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di Marilena Cavallo
La Calabria con le sue caratteristiche storiche e letterarie. La Calabria che recita costantemente memoria vive dentro le pagine di una cultura che è fatta di radici, di appartenenze, di paesaggi e di antiche eredità. La letteratura proprio in questi casi è l'anima di un attraversamento esistenziale perché crea scenari, atmosfere, luoghi e personaggi. E il tutto si racconta come se fosse un'avventura. Anzi si racconta nell'avventura dei giorni.
Ci sono scrittori che vivono il "destino" dell'appartenenza sul filo di una memoria che raccoglie la nostalgia di una civiltà nel viaggio di un popolo. Ci sono scrittori che indicano orizzonti di senso attraverso il raccordare la parola con il tempo che è dentro la dimensione dell'esistere. Un esempio emblematico ci è dato dalla letteratura calabrese contemporanea. La Calabria di Alvaro e della memoria.
Da Corrado Alvaro in poi il percorso non può che essere mutuato sulla linea della memoria nonostante alcuni scrittori che insistono sul "realismo". Ma non c'è realismo senza memoria. La Calabria del mito e dello scontro tra storia e realtà. La Calabria dai profili forti e dalle immagini solari. La Calabria che resta nella memoria e si ridisegna con i giochi della fantasia attraverso le parole. La Calabria antica e si porta nel futuro le eredità e le passione della attesa.
C’è una Calabria che si ascolta e si vede: con le sue immagini, i suoi luoghi, i suoi paesaggi, la sua storia, i suoi viaggi indefinibili ed indelebili, i suoi racconti di magia e di favole. Una Calabria che compare nella realtà, nelle metafore e negli scritti di Nicola Misasi, Corrado Alvaro appunto, Domenico Zappone, Mario La Cava, Francesco Grisi. C’è ancora una Calabria che si sente e la si porta dentro con i suoi simboli, il suo muoversi di stagioni (voglio qui ricordare i poeti Lorenzo Calogero e Geppo Tedeschi e Giuseppe Selvaggi), le sue eredità, il suo provincialismo, il suo mare, la sua campagna, i suoi nascosti segreti tra le montagne. Il mistero e la realtà non sono due cose diverse. Sono un unico fiume che va nel mare. E queste Calabrie raccontano sempre destini. Piccoli o grandi destini. E sono nella storia e nel tempo. In quella storia e in quel tempo che ha gli antichi colori di un Mediterraneo sommerso e che appartiene al popolo calabrese. Facciamo dunque alcuni esempi.
Partiamo da Giuseppe Troccoli. Le caratteristiche fondamentali che si riscontrano nell'opera di Giuseppe Troccoli (1901 - 1961) vanno individuate attraverso un riesame di elementi mitici che campeggiano sia in poesia che in prosa. Elementi mitici che si sviluppano nel corso di un viaggio che ha come motivo essenziale il senso dei ritorno. Già di per sé il senso dei ritorno proietta immagini sacrali. Sono immagini fortemente legate ad una tensione che è esistenziale, ma profondamente religiosa. In Troccoli gli elementi mitici, che restano la chiave di lettura importante, vivono all'interno della stessa tensione religiosa.
Gli elementi mitici si trasformano in luoghi mitici. Sia in poesia che in prosa questo andare a sottolineare il rapporto fra il segno mitico e il segno della memoria sviluppa una vera e propria poetica che è quella appunto dei ritorno. E ritorno vuoi dire recuperare le voci e il tempo delle stagioni della vita. E Troccoli non fa altro che ripescare quella memoria proustiana che si trova nei personaggi, nei gesti, nell'essenza dei ricordo. Accanto a questo ripescaggio dei tempo perduto che in Troccoli può diventare tempo ritrovato (e si veda Lauropoli) vi sono tanti altri elementi che Eliade chiamerebbe onirici se non contemplativi.
Certo, il fascino religioso, che coinvolge le pagine di Troccoli, si sviluppa attraverso tre momenti cari ancora a Eliade. E sono: il mito, il sogno e il mistero. Ci sono, inoltre, termini (usati come luoghi della memoria in un tempo che non si perde) che ritornano con continuità. E ciò lo si nota sia nelle poesie che nella prosa.
