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09 Febbraio 2010
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La Cultura Calabrese
Se qualcuno ancora è. Renata.
Certo un nome non fa molto. Ma spero che queste mie parole vi aiutino a far partorire una piccola bollicina che voi soffiandoci dentro porterete a crescere.
Renata è una signora-bambina. Renata Ceravolo è una poetessa. Renata ha la bocca impastata di Benestare, della sua terra, di Calabria, della nostra terra. Renata è un leggiadro volo di rondine che battezza il sangue arso nei fondali del mondo.
E’ alcune volte Quevedo quando lei dice: così hai sepolto / lascia di guerra / ubriaca di rancore / cementi di parole / perché muoia la furia / che sventra le tue ore deserte. / Così ora sai / che per rinascere / occorre scavare / nel cuore del silenzio / plasmare voli gioiosi / soccorrere i sogni / là dove sgorga l’acqua della vita. Diviene un Alvaro quando diventa, cita, la terra amata, il sud : questo sud / dove volteggia superba l’aquila reale / testardi fioriscono i germogli / e gli arcobaleni colorano il cielo / fiacco e pigro / per un disegno strano, / incomprensibile, / forse divino. (e sottolineo il verso bellissimo: testardi fioriscono i germogli).
Ma diventa anche una Plath, anzi forse è questo il suo vero volto, una Sylvia che è rinata da lontane metropoli per sbocciare in un corpicino, in un adolescente. (sono una donna perennemente / in fuga)
Adolescente perché se parli con lei la trovi sempre affascinata di ogni cosa, vive tutto con esuberanza ed emozioni così fanciullesche da riscoprirti bimbo, vivo. Ma lei non lo è forse solo nell’anima, ma anche nel carattere. Un esempio? Un giorno ci siamo incontrati e le ho chiesto: - Quanto resti? (e lei) - Mia figlia mi ha detto di non stare troppo fuori, quindi domani riparto.
E’ questa libera ingenuità che la rende viva e in sospensione come le parole che scrive sui suoi fogli bianchi. Ma questa sua capacità non la rende fragile, ma cosciente. E lo dimostra.
C’è una poesia sulla figlia, poesia vincitrice di un premio (il Club degli autori) che inizia con una “lezione” che vale per ogni uomo e donna che cavalca le onde di questo nostro pianeta pieno di parole, spesso futili, fasulle e illusorie: T’insegnerò il silenzio / perché tu possa ascoltare / il canto della vita. E continua con un’altra “lezione”: ti parlerò dei sogni / che spezzano le barriere / dell’impossibile.
Lezioni in versi. Vita che prende forma e scardina le rigide regole della confusione e della povertà interiore che ci governa.
E’ forte di cuore la nostra Renata. Certo alcune volte si lascia trasportare da troppi pensieri, uccidendo i suoi intenti, ma alcune volte diviene voce, testimonianza, luce.
Come la poesia dedicata alla Merini (tu vivevi dove la notte / placa le mancate carezze / e chiedevi al sogno / un dolce rimedio d’astri) o come tutte le poesie dedicate al dolore dell’umanità (subiamo il volto di un’epoca malata / lontano dal corazon / lontano dalla vida / cerchiamo la via / che s’apre verso le nuvole leggere / un centro di purezza / redenzione).
Lei si descrive un po’ così: Il mio vivere / è ascoltare i battiti della terra, / i bisbigli del sole sulle cose / e nel cuore / degli uomini.
Io la descrivo come lei si annuncia in ogni poesia: poeta e donna.
Perché in tutte le poesie, in ogni verso, lei è poeta e donna e ce lo fa sentire. Anche quando scherza sull’amore: Gli uomini / dicono sempre / è solo un’amica. / Con una nemica non tradirebbero mai.
Lei è donna che combatte, una “comunista”, una che ancora ci crede alla verità e alla ribalta di questo mondo nefasto (Se noi siamo / quello che mangiamo / sappiamo di plastica / e di niente), una donna che combatte per le donne, una donna che chiede rispetto per i soprusi subiti, perché lo sappiamo che la donna, qui e in molti luoghi ben visibili vive dietro una tenda o piegata alle violenze di un libro o di mariti che non apprezzano il dono di dare vita.
Lei parla di molte cose. Ma io vi lascio con una bollicina che spetta voi per continuare a gonfiarsi, vi lascio con un suo ultimo verso e una poesia che dice tutto di lei, di voi, di donne e di vita, di terra e di pianto: Donne.
Sognare è un diritto / tradurre il sogno in gioia / è un dovere.
donne prese a sassate
donne sbiadite
che si lasciano morire dentro
come rose sfatte
vedove di Vrindvan nell’India rurale
schiave mendicanti
donne sfigurate
donne sotto le bombe
lungo i marciapiedi
braccianti sfruttate
donne che perdono i figli
nelle guerre
nelle droghe
donne vendute
donne del sud
senza amore senza sorriso
relegate ai fornelli
donne senza nome
mogli sole
“vedove di carezze”
donne marginali
donne nel deserto della disperazione
imbottite di Tavor
inghiottite dal nulla
donne stritolate dal panico
dell’energia impotente
che devia le vie dell’azzurro
passa per gl’inferi
dell’assordante lacerante quotidianità
donne col marito sentimentalmente come un boia
delicato come un rinoceronte
donne vittoriose
donne che combattono
il mare oscuro
il cancro
le ingiustizie
donne che pregano
nella solennità dei monasteri
donne che sanno aspettare
donne che scrivono
pensieri leggeri e forti come la vita
specchio d’eternità e di luce
Angeli dei marciapiedi
delle bidonville
donne che cambiano traiettoria
perché “sentono” che la vita è altrove
donne ispirate
avvolte di passioni desideri
donne che se ne fregano delle rughe dell’età
che ridono di gusto
ritrovano il senso l’integrità la calma
donne che rinascono sognano amano
si lasciano semplicemente andare
al flusso eterno della vita.
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