti – sofferte vicende e agognate conquiste.
Sottovalutare o, peggio ancora, gettare nel dimenticatoio le parlate locali è un errore risalente al vecchio pregiudizio che esse altro non siano che degenerazioni di una lingua madre. La nostra madrelingua, però, sia ben chiaro!, non è l’italiano, bensì il latino, da cui derivò anche quel dialetto toscano che grazie ad alcuni grandi poeti e scrittori è poi assurto a lingua nazionale. Perciò, lungi dall’essere forme di decadenza dell’italiano, i dialetti risalgono tutti ad una comune origine latina, e dunque hanno tutti una loro dignità. 

La perdita delle parlate locali, quelle vere, va quindi combattuta, perché esse rappresentano la costante presenza nel tempo di una tradizione culturale sempre viva. L’estrema vitalità dei dialetti, d’altronde, è testimoniata dai numerosi prestiti concessi alla lingua nazionale; prestiti che concorrono a renderla più vivace ed espressiva.
Secondo un’accurata indagine solo il 24 per cento degli italiani parla esclusivamente la lingua nazionale ufficiale. Gli altri ricorrono ad essa solo quando particolari circostanze sociali lo richiedano. Che dire? L’uso di un corretto italiano appare irrinunciabile per tutti. Ma se, ad esempio, ci troviamo in una città settentrionale, ascoltiamo con piacevole sorpresa qualcuno che parla il nostro dialetto. Allora ci viene spontaneo usarlo, anche se di solito parliamo l’italiano, come se il ricorso all’idioma natio tracciasse una linea di unione fra noi e gli altri, e segnasse la nostra appartenenza ad un’area di comuni tradizioni e valori.
Dell’importanza delle parlate locali o regionali sono sicuramente convinti in varie città del Nord Italia, dove si sta pensando di inserire nelle scuole dei veri e propri corsi ufficiali per insegnare a leggere e scrivere la lingua della propria regione. Una proposta, non esclusivamente leghista, che tende ad aiutare i giovani ad entrare in contatto con espressioni culturali meno conosciute, sentenze di vita tramandate oralmente, aneddoti storici coloriti e vivaci, brevi proverbi salaci e sorprendentemente attuali, favole e leggende attraverso le quali un popolo ha espresso e raccontato se stesso.
Inquadrate in questa cornice e condotte nel giusto spirito, tali iniziative sono positive. Certo non lo sono se diventano uno strumento politico, se servono cioè ad allevare piccoli secessionisti. In sostanza: ben venga il campanilismo se si traduce in una riappropriazione e rivalutazione delle peculiarità, non solo linguistiche, della propria terra. Diverso è se l’attaccamento a quanto riconosciamo nostro diventa scarsa considerazione o, peggio ancora, disprezzo per quanto percepiamo come altrui.
Negli ultimi anni la politica scolastica, soprattutto in Calabria, non ha dedicato molti spazi alla cultura regionale, con scarsa attenzione al dialetto. Superato il falso pregiudizio di una necessaria contrapposizione fra idiomi locali e lingua nazionale, secondo la quale o si sacrificavano i dialetti sull’altare delle modernità o si tornava al vernacolo a scapito dell’unità linguistica, la questione si pone ora in un’ottica che potrebbe essere definita ambivalente. Una continua osmosi e un vicendevole arricchimento tra vecchie parlate locali e linguaggio comune.
Finora, i cultori dell’idioma dialettale sono stati per lo più gli anziani. Proprio da un’anziana donna di Calabria, anzi, abbiamo sentito declamare a sostegno del dialetto dei versi molto belli: «Portàtulu ‘ntro cora ‘stu dialettu, / ch’è nobili ormai di vecchja data, / e ricordàti ô mundu s’è scorrettu / ch’a civiltà ‘e chissa Lingua è nata!»
I cittadini, insomma, devono sì sapere usare correttamente la lingua nazionale per farsi comprendere da tutti. È oltremodo importante però essere anche a conoscenza del proprio dialetto per mantenere costumi, abitudini e tradizioni che sono care e ci rappresentano.

© Vincenzo Pitaro

Sull’argomento, il giornalista Vincenzo Pitaro ha pubblicato:
1) «Il dialetto, nobile idioma da conservare» in Gazzetta del Sud, pagina Cultura, di Giovedì 7 Maggio 2009.
Altri particolari, negli archivi di: www.gazzettadelsud.it o nel website del giornalista: www.vincenzopitaro.it

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