Identità nazionale tra lingue minoritarie e dialetti

Nella consapevolezza di una storia unificante
di Pierfranco Bruni

Ci sono “piccole” e “grandi” identità? Un interrogativo quasi banale ma che si pone in un contesto in cui il rapporto tra identità nazionale e culture minoritarie (dalle minoranze linguistiche storiche alla presenza di un mondo articolato di culture e dialetti che vivono una realtà territoriale come una precisa consapevolezza identitaria) rappresenta non solo una chiave di lettura antropologica ma diventa un fattore fondamentale nella sfera dei processi “ideologici” del nostro tempo.

Quali sono o quali potrebbero essere queste identità? Ogni comunità che vive il territorio si autotutela con due precisi elementi: la lingua (il dialetto non è lingua ufficiale ma potrebbe costituire l’alternativa ad un richiamo di omologazione) e le tradizioni. È chiaro che intorno a questi elementi si sviluppano una serie di manifestazioni che mettono in campo la storia di una comunità che si sente ed è popolo ed essendo tale o avvertendo di essere tale il richiamo alle radici diventa un fatto di estrema necessità, ma anche di possibile salvezza nei confronti di uno sradicamento che si vive all’interno di una cultura nazionale.

La lingua è il tramite attraverso il quale la comunicazione si fa trasmissione non solo di un vocabolario reale e metaforico ma si focalizza come recupero di valori. Per affermare questi valori entrano in gioco le tradizioni con la convinzione di affermare un etnos le cui matrici hanno richiamo a volte inspiegabili ma si considerano come tasselli di un mosaico ancestrale.

Allora, la piccola identità, che è quella della comunità ristretta, entra nella grande identità che è quella geograficamente più estesa e politicamente più sezionata in una dimensione nazionale. Ma a questo punto occorrerebbe fare una distinzione o per lo meno porre una riflessione. Io non parlerei più di identità, piccola o grande che possa essere nella sua fisionomia geografica, territoriale, etno – antropologica, ma userei un altro concetto che mi sembra più pertinente ed è quello di appartenenza.

L’identità resterebbe quella geograficamente e culturalmente all’interno di una visione nazionale mentre ogni comunità è l’espressione di una appartenenza che segna il suo tempo in quelle radici territoriali definite localmente.

In un contesto di cittadinanze “multiple” la distinzione tra identità e appartenenza diventa qualificabile e giustificabile sia sul piano di una interpretazione territoriale sia in un processo di incontri tra culture diversificate e percorsi antropologici veri e propri.

Il discorso che interessa le minoranze linguistiche o le presenze minoritarie non è soltanto una questioni che possa riguardare la lingua o le lingue (ed è errato continuare ad usare soltanto il termine linguistico) ma deve sempre più toccare gli aspetti di una storia che ha le sue eredità in quella che usiamo chiamare antropologia delle comunità.

L’Italia ha chiaramente la sua identità ma vive costantemente negli intrecci linguistici e antropologici che ci riportano ad una antropologia delle radici. Ciò non significa che bisognerebbe tendere ad una disarticolazione delle culture attraverso la eterogeneità delle lingue e dei linguaggi. Occorre prendere atto che c’è l’identità di una Nazione che convive con le diverse appartenenze storiche ben scavate nelle realtà territoriale.

Ma questo è un fatto che resta come fenomeno antropologico e quindi come storia di una civiltà. Il problema della difesa delle lingue minoritarie e della tutela dei dialetti non può e non deve infingere l’identità nazionale. Questo deve essere un “patto” certo in una cultura unificante e non in una geografia disarticolata e divisoria.

Noi siamo stati e siamo un popolo contaminato ma parimenti siamo stati e siamo contaminanti. Mi pare che si tratti di una premessa necessaria per continuare a discutere sul valore della identità e delle appartenenze.

È chiaro che andrebbe separato, ed è separato, il discorso riguardante le lingue minoritarie e quello concernente i dialetti. Ma il riconoscimento vero, al di là della Legge di Tutela sulle minoranze linguistiche in Italia, avviene sul piano culturale e non può essere diversamente in quanto le minoranze linguistiche, con tutta la loro storia, e i codici dialettali sono patrimonio culturale. Ovvero sono garanti di una storicità sul territorio e quindi costituiscono la vera rappresentanza di un bene culturale.

Proprio in virtù di ciò la lingua delle minoranze soltanto come capacità di salvaguardia di una comunità mi sembra fuorviante. È anche vero, comunque, che quando una comunità perde la propria lingua ha un destino segnato. Ciò può essere il presupposto che ci permette di legare la lingua a tutta una complessità di sistemi che provengono dall’appartenenza ad una eredità fatta di letteratura, di arte, di costumi, di musica. C’è una “grammatica” più vasta che supera la stessa focalizzazione di pensare alla tutela di una minoranza insistendo con forza vitale sulla lingua.

La lingua è una parte della complessità dei processi etno – antropologici di una comunità. Il dialetto è già di per sé componente essenziale di una lingua madre ed assorbe il disegno socializzante di un territorio nelle sue direttrici storiche e moderne.

Credo che la letteratura o le letterature possano aprire prospettive per una comprensione più adeguata al rapporto tra identità nazionale e appartenenze geografiche sia linguistiche che culturali tout court. Ecco perché insisto sul fatto che non può esserci rottura tra il concetto di identità e quello delle appartenenze, come non è possibile pensare a piccole o grandi identità.

Le minoranze etno – linguistiche (ed uso il termine più appropriato) sono un bene culturale e come tale vanno argomentate e trattate nei vari passaggi: dalla conoscenza alla tutela, dalla valorizzazione alla fruizione. I beni culturali vanno difesi perché ci parlano, ci raccontano, tracciano sentieri, perché ci riportano, nella metafora del ritorno e del nostos, ad una antica memoria che è quella della civiltà delle origini.

L’antropologia aiuta una lingua a non smarrirsi e a non morire. Da sola la lingua correrebbe il rischio di porsi in competizione. Si tratta di un discorso che non può essere posto in questi termini perché nella lingua ci sono le ramificazioni di una civiltà ma bisogna essere anche consapevoli che la lingua è la parte e non il tutto di un processo di identificazioni di un popolo.

Non ci sono piccole o grandi “patrie” linguistiche ma c’è un unico comune denominatore che è quello di saper dare consapevolezza all’incontro sia della cultura delle parole, con un preciso vocabolario, sia delle culture strutturate tra l’immateriale e il definito come modello storico.

Nella storia di una comunità il sentimento dell’appartenenza non scompare, non si smarrisce, non muore ma si definisce. Ed è questo il principio portante che porta a considerare la realtà delle minoranze etno – linguistiche come il portato di un bene culturale che è sempre più espressione di un incontro tra identità e appartenenza.

Mi pare che intorno a queste riflessioni si possa aprire una convergenza non dimenticando che la lingua è patrimonio culturale di una comunità ma il patrimonio culturale sta nell’insieme di un processo in cui identità, appartenenza ed eredità costituiscono una voce unificante.

Se tutto questo ruota intorno al tema della conoscenza valorizzante le minoranze etno – linguistiche, con tutta la loro memoria, resteranno riferimenti nel patrimonio di una Nazione. I dialetti sono modelli già definiti nella nel processo antropologico di una civiltà territoriale pur nelle possibile e sicure varianti. Questo è una ricchezza nella consapevolezza che c’è, comunque, una unica identità nazionale.

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