Il «polentone» d’un tempo, oggi si chiama «buzzurro»!

 Lo rivela una rivista francese

«Il polentone d’un tempo, oggi si chiama buzzurro». Lo apprendiamo da un articolo, apparso su una rivista francese, «NewFrance Magazine», che si occupa di Richard Lynn e del suo discutibile «studio» sull’intelligenza degli italiani. Oggi, infatti, nel nord-Italia» – spiega la rivista d’oltralpi – «quel tipo di persona, goffo, lento, imbranato nell’agire e abituato a fare grandi scorpacciate di polenta, che gli italiani meridionali apostrafavano simpaticamente con l’epiteto di “polentone”, in contrapposizione all’appellativo di «terrone» da loro attribuito ai meridionali nostalgici della terra d’origine, quasi non esiste più. Il ritmo di vita è cambiato e la quotidianità in buona parte del Settentrione è diventata molto frenetica rispetto a ieri, con un ritmo che impedisce a chi ci abita persino di pensare». «Il polentone d’un tempo», si legge sempre nel magazine francese, «comunque si distingueva per il suo simpatico modo di scherzare, era buono e per niente posseduto da idee vere e proprie di forme di razzismo, né dalla cattiveria e malignità che molti oggi dimostrano». 

Ed ha ragione il magazine francese. Al tempo d’oggi, infatti, molti settentrionali – crescendo in quella mentalità – sono diventati addirittura offensivi, oltraggiosi nei confronti degli abitanti del Sud, coltivando nel loro animo la malapianta del «razzismo», senza accorgersi che il buono e il cattivo esiste al Nord come al Sud, che ovunque c’è il bello e il brutto, l’onesto e il disonesto, il ricco e il povero, l’istruito e l’ignorante, e via dicendo.
Il razzismo, insomma, da che mondo è mondo, ha sempre albergato nella testa del povero deficiente e non nelle persone normali e perbene. Esiste, purtroppo, anche nella Milano tra gli stessi milanesi, tra classi sociali diverse, che hanno differenti modi di comportarsi nella società e non ha niente a che vedere con i dati anagrafici o con il colore della pelle. Basti pensare che c’è razzismo anche nella stessa Lombardia nei confronti del milanese, che i lombardi chiamano «bauscia».
L’avversione tra meridionali e settentrionali, poi, costituisce un capitolo a parte (oggi del tutto anacronistico) che ebbe origine nel periodo bellico tra persone dello stesso ceto. Prese corpo sempre di più nell’immediato dopoguerra a causa del flusso migratorio verso il Nord. Ma chi emigrò? Non certo il ceto abbiente! Emigrò quello meno agiato che non riuscì nell’impatto iniziale ad integrarsi ed ebbe qualche sbandamento. Sicché, i settentrionali, almeno quelli più poveri e di bassa cultura che non ebbero la possibilità di viaggiare e conoscere il mondo, vedendo quello stato di cose si convinsero che tutti i meridionali fossero allo stesso modo. Nacque così una sorta di avversione che attecchì nelle persone prive di qualsiasi istruzione, sempre nell’ambito dello stesso ceto sociale: tra lo spazzino del Nord e lo spazzino del Sud, ad esempio. Uno spazzino del Nord, d’altro canto, non si azzarderà mai a chiamare “terrone” il vicesindaco meridionale di Milano o tanti altri che occupano posti di notissimo rilievo. Dal linguaggio che si usa, insomma, oggi è facile individuare il “buzzurro”, cioè l’ex polentone (che in Canada invece chiamano «Mangiachecca»).
Non è bello scendere a queste bassezze. Tuttavia, se il tono è scherzoso – ma solo scherzoso – qualsiasi fiero meridionale, sentendosi chiamare «terrone» potrà tranquillamente rispondergli: «Grazie, buzzurro»!

Sarah Delany

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