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I proverbi e le sentenze popolari in dialetto gagliatese sono pressoché quelli in uso in tutta la regione, e quindi omettiamo qui di farne menzione. Ne riportiamo alcuni che riguardano particolarmente il paese di Gagliato.
Quello che è il più conosciuto per tutta la Calabria, e che, per la sua seconda parte, fa venire la mosca al naso a più d’uno (specialmente fra i giovani) è il seguente: «Si vua 'mu ti mariti va’ a Gagghjiatu, / ammìenzu Chjiaravadhi e Santu Vitu» (Se ti vuoi sposare va’ a Gagliato, al centro tra Chiaravalle e San Vito sullo Jonio). Fin qui nulla di grave, si direbbe. Se non che il seguito appare irriguardoso e, ahinoi!, lesivo della buona reputazione di cui invece godono le ragazze da marito gagliatesi. I versi successivi quasi certamente aggiunti da qualche buontempone di un paese vicino, chissà?, forse perché non corrisposto da qualche fanciulla dei tempi andati, è la seguente: «All’ùottu jùorni scindi a Suvaratu, ti pigghji la patenti di curnutu» (Dopo otto giorni puoi scendere nella vicina Noverato per prenderti la patente di cornuto).
Ciò che non rispecchia per nulla lo stato d’animo e la predi-sposizione umana del gagliatese, nel momento in cui gli si chiede qualcosa, è l’altro proverbio che dice: «Gagghjiatu, nemicu di Cristu, mancu lavàtu trùovu mu mi prìestu» (Gagliato, nemica di Cristo, non trovi neppure un po’ di lievito, fatto in casa per la preparazione del pane, da chiedere in prestito).
Nel comprensorio di Serra San Bruno, infine, ad una ospite che freme di prender cappello, gli viene ingiunto: «E chi? Venisti cùomu lu suli di Gagghjiatu?» (E che? Sei venuto come il sole di Gagliato?)
Locuzione che deriva dalla convinzione popolare (piuttosto errata) che il sole a Gagliato avrebbe una eclittica breve; nel senso che esso sorgerebbe e tramonterebbe in un brevissimo intervallo di tempo.
Altri proverbi Gagliatesi
Moltissimi altri proverbi e modi di dire sono stati raccolti – nel corso degli anni - dalla viva voce degli anziani del paese dal giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro ed inseriti in vari volumi. Oggi, molti di essi sono in disuso, se non addirittura sconosciuti dalle nuove generazioni, e ciò è un vero e proprio peccato perché rappresentano un autentico patrimonio di antica saggezza popolare che merita, senza dubbio, di essere conservato non solo per gli studiosi di dialettologia o per gli antropologi ma per tutti coloro che – ben consci del fatto che senza passato non ci potrà mai essere futuro – hanno capito l’importanza che riveste questa tematica. Eccone alcuni:
Si chjova ntro misi d’agustu,
si fha ùogghju, manna e mustu
Se piove nel mese di agosto,
si produce olio, fieno e mosto (vino)
Sant’Andrìa porta la nova
ca ‘u quattro è de Varvàra,
‘u sia è de Nicola, l’ùottu è de Maria,
‘u tridici è de Lucia
e ‘u venticincu dô Veru Messìa
Sant’Andrea apostolo, fratello di San Pietro, che la Chiesa ricorda il 30 di novembre, è considerato – nella civiltà contadina – come l’annunciatore ufficiale delle imminenti festività dicembrine: Sant’Andrea porta la notizia che il quattro è di Santa Barbara, il sei è di San Nicola, l’otto è dell’Immacolata, il tredici di Santa Lucia e il venticinque del Messia.
‘E Santu Nicola l’annu vacia u vola
Dal giorno in cui si festeggia San Nicola (prima domenica di dicembre) in poi, l’anno si appresta a tramontare
Cu ‘i rumbi ‘e marzu si rivigghjanu i scorzuni
Con i tuoni di marzo si svegliano i serpenti
Tamarri e nani
non portano pastrani.
La gente rozza e i nani (o in genere tutti coloro che sono piccoli di statura) non indossano cappotti lunghi.
‘A pinna ti jetta, cchjù d’a scupetta
La penna uccide più del fucile
‘U jumbarùsu ammìenzu ‘i strati,
va’ vidìendu ‘a jumba ‘e l’atri
Il gobbo, o chi è pieno di difetti, va guardando nelle strade la gobba degli altri. Nel caso non riuscisse a trovarne una maggiore, inventerebbe difetti agli altri nel tentativo di trovare consolazione.
Pô cìecu, tuttu ‘u mundu è scuru
Per il cieco, tutto il mondo è scuro, buio
‘U cascettuni, quandu non canta, caccia canzuni
Il delatore, quando non canta, inventa storielle
Quando dui si mbrìganu,
i ‘mpami si ‘nzuppanu ‘u pana
Quando due persone litigano,
gli infami, i nemici, s’inzuppano il pane. Ne godono.