Nei suoi scritti il significato dei ritorno è visto come riappacificazione con i luoghi e la terra. Una riappacificazione in termini religiosi che lascia una diversità di chiavi di lettura anche se il filo che attraversa questo viaggio e sostanzialmente contornato di elementi mitici. Troccoli parla dei suo paese (Lauropoli) come se fosse una terra perduta, ma che si ritrova ad ogni richiamo. Il richiamo non può che essere o avere una fedeltà ricca di segni e tracce che ci riportano a un tempo lontano. Sia nella poesia che nella prosa questo richiamo è molto profondo.
Il mondo di Giuseppe Troccoli lo troviamo calato con più energia nella narrativa. Nella narrativa la confessione ci sembra una tappa obbligata. Ma non ci riferiamo ad una confessione in senso negativo. La confessione qui diventa diario. E il diario si apre alla vita. Nel 1951 pubblica Lauropoli, dove il romanzo è fatto con pagine di vita della sua terra grazie a un ripescaggio di voci, di segni, di suoni, di ricordi, di memorie. E il tutto è giocato su un andare e tornare dai luoghi dei tempo. Lauropoli è infatti il suo paese. E la vista dei mare, il jonio assonnato'. E' una pagina di poesia immersa in un colore che è testimonianza ma soprattutto esperienza. E questa terra dalle radici magno - greche è l'immagine più vera che troviamo in La piana illuminata che risale al 1962, l'anno della sua morte. Una malinconia tutta mediterranea dall'esile sguardo antico, è dentro questo romanzo, che rivela l'anima dello scrittore e le sue grandi passioni aggrappate al filo della memoria.
Mario La Cava è uno di questi scrittori che raccoglie nell’intreccio tra la metafora e la realtà (la realtà non è il realismo e non è neppure la cronaca o la rappresentazione: siamo ben lungi dal definire La Cava uno scrittore prettamente o puramente realista) l’anima di un popolo e la recita costante di una identità che vive i luoghi attraverso il raccordare la memoria alla storia. La Cava è uno scrittore che interpreta la memoria di una civiltà che sembra scomparsa ma che è dentro la cultura di una comunità. Mario La Cava era nato a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria nel 1908. Muore nel 1988. Scrittore e giornalista. Ma più che giornalista, ha scritto anche per il “Corriere della Sera”, il suo scrivere era sempre improntato, mi riferisco appunto alle pagine dedicate al giornalismo, ad una ricerca non solo di stile ma di contenuti e la sua Calabria con i fatti, con i colori, con i suoni era sempre al centro delle sue motivazione e di quelle sensazioni che hanno dettato pagine importanti.
Mi riferisco a libri come Il matrimonio di Caterina del 1932, Caratteri del 1935, a Memorie del vecchio maresciallo del 1958, a Mimì Cafiero dell’anno successivo, a Vita di Stefano del 1962, a I fatti di Casignana del 1974. La Calabria è un “sistema” della mente e del cuore. Lo è di più quando La Cava riesce a superare quella concezione fuorviante della rappresentazione e pone in essere il sentimento dell’appartenenza ad una terra, ad una civiltà e a quel sentire al quale si faceva riferimento.
Il sentire dello scrittore non è soltanto nel raccontare. Ma è soprattutto nel rivivere le sensazioni che non hanno nulla a che fare con la semplice realtà e così anche la Calabria dei luoghi diventa la Calabria dei simboli e del sapere ascoltare i giochi delle stagioni di una terra che racconta gli arcani suoni del mare, i rantolii del vento che trapassa le montagne, la religiosità delle donne che aspettano e l’impazienza degli uomini che sanno di attendere.
Immagini di territori e recupero di memorie, dunque, in uno spaccato che non è d’ambiente, circolano negli scritti di Antonio Altomonte in questo profilo – racconto di “Adolescenza” in Una stagione sull’altra del 1981. Un libro che risale al 1965 ma anni dopo è stato rivisto e riscritto. C’è da sottolineare un fatto importante che riguarda le sue eredità e il suo senso costante di appartenenza che si avverte nella sua pagina. Una pagina ricca di contrasti ma anche di grandi armonie.
