Garibaldi e la Calabria nell’Unità d’Italia

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di Vincenzo Pitaro Quando l’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi nell’alba del 19 agosto del 1860 sbarcò sulla spiaggia di Melito Porto Salvo e raggiunse trionfante la città di Reggio, trovò moltissimi calabresi (patrioti illuminati dalla luce massonica ma anche semplici cittadini) pronti a battersi al suo fianco per uno Stato unitario, libero e indipendente.
Un cospicuo gruppo di liberi muratori, già da mesi, aveva infatti deciso di appoggiare l’impresa garibaldina, grazie anche al ruolo determinante svolto dalla Massoneria reggina che a quei tempi si riconosceva nell’Obbedienza del Grande Oriente di Palermo, del quale Garibaldi era il Gran Maestro. Anche in Calabria, pertanto, l’apporto del pensiero massonico nella causa dell’Unità d’Italia si rivelò piuttosto notevole. 

Su questo importante aspetto risorgimentale, tuttavia, i testi scolastici, stranamente a tutt’oggi, riportano a malapena qualche tiepido accenno, senza tener conto che ciò avrebbe richiesto un doveroso atto di onestà storica e che non giova a nessuno presentare ai posteri il Risorgimento in maniera distorta, rispetto a quello che realmente fu.
Giuseppe Garibaldi, come del resto Cavour e lo stesso Giuseppe Mazzini, furono (notoriamente) delle colonne portanti della Massoneria italiana. «Garibaldi, per di più, fu Gran Maestro della nostra Istituzione», sostiene oggi con orgoglio l’avvocato Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. «Fu un massone che seppe coniugare i princìpi con l’azione, un grande promotore di libertà, un grande educatore, un uomo coerente, mai disposto a transigere sui valori. E per noi tutti è un grande onore averlo annoverato nella gran maestranza del Grande Oriente di Palazzo Giustiniani».
Non è un caso, dunque, se nell’iconografia risorgimentale, oggi, spiccano a grandi lettere molti calabresi del libero pensiero (ideatori dell’insurrezione antiborbonica) che seguirono Garibaldi nella marcia vittoriosa per la conquista del Regno di Napoli. Tra i più importanti protagonisti delle gesta garibaldine troviamo Benedetto Musolino, di Pizzo, patriota, politico e massone, che Garibaldi arruolò col grado di colonnello; Francesco Sprovieri, di Acri, giurista e politico, che fu al comando della terza Compagnia delle giubbe garibaldine; Giovanni Nicotera, di Sambiase, che già faceva parte della «Giovine Italia» di Mazzini; Francesco Stocco, di Decollatura – anche lui molto vicino agli ambienti mazziniani – che organizzò il Corpo volontario dei «Cacciatori della Sila», raggiungendo il grado di maggior generale.
Tanti altri patrioti (come ad esempio: Raffaele Mauro, di San Demetrio Corone; Luigi Minnicelli, di Rossano; Stanislao Lamenza, di Saracena) non sono mai assurti, purtroppo, alla gloria della storia.
Seguiti da tutti questi grandi uomini e da tantissimi altri volontari in camicia rossa, i «Mille» di Garibaldi quindi risalirono a tappe il territorio calabrese, superando ogni ostacolo, nella marcia verso Napoli per incontrare il re Vittorio Emanuele II. Raggiunta Soveria Mannelli – nel Catanzarese – riuscirono a disarmare dodicimila soldati borbonici. Anche da quelle parti, non mancano a tutt’oggi i cimeli che testimoniano il suo passaggio. Peraltro, una famiglia di San Pietro Apostolo, che ebbe l’onore di ospitare l’eroico generale in occasione di una sua breve sosta, conserva ancora la tazzina da lui usata per bere un caffè.
Molto forte e sentito fu anche il contributo offerto all’Unità d’Italia dalla comunità arbëreshe cosentina. Al suo passaggio da Lungro, Garibaldi trovò cinquecento volontari (calabresi di origini albanesi) che orgogliosamente si unirono alle sue truppe.
Due anni dopo, il 1862 – mentre al Regno d’Italia, già formato, mancavano ancora Roma e Venezia – al grido di «Roma o morte», Garibaldi approdò nuovamente in Calabria, con l’intenzione di intraprendere il suo cammino verso la città eterna e far breccia sullo Stato Pontificio. Questa volta, però, appena giunto in Aspromonte, trovò ad attenderlo il fuoco nemico. Un reparto di bersaglieri, comandato dal generale Cialdini, gli tese un’imboscata, sparando sulle giubbe rosse che, sebbene accerchiate, riuscirono ad abbozzare una valorosa resistenza. Garibaldi rimase ferito (non «a una gamba», come recita il testo di una famosa canzonetta dell’epoca) ma al tallone sinistro. Si narra che, durante il soccorso, fu trovato accasciato ai piedi di un pino, intento a fumarsi tranquillamente un sigaro.

Vincenzo Pitaro – Gazzetta del Sud, pag. Cultura, di Domenica 1 Agosto 2010 © Archivio: www.gazzettadelsud.it © www.vincenzopitaro.it

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