L’importanza di conoscere se stessi

Visita anche il nostro sito: www.frantoio.biz
Messaggio Promozionale
Riflessioni (e divagazioni) d’Estate
di VINCENZO PITARO
«Nosce te ipsum». Oppure, visto che a me piace di più, «Gnòthi seautòn».
Epigrafi del genere erano frequenti nel mondo antico. «Nulla troppo», «Non frequentare i malvagi», ecc. Ma quella di Delfi rimane pur sempre la più solenne. Ah, i greci, quanta saggezza!
Misteri eleusini? Motti iniziatici incomprensibili alla gente comune? Macché! Sono soltanto motti che invitano ad esplorare l’interno di ognuno di noi e, possibilmente, per chi ne è capace, anche l’interno della Terra per cercare di trovare la «pietra nascosta». Vivremmo di certo in mondo migliore, più sano e più giusto, se anche l’ultimo degli ultimi, si sforzasse di approfondire la conoscenza di sé e riconoscere (di conseguenza) i limiti propri dell’uomo. Più o meno come soleva fare un certo signore nella società ateniese dell’ultimo ventennio del V secolo a.C.
Lo stesso signore che considerava un malato chi agiva male e che ci ha tramandato molti insegnamenti importanti, significativi e sempre attuali oggigiorno, al punto che sarebbe piuttosto salutare se – la sera, prima di coricarci – ce le ripassassimo bene in mente. 

Io, a dire il vero, lo faccio spesso attraverso queste letture che, assieme ad altre, sono quelle che di più prediligo. Sarà perché mio padre, insegnante (con formazione ginnasiale e classica; seminarile, in quegli anni si usava così, bisognava andare in Seminario) ne era particolarmente ghiotto e, in casa, spesso e volentieri – quando non era la nonna a prendere il sopravvento, durante le serate d’inverno, con i suoi fantastici racconti davanti al focolare domestico – «rompeva l’anima» a tutti parlando di Atenagora, Filolao, Protagora, Socrate, Santippe, i Trenta Tiranni, e via dicendo. Poi, passando all’epoca latina, seguitava con Giovenale, Orazio, Virgilio. A me, ragazzino, che a malapena riuscivo a pedalare sul triciclo, figuratevi quanto importava se il suo regalo in un giorno di festa fosse stato un buon libro anziché un costoso giocattolo. Poi, crescendo, ho incominciato ad apprezzare, a capire il valore delle buone letture, e oggi vivaddio lo ringrazio per avermi trasmesso questo «dono», questa predisposizione fin da piccolo.
Vabbé! Tutto questo, comunque, non c’entra (proprio per niente) con ciò che avevo in mente di dire in questa puntata della mia rubrica. È capitato che, scrivendo, mi sono riafforati nella mente, all’improvviso e senza un preciso motivo, come in un baleno, alcuni ricordi della fanciullezza che credo non interessino più di tanto a nessuno. Chiedo venia, quindi, ai miei venticinque lettori di manzoniana memoria se in questa riflessione ho un po’ divagato.
Ergo, dove eravamo rimasti? Ah sì, alla madre di tutte le formule, al monito della pietra: «Conosci te stesso». Che dire? Chi sa leggere dentro se stesso non può essere cattivo. Ecco perché e