Racconta un’altra Calabria quando la Calabria è raccontata. Altrimenti la sua narrativa è un respiro nel vento degli intrecci europei. Crea atmosfere ma sa dare destino e avventura ai suoi personaggi. Personaggi che riescono a vivere di contraddizioni e occupano lo scenario del tempo e della storia. Scenario e atmosfere creano un percorso in cui l’intreccio tra il simbolo e il reale sembra, alla fine, un tutt’uno. Immagini ariose, che restano sulla pagina come “epigrammi” indelebili, che disegnano forme e danno luce ai colori della sua Calabria geografica e della sua Calabria dell’anima. Ancora un incrocio tra il visibile e la fantasia che è sempre fatta di “pezzi” di memoria che non si staccano dall’uomo e dallo scrittore. Altomonte era nato a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, nel 1934. La morte lo raggiunge a Roma, dove lavorava come giornalista, nel 1986.
Antonio Altomonte è lo scrittore delle disarmonie ritrovate che vivono in letteratura come paradossi di un mosaico che cerca i tasselli giusti per tentare di offrire una lettura “particolare” della vita. Lo scrittore, nato e sepolto in Calabria, non ha trasportato nei suoi libri il sapore della diaspora.
Tensione psicologica e rappresentazione della realtà. Sono i due riferimenti fondamentali di una narrativa che ha posto all'attenzione un profilo profondamente sociale in un contesto in cui il rapporto tra letteratura e vita è giocoforza di una denuncia che sottolinea conflitti e dolore. Parlo, nel caso specifico, dello scrittore Fortunato Seminara di cui è recente il romanzo postumo L'arca, edito da Pellegrini in una elegante veste. Seminara nato a Maropati (Reggio Calabria) nel 1903 e morto a Grosseto nel 1984. Il romanzo è un documento importante.
Uno scrittore "tradizionale" per ciò che riguarda quella letteratura tesa tra la ricostruzione di una geografia realista del luogo e del contesto sociale e un impianto meta-storico nel quale i personaggi sono sempre espressione di un processo in cui l'ambiente costituisce la centralità delle dinamiche narrative. Già a cominciare dai primi scritti Seminara imposta il suo dialogo con la pagina attraverso due elementi che risulteranno essenziale per una chiave di lettura non certamente onirica.
Mi riferisco a Disgrazia in casa Amato, mi riferisco a Le baracche, mi riferisco a Il vento nell'uliveto, mi riferisco a La masseria. Un mondo realista e contadino nello stesso tempo. Ma l'aspetto contadino non è interpretato in una visione antropologica o mitica ma semplicemente come fatto storico e proprio per questo non assurge ad una interpretazione che potrebbe dare i suoi effetti anche sul piano del recupero di tradizioni legati alla identità dei territori. Seminara, da questo punto di vista, è uno scrittore dalle durezze culturali profonde e si capisce subito dalla sua "caratterialità" linguistica.
Nato a S. Agata del Bianco nel 1924, Saverio Strati, ha scritto, tra racconti e romanzi, pagine come Tibi e Tascia, Noi Lazzeroni, Il selvaggio di Santa Venere. Testi nei quali il paese, l'infanzia, la terra, l'emigrazione costituiscono profili identitari grazie ai quali contornare un viaggio letterario. Ma è una letteratura a rischio perché è piuttosto una letteratura di confine nel senso che Strati circoscrive il suo slancio narrativo non tanto e non solo ai temi della provincia quanto piuttosto a un raccordare la realtà come fatto contingente al recupero della cronaca.
E' in fondo uno scrittore della cronaca tranne in alcuni casi particolari come il romanzo del 1959 già citato dal titolo Tibi e Tascia. Qui, in questo romanzo, l'intreccio di una infanzia che si ritrova nello scenario dei luoghi è sorprendente. Luoghi e tempo danno carattere al romanzo al di là dell'entrata in gioco degli stessi personaggi che indubbiamente manifestano un loro specifico ruolo e definiscono un profilo nel rapporto tra avventura del raccontare e personaggi.
La Calabria della giovinezza e dei ricordi. La Calabria di una memoria che non muore. Quella Calabria che si lascia respirare sulle “ali” di un venti mitico. Il mito non può che riportarci al mare. A quel mare delle Sirene, di Ulisse, dello Stretto. Delle donne che camminavano con le anfore sulla testa. La Calabria che si fa viaggio nel racconto del calabrese Corrado Calabrò (1935). E poi c’è Roma.
