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Il gruppo Paideia, già nel 1994 riuscì a portare in gara un brano musicale interamente in dialetto
Tra i progetti in cantiere, la valorizzazione anche dei poeti della regione dell’800
di Vincenzo Pitaro
Il Festival di Sanremo apre al dialetto? Ma che novità è questa? L'hanno fatta passare come «la più grande innovazione» dell’edizione 2010. Eppure, i brani dialettali (anche calabresi) sul palcoscenico dell'Ariston sono già approdati da tempo.
Nel 1994, un sodalizio artistico - tutto al femminile - riuscì a portare in gara nella kermesse canora italiana, addirittura, un brano musicale interamente in calabrese. S’intitolava «Propiziu ventu» e parlava del vento propizio, ovvero del destino che cambia rotta ai pensieri e ai desideri: «Propiziu ventu scinni senza frenu / nt’u vernu ca è ra culla d’a burrasca / propiziu ventu subb’a terra aperta / oppuri dinta l’anima ‘e na frasca / propiziu ventu vuli nt’i capiddri / e linchj i campi cu ‘ra seminanza / ca po’ vulare fìnu addruvi i stiddri / su sparpagghjati dint’a luntananza».
Un vero e proprio componimento poetico in endecasillabe, nel puro e genuino vernacolo di Crucoli, che - con grande sorpresa si rivelò piacevole anche tra i telespettatori di Aosta o di Bolzano, senza aver bisogno di sottotitoli sul piccolo schermo. Il trio, in quella edizione sanremese, eccelse fra l’altro per la capacità di mescolare un vocalismo di classe ancora memorabile. Si chiamava «Paideia» (un nome preso in prestito dall'antica lingua greca, che significa educazione, istruzione) ed era costituito da tre musiciste, con tanto di arpa celtica, alle quali a tutt'oggi va senza dubbio riconosciuto il merito di essere state le prime a proporre in Italia una musica etnica veramente originale, nata dalla fusione dei suoni mediterranei ai sapori del dialetto calabrese.
Le tre musiciste, oggi sempre più impegnate nell'etnomusicologia e per di più nel campo antropologico, sono Valeria Nicoletta, nata a Cutro e residente a Roma. È la voce solista del gruppo ed è diplomata in scenografia presso l’Accademia delle Belle Arti della Capitale. Ha iniziato a cantare giovanissima. Prima di approdare nell’Olimpo della Canzone italiana aveva infatti vinto, da solista, la terza edizione del «Festival Nuove Tendenze della Canzone popolare e d’Autore» di Recanati, con un brano sempre calabrese intitolato «A ra’ funtana», scritto da lei stessa.
L’altra «voce», che si alterna pure alle tastiere e al tradizionale organetto, è la sorella Tina. Ha una laurea in ingegneria dell’elettronica, conseguita presso l’Università La Sapienza di Roma, si occupa di musica d’autore e compone. La seconda strumentista è invece Giuliana De Donno, suona l’arpa ed è diplomata dal Conservatorio «Santa Cecilia». Ha esperienze nel campo solistico e concertistico di musica leggera e contemporanea presso importanti Enti e Associazioni musicali italiani, tra cui l’Accademia Filarmonica e l’Estate Fiesolana.
Dal giorno della consacrazione sanremese fino ad oggi, il trio Paideja ha inciso diversi compact disc (uno dei quali interamente dedicato ai bambini della Bosnia) ed ha partecipato a numerosi spettacoli televisivi e teatrali, ritornando ultimamente con successo al «Sistina» di Roma, dove aveva debuttato nel 1993 assieme ad Oreste Lionello. Lodevole anche il successo riscosso al teatro Flaiano, sempre nella Capitale, con lo spettacolo «Madama Dorè», diretto dalla regista calabrese Rossana Patrizia Siclari.
Il gruppo, che ha avuto occasione di rappresentare anche all’estero l’immagine e la voce della Calabria, si caratterizza per il suo filone musicale, composto non da canzoni a scopo unicamente ricreativo (come fanno altri) ma da brani culturali del tutto impegnati. Le tre musiciste-ricercatrici, che non a caso si autodefiniscono «figlie del Mediterraneo», traggono infatti ispirazione dal rumore delle cose quotidiane per raccontare «storie di donne intriganti e ammaliatrici, di cavalieri di carta, di incantesimi e civiltà dimenticate».
«Ciò che ci spinge ad insistere su questa strada» - dice con orgoglio tutto calabrese Valeria Nicoletta, leader delle Paideia - «è la voglia di recuperare le nostre radici, esplorandole col pubblico, per unire culturalmente il Paese».
Ma il pubblico italiano - verrebbe fatto di chiedere -, diviso da tante etnie, da usi e costumi diversi, come risponde durante gli spettacoli?
«Il pubblico italiano, ma anche quello europeo» - aggiunge Valeria - «ci incoraggia a proseguire le ricerche ed a proporre nuovi generi musicali al Paese. Fra l’altro, stiamo già pensando di mettere in musica anche alcune poesie dialettali di poeti calabresi dell’Ottocento, per meglio cercare di farli conoscere al grande pubblico». E non è poco. Anzi.
