Corsi di lingua e cultura italiane in Svizzera: i tagli non spiegano tutto

Dopo i tagli praticati l’anno scorso, arriva il primo bilancio dei corsi di lingua e cultura in Svizzera. A farlo è il coordinatore degli Enti gestori Roger Nesti.
Stando a quanto riportato da alcune agenzie, secondo Nesti, «i tagli ai contributi degli enti gestori hanno destabilizzato il sistema corsi». Più precisamente: «il confronto tra i dati rilevati a inizio dell’anno scolastico 2008/2009 (prima dei tagli) e quelli dell’inizio dell’anno scolastico 2009/2010 (dopo i tagli) evidenzia che in Svizzera sono stati soppressi 164 corsi. Il numero degli alunni è calato da 16.054 a 14.188, con una diminuzione di 1.866 alunni».
Ce n’è quanto basta per far scrivere ai cinque deputati del PD eletti all’estero che «Nesti evidenzia con dati incontrovertibili alcune brucianti verità: la riduzione dei corsi in seguito ai tagli produce una pari riduzione di alunni; l'annuncio dei tagli provoca una disaffezione delle famiglie verso i corsi e una conseguente rinuncia a iscrivere i propri figli; […] la politica dei tagli ha innestato un processo di contrazione degli enti gestori che rischia di essere irreversibile». Inoltre, secondo gli onorevoli Narducci e compagni, «il bilancio del primo anno di tagli sul sistema di insegnamento dell'italiano all'estero offre elementi che vanno al di là della situazione svizzera e riguardano in sostanza l'intera politica di promozione linguistica e culturale dell'Italia nel mondo».

Per fortuna che l’on. Narducci, in premessa di un suo comunicato ammette che «valutare lo stato di salute delle scuole italiane all'estero, dopo la batosta dei tagli che nel 2009 ha colpito in particolare i corsi di lingua e cultura italiana, non è certamente opera facile». Ha ragione, è un discorso per nulla facile da affrontare. Ma proprio per questo credo sia opportuno affrontarlo più seriamente, facendo appello anzitutto a un principio di realtà e di razionalità piuttosto che a statistiche, analisi e soprattutto giudizi che rischiano di essere per lo meno affrettati.

Perché diminuiscono gli allievi?
Circa i dati «incontrovertibili» forniti da Nesti non ho ragione alcuna per non ritenerli certi, anche se, per un’analisi approfondita, sono forse insufficienti. Ad esempio, non si capisce bene se il numero degli allievi complessivi e la media per corso si riferisce a persone semplicemente iscritte o anche frequentanti. Una maggiore precisione al riguardo è fondamentale se si vuole affrontare il discorso con un minimo di realismo.
Dell’analisi del Nesti, tuttavia, non sono tanto le cifre presenti o assenti che hanno attirato la mia attenzione quanto il tipo di analisi (oltre alla reazione di alcuni politici dell’opposizione). Ed è su di essa che desidero fare qualche osservazione.
Anzitutto, in generale, noto che manca qualsiasi considerazione sulla «ragionevolezza» o meno dei tagli, alla luce di una visione globale del bilancio dello Stato e dell’esigenza fondamentale di non gravare ulteriormente su un debito pubblico che è già pesantissimo. Indirettamente, tuttavia, sembra confermarlo anche il rapporto Nesti, che una certa ragionevolezza ci fosse nei tagli. Essi, infatti, pur essendo valutati a circa il 50% dei contributi del 2008, non hanno provocato un dimezzamento dei corsi, ma solo una diminuzione dell’11,9%, si può ritenere che il disastro previsto dai soliti pessimisti non c’è stato.
Qualche dettaglio dell’analisi proposta da Nesti mi lascia poi perplesso. Il semplice fatto di costatare tra il 2008/2009 e il 2009/2010 un calo dei corsi e soprattutto degli allievi non autorizza di per sé a stabilire un rapporto di causa effetto tra tagli e riduzione dei corsi. I tagli potrebbero essere eventualmente una concausa e non la causa principale. Senza considerare che gli stessi tagli potrebbero avere una loro giustificazione alla luce anche dell’evoluzione generale degli italiani all’estero, dei bambini in età scolastica e del numero dei frequentanti.
Per una analisi completa e realistica della situazione svizzera, ritengo che non si possano dimenticare due fenomeni, di cui occorrerebbe tener conto. Il primo è la costante diminuzione dei bambini italiani in età scolastica. Se si considera il gruppo d’età dei cittadini con la sola nazionalità italiana da 0 a 14 anni, si deve costatare una costante diminuzione. Questa classe d’età si è ridotta dal 1998 al 2008 di ben 14.320 persone. Se nel 1998 in questa fascia d’età gli italiani erano 47.020, nel 2008 erano solo 32.700. E la tendenza continua.
Il secondo elemento da tenere in considerazione è che sono sempre più numerosi gli italiani in età scolastica che diventano (anche) cittadini svizzeri, evidenziando in questo modo che la loro prospettiva di vita si situa in Svizzera più che in Italia. Del resto per il 90% i bambini italiani in età scolastica sono nati in Svizzera da genitori generalmente ormai ben integrati. E’ dunque comprensibile che il loro interesse a frequentare i corsi di lingua e cultura italiane tenda a diminuire.

Ripensare la politica culturale italiana all’estero
Anche soltanto sulla base di questi due elementi credo che il sistema dei corsi gestiti direttamente dallo Stato o da Enti Gestori che ne fanno le veci vada ripensato. Non è infatti possibile che un sistema ideato in altri tempi e finalizzato essenzialmente al rientro dei giovani in Italia possa continuare a funzionare sostanzialmente alla stessa maniera.
Si dimentica inoltre che questi corsi erano anche il frutto di un diffuso assistenzialismo dello Stato italiano quando gli emigrati erano di formazione e capacità di reddito ben inferiore a quella di oggi. Credo che una certa «politica culturale» oggi la debbano fare anche gli stessi emigrati e coloro che li rappresentano senza poggiare unicamente sul contributo statale.
Quando si parla di associazionismo attivo e si pretende di valorizzarlo a spese dello Stato, si dimentica che l’essenziale dell’associazionismo è il volontariato, l’intraprendenza e la motivazione. Anche l’italianità, oltre che una caratteristica dello Stato, che ha quindi il compito di proteggere e sviluppare, dovrebbe essere anche sentita come una caratteristica e un bene di tutti gli italiani, compresi quelli che risiedono all’estero, che non meno dello Stato dovrebbero sentire l’obbligo (morale) di difendere e sviluppare, mettendoci magari anche qualcosa di proprio.
Se la lingua e la cultura italiane fossero sentite in questi termini, forse sarebbe più facile trovare soluzioni alternative o complementari anche ai corsi di lingua e cultura, non dimenticando che anche per la Svizzera rappresentano una ricchezza e una risorsa. Trovare sinergie potrebbe rappresentare un’opportunità da studiare e cogliere, tanto più che la nuova legge federale sulle lingue lascia aperto qualche spiraglio in questo senso.
Giovanni Longu
Berna, 10.2.2010

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