La Roma della fine degli ani Sessanta e inizi anni Settanta. Una Roma che si mostra con il suo effimero, la sua fragilità. La sua società del benessere e nello stesso tempo una società desacralizzante che si offre con particolari spaccati. E in questa Roma depauperata nelle cose e nei valori affiora, comunque, sempre il fascino di una misteriosa ironia che fa da contorno e molte volte da scenario nel quadro di un intreccio di storie, di avventure e di memorie.
Corrado Calabrò raccontando la “sua” storia racconta anche una città. Una città ancora affascinante e misteriosa con i suoi angoli, i suoi ambienti, i suoi luoghi e quelle immagini che sanno far filtrare sensazioni ed emozioni. In questa Roma dei luoghi, dei ricordi e delle nostalgie c’è una Roma dalle profonde emozioni. E in questa Roma dei viaggi il sogno prende il sopravvento.
Sognare è raccontare nella memoria che tutto raccoglie e distende lungo il mare del tempo. Il sogno non ci vieta di vivere la vita così come si presenta e non ci vieta di ascoltare il fruscio del vento che agita ricordi, sempre ricordi. E poi dentro i ricordi le nostalgie e l’amore che trovano una nuova vita, forse anche più intensa, oltre la realtà stessa o la cronaca. Il racconto del sogno è sempre una metafora che si impossessa dei giorni vissuti o dei giorni perduti che si ritrovano proprio nella ragnatela dell’attesa della parola. Ma il racconto è un lungo viaggio che ci lascia appesi tra l’ascoltare la voce dello scrittore e il tentare di recuperare i frammenti del nostro esistere tra gli echi che abbiamo attraversato nelle nostre esperienze.
L’amore è il centro dell’esistere. L’amore con la sua passione, con le malinconie che vi sono dentro, con l’erotismo che dà vitalità. L’amore che è nel presente e che si fa passato. L’amore che è àncora, che è armonia e disperazione. L’amore che è contraddizione e allegria. Insomma Ricorda di dimenticarla di Corrado Calabrò (romanzo protagonista allo Strega di quest’anno) è un romanzo che brucia il tempo del presente per impossessarsi del tempo della passione. E’ un bel romanzo pubblicato da Newton & Compton Editori.
Così racconta Francesco Grisi (1927 - 1999), calabrese e alla Calabria ha dedicato numerosi suoi scritti, scomparso recentemente, in un prezioso volumetto dedicato a Ponzio Pilato: “Gli ulivi nelle notti di luna si inargentano. Le foglie tremano. E musicano con i granelli di sabbia. Nell’antica città pugnali e canti. Donne arabe con gli occhi neri e ebrei riccioluti si abbracciano nei letti di ferro”. Grisi ritorna a proporci il tema della cristianità attraverso la figura sì di Pilato ma soprattutto attraverso l’immagine di due città. Gerusalemme e Roma. Due città che sono un incontro – scontro di culture e di civiltà. “Anche senza Gesù Gerusalemme sarebbe Gerusalemme? Ma senza l’imperatore che sarebbe Roma?”.
Si lascia sfogliare, questo volumetto, e le parole sono una recita che ci riportano suoni antichi. Voci e destini sono filtrati con il tocco delle parole che incidono segni non solo sulla pagina quanto nelle nostre coscienze. E disegna volti che sono nella storia e nel mistero. Ma ciò che fa prevalere, Grisi, non è la storia. Ma sono i segreti della storia che prendono il sopravvento. E questi segreti sono i tasselli di un mosaico che è tenuto insieme dai fili della memoria.
Ma tutto il viaggio letterario e poetico di Grisi è un viaggio al centro della memoria che si racconta nell’intreccio delle avventure. Come in un altro suo recente volumetto dove il tempo è un gioco drammatico vissuto sulla corda della vita. Mi riferisco a: La dolce compagna. Provvisorio diario di uno scrittore ammalato di cancro. Il tempo e la morte. Ma la morte è nel tempo. Anche se l’ironia è nel vivere dello scrittore. “Cammino con il bastone con il pomo d’argento. E vedo questo pezzo di futuro che è nel mio presente”. Il tempo si racconta nella lacerazione tra presente e memoria. E il tempo dello scrittore non è soltanto quello che vive ma quello che è stato e quello che sarà. Nelle pagine dedicate a Ponzio Pilato non c’è soltanto un pezzo di storia di Pilato. C’è, sostanzialmente, anche il diario dello scrittore stesso che si fa viaggio.