sistono i malvagi: perché costoro non sanno né cosa realmente essi sono, né quello che fanno. Essere consapevoli delle proprie capacità, e soprattutto dei propri limiti, da che mondo è mondo, è sempre stato estremamente importante per ogni umano che può davvero considerarsi tale. A meno che non si tratti di qualche complessato che, non avendo avuto dalla natura certe primazie, penserebbe di trovarle sul piano intellettuale, grazie alla complicità di chi pensa che esaltando a dismisura una persona è il modo migliore per farlo, come dicono a Napoli, «fesso e contento». O, peggio ancora, che non si tratti di qualcun altro che nutre idee di grandezza, credendosi un personaggio, al punto di arrivare a convincersi anche del fatto che tutto ciò che succede è rivolto contro di lui, ritenendosi perdipiù quasi vittima di una persecuzione. Ma in questo caso rientreremmo, di certo, nel patologico. I grandi medici, gli specialisti (e adesso qui non c’entra più quanto andava dicendo Socrate su coloro che agivano male) tutto questo lo classificherebbero nei famosi «disturbi paranoici», una sorta di aggravamento della nevrosi, considerato che tra psicosi e nevrosi la differenza è solo qualitativa: i soggetti nevrotici si rendono conto dei loro problemi, mentre quelli psicotici sono coscienti solo in parte (o quasi) delle loro bizzarrie.
Nessun riferimento diretto, ovviamente, verso qualcuno. Niente di personale, sia ben chiaro, con nessuno. Questa mia è soltanto il risultato di una semplice riflessione generale. Ogni tanto, quando non scrivo per obbligo di contratto (ovvero quando l’attività giornalistica non me lo impone), mi capita sempre di scrivere qualcos’altro in piena libertà, qualche considerazione – ad esempio – sul mondo in cui viviamo o di comporre qualche sonetto satirico, ammesso che la Musa me lo consenta. La satira scritta, sia in versi che in prosa, peraltro, se devo dirla con tutta franchezza, mi ha sempre affascinato. È sempre stata terapeutica nel correggere vizi, nel fustigare i mali sociali e nel ridicolizzare (anche se non ce ne sarebbe bisogno, perché già si dileggiano da sè) i cosiddetti «Mi vantu e mi vantèu», come direbbe il mio caro amico Otello Profazio. Coloro, cioè, che amano autolodarsi e imbrodarsi, sentirsi «adorati» (come un cinocefalo degli antichi egizi, in manifestazioni locali di poco conto) anche con doppiezza, infingardaggine e insincerità da parte di quel tipo di gente che vi partecipa, apparentemente loro amica ma che poi – in caso di necessità, come accadde già una volta con «Catone il Censore», non quello là ma un altro dai tempi molto più moderni – non andrebbe incontro a questa specie «umana» neppure per lanciargli una ciambella di salvataggio se solo li vedessero affondare nelle acque del proprio mare. Il saccente, l’invidioso, il disfattista, si sa, sono degli esseri non certo sereni e in pace con loro stessi. Al di là delle apparenze, non sono amati da nessuno. Nascono «senza vergogna», hanno il toupet, la sfrontatezza di fare o dire cose (buone su loro stessi e meno buone sugli altri) dalle quali una persona normale, dotata di un minimo di qualità e di buon senso, certamente si asterrebbe.
Ecco il perché della mia introduzione, il motivo per cui ho ricordato in questa occasione quel motto così celebre e a quanto pare dimenticato (o ignorato) da molti. Nell’antica Grecia (e non dico il nome per evitare di fare ulteriori citazioni noiose di tipo didattico, che nel buon Giornalismo denotano quel che tutti i Giornalisti sanno) c’era chi addirittura addebitava proprio alla scarsa conoscenza di se stessi tutte le nefandezze che venivano fuori dai loro comportamenti quotidiani, sostenendo – fra l’altro – che «se il delinquente si fosse reso conto della malvagità della sua azione non l’avrebbe compiuta». Secondo questa convinzione, molto diffusa a quell’epoca in Grecia, in pratica, il criminale anziché punito andava guarito. Dei veri e propri guaritori di anime, insomma. Più o meno come degli odierni bravi psicologi o psicoterapisti. Se già d’allora questa pratica fosse efficace, o meno, è difficile dirlo oggigiorno con certezza, visto che la verità non ce l’ha in tasca nessuno; in quanto una verità uguale per tutti a quei tempi non esisteva, non c’è neppure oggi e non ci sarà mai. Su ogni questione, infatti, è sempre stato possibile scatenare sia una tesi che il suo contrario. Su quella che riguarda, invece, la conoscenza di noi stessi, beh, a mio modesto parere, credo sia davvero difficile riuscire a confutare.

Vincenzo Pitaro
www.vincenzopitaro.it

© Riproduzione Riservata

Nessun commento ancora

Lascia un commento