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08 Gennaio 2010
Posted in
La Cultura Calabrese
Quello che è il più conosciuto per tutta la Calabria, e che, per la sua seconda parte, fa venire la mosca al naso a più d’uno (specialmente fra i giovani) è il seguente: «Si vua 'mu ti mariti va’ a Gagghjiatu, / ammìenzu Chjiaravadhi e Santu Vitu» (Se ti vuoi sposare va’ a Gagliato, al centro tra Chiaravalle e San Vito sullo Jonio). Fin qui nulla di grave, si direbbe. Se non che il seguito appare irriguardoso e, ahinoi!, lesivo della buona reputazione di cui invece godono le ragazze da marito gagliatesi. I versi successivi quasi certamente aggiunti da qualche buontempone di un paese vicino, chissà?, forse perché non corrisposto da qualche fanciulla dei tempi andati, è la seguente: «All’ùottu jùorni scindi a Suvaratu, ti pigghji la patenti di curnutu» (Dopo otto giorni puoi scendere nella vicina Noverato per prenderti la patente di cornuto).
Ciò che non rispecchia per nulla lo stato d’animo e la predi-sposizione umana del gagliatese, nel momento in cui gli si chiede qualcosa, è l’altro proverbio che dice: «Gagghjiatu, nemicu di Cristu, mancu lavàtu trùovu mu mi prìestu» (Gagliato, nemica di Cristo, non trovi neppure un po’ di lievito, fatto in casa per la preparazione del pane, da chiedere in prestito).
Nel comprensorio di Serra San Bruno, infine, ad una ospite che freme di prender cappello, gli viene ingiunto: «E chi? Venisti cùomu lu suli di Gagghjiatu?» (E che? Sei venuto come il sole di Gagliato?)
Locuzione che deriva dalla convinzione popolare (piuttosto errata) che il sole a Gagliato avrebbe una eclittica breve; nel senso che esso sorgerebbe e tramonterebbe in un brevissimo intervallo di tempo.
Altri proverbi Gagliatesi
Moltissimi altri proverbi e modi di dire sono stati raccolti – nel corso degli anni - dalla viva voce degli anziani del paese dal giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro ed inseriti in vari volumi. Oggi, molti di essi sono in disuso, se non addirittura sconosciuti dalle nuove generazioni, e ciò è un vero e proprio peccato perché rappresentano un autentico patrimonio di antica saggezza popolare che merita, senza dubbio, di essere conservato non solo per gli studiosi di dialettologia o per gli antropologi ma per tutti coloro che – ben consci del fatto che senza passato non ci potrà mai essere futuro – hanno capito l’importanza che riveste questa tematica. Eccone alcuni:
Si chjova ntro misi d’agustu,
si fha ùogghju, manna e mustu
Se piove nel mese di agosto,
si produce olio, fieno e mosto (vino)
Sant’Andrìa porta la nova
ca ‘u quattro è de Varvàra,
‘u sia è de Nicola, l’ùottu è de Maria,
‘u tridici è de Lucia
e ‘u venticincu dô Veru Messìa
Sant’Andrea apostolo, fratello di San Pietro, che la Chiesa ricorda il 30 di novembre, è considerato – nella civiltà contadina – come l’annunciatore ufficiale delle imminenti festività dicembrine: Sant’Andrea porta la notizia che il quattro è di Santa Barbara, il sei è di San Nicola, l’otto è dell’Immacolata, il tredici di Santa Lucia e il venticinque del Messia.
‘E Santu Nicola l’annu vacia u vola
Dal giorno in cui si festeggia San Nicola (prima domenica di dicembre) in poi, l’anno si appresta a tramontare
Cu ‘i rumbi ‘e marzu si rivigghjanu i scorzuni
Con i tuoni di marzo si svegliano i serpenti
Tamarri e nani
non portano pastrani.
La gente rozza e i nani (o in genere tutti coloro che sono piccoli di statura) non indossano cappotti lunghi.
‘A pinna ti jetta, cchjù d’a scupetta
La penna uccide più del fucile
‘U jumbarùsu ammìenzu ‘i strati,
va’ vidìendu ‘a jumba ‘e l’atri
Il gobbo, o chi è pieno di difetti, va guardando nelle strade la gobba degli altri. Nel caso non riuscisse a trovarne una maggiore, inventerebbe difetti agli altri nel tentativo di trovare consolazione.
Pô cìecu, tuttu ‘u mundu è scuru
Per il cieco, tutto il mondo è scuro, buio
‘U cascettuni, quandu non canta, caccia canzuni
Il delatore, quando non canta, inventa storielle
Quando dui si mbrìganu,
i ‘mpami si ‘nzuppanu ‘u pana
Quando due persone litigano,
gli infami, i nemici, s’inzuppano il pane. Ne godono.
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