Un viaggio infinito e indefinito. O meglio indefinibile. Si raccoglie con le parole nel sogno che le parole danno alla vita. Il senso del tempo è proprio qui. Pilato è il crocevia di due civiltà che vivono il Mediterraneo come appartenenza e come eredità. Infatti Gerusalemme e Roma. Ma Pilato è il personaggio che soltanto dopo il processo a Gesù si rende conto del ruolo al quale era stato chiamato. Rilegge una realtà che non c’è più. Perché la realtà sfugge nel momento che la si vive e ci si rende conto che si è stati nella storia. Una storia che è un attraversamento di destini che recitano il senso della vita. “I trionfi sono spesso una maschera dietro la quale si nasconde la fragilità della situazione”. Ecco perché si ha bisogno della memoria per continuare a vivere il tempo.
O per trasformare la memoria in leggenda. La letteratura si fa rivelazione, antico mistero e antica realtà. La memoria dunque. Una memoria, comunque, che non vive o si nutre di nostalgia o di rimpianti. Quando la favola entra dentro la memoria e quando questa viene intercalata da riferimenti onirici lo scrittore si serve delle metafore che non cancellano né il tempo né i luoghi né gli spazi.
A questa letteratura occorre guardare. A quella della memoria - sogno - appartenenza. Qui si sono voluti mettere a confronto anche alcuni "contrasti". La Cava, Seminara e Strati da una parte. Troccoli, Altomonte, Grisi e Calabrò dall'altra. E' stato preso in considerazione, comunque, il solo percorso narrativo. La poesia viaggia verso una uguale dimensione ma con modelli chiaramente diversi.
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15 Febbraio 2010
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La Cultura Calabrese
di Marilena CavalloLa Calabria con le sue caratteristiche storiche e letterarie. La Calabria che recita costantemente memoria vive dentro le pagine di una cultura che è fatta di radici, di appartenenze, di paesaggi e di antiche eredità. La letteratura proprio in questi casi è l'anima di un attraversamento esistenziale perché crea scenari, atmosfere, luoghi e personaggi. E il tutto si racconta come se fosse un'avventura. Anzi si racconta nell'avventura dei giorni.
Ci sono scrittori che vivono il "destino" dell'appartenenza sul filo di una memoria che raccoglie la nostalgia di una civiltà nel viaggio di un popolo. Ci sono scrittori che indicano orizzonti di senso attraverso il raccordare la parola con il tempo che è dentro la dimensione dell'esistere. Un esempio emblematico ci è dato dalla letteratura calabrese contemporanea. La Calabria di Alvaro e della memoria.
Da Corrado Alvaro in poi il percorso non può che essere mutuato sulla linea della memoria nonostante alcuni scrittori che insistono sul "realismo". Ma non c'è realismo senza memoria. La Calabria del mito e dello scontro tra storia e realtà. La Calabria dai profili forti e dalle immagini solari. La Calabria che resta nella memoria e si ridisegna con i giochi della fantasia attraverso le parole. La Calabria antica e si porta nel futuro le eredità e le passione della attesa.
C’è una Calabria che si ascolta e si vede: con le sue immagini, i suoi luoghi, i suoi paesaggi, la sua storia, i suoi viaggi indefinibili ed indelebili, i suoi racconti di magia e di favole. Una Calabria che compare nella realtà, nelle metafore e negli scritti di Nicola Misasi, Corrado Alvaro appunto, Domenico Zappone, Mario La Cava, Francesco Grisi. C’è ancora una Calabria che si sente e la si porta dentro con i suoi simboli, il suo muoversi di stagioni (voglio qui ricordare i poeti Lorenzo Calogero e Geppo Tedeschi e Giuseppe Selvaggi), le sue eredità, il suo provincialismo, il suo mare, la sua campagna, i suoi nascosti segreti tra le montagne. Il mistero e la realtà non sono due cose diverse. Sono un unico fiume che va nel mare. E queste Calabrie raccontano sempre destini. Piccoli o grandi destini. E sono nella storia e nel tempo. In quella storia e in quel tempo che ha gli antichi colori di un Mediterraneo sommerso e che appartiene al popolo calabrese. Facciamo dunque alcuni esempi.