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Vincenzo Pitaro - Gazzetta del Sud, pag. Arte Cultura e Spettacolo, di giovedì 7 Gennaio 2010 - Archivio: www.gazzettadelsud.it - www.vincenzopitaro.it
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11 Gennaio 2010
Posted in
La Cultura Calabrese
Il gruppo Paideia, già nel 1994 riuscì a portare in gara un brano musicale interamente in dialettoTra i progetti in cantiere, la valorizzazione anche dei poeti della regione dell’800
di Vincenzo Pitaro
Il Festival di Sanremo apre al dialetto? Ma che novità è questa? L'hanno fatta passare come «la più grande innovazione» dell’edizione 2010. Eppure, i brani dialettali (anche calabresi) sul palcoscenico dell'Ariston sono già approdati da tempo.
Nel 1994, un sodalizio artistico - tutto al femminile - riuscì a portare in gara nella kermesse canora italiana, addirittura, un brano musicale interamente in calabrese. S’intitolava «Propiziu ventu» e parlava del vento propizio, ovvero del destino che cambia rotta ai pensieri e ai desideri: «Propiziu ventu scinni senza frenu / nt’u vernu ca è ra culla d’a burrasca / propiziu ventu subb’a terra aperta / oppuri dinta l’anima ‘e na frasca / propiziu ventu vuli nt’i capiddri / e linchj i campi cu ‘ra seminanza / ca po’ vulare fìnu addruvi i stiddri / su sparpagghjati dint’a luntananza».
Un vero e proprio componimento poetico in endecasillabe, nel puro e genuino vernacolo di Crucoli, che - con grande sorpresa si rivelò piacevole anche tra i telespettatori di Aosta o di Bolzano, senza aver bisogno di sottotitoli sul piccolo schermo. Il trio, in quella edizione sanremese, eccelse fra l’altro per la capacità di mescolare un vocalismo di classe ancora memorabile. Si chiamava «Paideia» (un nome preso in prestito dall'antica lingua greca, che significa educazione, istruzione) ed era costituito da tre musiciste, con tanto di arpa celtica, alle quali a tutt'oggi va senza dubbio riconosciuto il merito di essere state le prime a proporre in Italia una musica etnica veramente originale, nata dalla fusione dei suoni mediterranei ai sapori del dialetto calabrese.
Le tre musiciste, oggi sempre più impegnate nell'etnomusicologia e per di più nel campo antropologico, sono Valeria Nicoletta, nata a Cutro e residente a Roma. È la voce solista del gruppo ed è diplomata in scenografia presso l’Accademia delle Belle Arti della Capitale. Ha iniziato a cantare giovanissima. Prima di approdare nell’Olimpo della Canzone italiana aveva infatti vinto, da solista, la terza edizione del «Festival Nuove Tendenze della Canzone popolare e d’Autore» di Recanati, con un brano sempre calabrese intitolato «A ra’ funtana», scritto da lei stessa.
L’altra «voce», che si alterna pure alle tastiere e al tradizionale organetto, è la sorella Tina. Ha una laurea in ingegneria dell’elettronica, conseguita presso l’Università La Sapienza di Roma, si occupa di musica d’autore e compone. La seconda strumentista è invece Giuliana De Donno, suona l’arpa ed è diplomata dal Conservatorio «Santa Cecilia». Ha esperienze nel campo solistico e concertistico di musica leggera e contemporanea presso importanti Enti e Associazioni musicali italiani, tra cui l’Accademia Filarmonica e l’Estate Fiesolana.
Dal giorno della consacrazione sanremese fino ad oggi, il trio Paideja ha inciso diversi compact disc (uno dei quali interamente dedicato ai bambini della Bosnia) ed ha partecipato a numerosi spettacoli televisivi e teatrali, ritornando ultimamente con successo al «Sistina» di Roma, dove aveva debuttato nel 1993 assieme ad Oreste Lionello. Lodevole anche il successo riscosso al teatro Flaiano, sempre nella Capitale, con lo spettacolo «Madama Dorè», diretto dalla regista calabrese Rossana Patrizia Siclari.
Il gruppo, che ha avuto occasione di rappresentare anche all’estero l’immagine e la voce della Calabria, si caratterizza per il suo filone musicale, composto non da canzoni a scopo unicamente ricreativo (come fanno altri) ma da brani culturali del tutto impegnati. Le tre musiciste-ricercatrici, che non a caso si autodefiniscono «figlie del Mediterraneo», traggono infatti ispirazione dal rumore delle cose quotidiane per raccontare «storie di donne intriganti e ammaliatrici, di cavalieri di carta, di incantesimi e civiltà dimenticate».
«Ciò che ci spinge ad insistere su questa strada» - dice con orgoglio tutto calabrese Valeria Nicoletta, leader delle Paideia - «è la voglia di recuperare le nostre radici, esplorandole col pubblico, per unire culturalmente il Paese».
Ma il pubblico italiano - verrebbe fatto di chiedere -, diviso da tante etnie, da usi e costumi diversi, come risponde durante gli spettacoli?
«Il pubblico italiano, ma anche quello europeo» - aggiunge Valeria - «ci incoraggia a proseguire le ricerche ed a proporre nuovi generi musicali al Paese. Fra l’altro, stiamo già pensando di mettere in musica anche alcune poesie dialettali di poeti calabresi dell’Ottocento, per meglio cercare di farli conoscere al grande pubblico». E non è poco. Anzi.
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Vincenzo Pitaro - Gazzetta del Sud, pag. Arte Cultura e Spettacolo, di giovedì 7 Gennaio 2010 - Archivio: www.gazzettadelsud.it - www.vincenzopitaro.it
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