Partiamo da Giuseppe Troccoli. Le caratteristiche fondamentali che si riscontrano nell'opera di Giuseppe Troccoli (1901 - 1961) vanno individuate attraverso un riesame di elementi mitici che campeggiano sia in poesia che in prosa. Elementi mitici che si sviluppano nel corso di un viaggio che ha come motivo essenziale il senso dei ritorno. Già di per sé il senso dei ritorno proietta immagini sacrali. Sono immagini fortemente legate ad una tensione che è esistenziale, ma profondamente religiosa. In Troccoli gli elementi mitici, che restano la chiave di lettura importante, vivono all'interno della stessa tensione religiosa.
Gli elementi mitici si trasformano in luoghi mitici. Sia in poesia che in prosa questo andare a sottolineare il rapporto fra il segno mitico e il segno della memoria sviluppa una vera e propria poetica che è quella appunto dei ritorno. E ritorno vuoi dire recuperare le voci e il tempo delle stagioni della vita. E Troccoli non fa altro che ripescare quella memoria proustiana che si trova nei personaggi, nei gesti, nell'essenza dei ricordo. Accanto a questo ripescaggio dei tempo perduto che in Troccoli può diventare tempo ritrovato (e si veda Lauropoli) vi sono tanti altri elementi che Eliade chiamerebbe onirici se non contemplativi.
Certo, il fascino religioso, che coinvolge le pagine di Troccoli, si sviluppa attraverso tre momenti cari ancora a Eliade. E sono: il mito, il sogno e il mistero. Ci sono, inoltre, termini (usati come luoghi della memoria in un tempo che non si perde) che ritornano con continuità. E ciò lo si nota sia nelle poesie che nella prosa.
Nei suoi scritti il significato dei ritorno è visto come riappacificazione con i luoghi e la terra. Una riappacificazione in termini religiosi che lascia una diversità di chiavi di lettura anche se il filo che attraversa questo viaggio e sostanzialmente contornato di elementi mitici. Troccoli parla dei suo paese (Lauropoli) come se fosse una terra perduta, ma che si ritrova ad ogni richiamo. Il richiamo non può che essere o avere una fedeltà ricca di segni e tracce che ci riportano a un tempo lontano. Sia nella poesia che nella prosa questo richiamo è molto profondo.
Il mondo di Giuseppe Troccoli lo troviamo calato con più energia nella narrativa. Nella narrativa la confessione ci sembra una tappa obbligata. Ma non ci riferiamo ad una confessione in senso negativo. La confessione qui diventa diario. E il diario si apre alla vita. Nel 1951 pubblica Lauropoli, dove il romanzo è fatto con pagine di vita della sua terra grazie a un ripescaggio di voci, di segni, di suoni, di ricordi, di memorie. E il tutto è giocato su un andare e tornare dai luoghi dei tempo. Lauropoli è infatti il suo paese. E la vista dei mare, il jonio assonnato'. E' una pagina di poesia immersa in un colore che è testimonianza ma soprattutto esperienza. E questa terra dalle radici magno - greche è l'immagine più vera che troviamo in La piana illuminata che risale al 1962, l'anno della sua morte. Una malinconia tutta mediterranea dall'esile sguardo antico, è dentro questo romanzo, che rivela l'anima dello scrittore e le sue grandi passioni aggrappate al filo della memoria.
Mario La Cava è uno di questi scrittori che raccoglie nell’intreccio tra la metafora e la realtà (la realtà non è il realismo e non è neppure la cronaca o la rappresentazione: siamo ben lungi dal definire La Cava uno scrittore prettamente o puramente realista) l’anima di un popolo e la recita costante di una identità che vive i luoghi attraverso il raccordare la memoria alla storia. La Cava è uno scrittore che interpreta la memoria di una civiltà che sembra scomparsa ma che è dentro la cultura di una comunità. Mario La Cava era nato a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria nel 1908. Muore nel 1988. Scrittore e giornalista. Ma più che giornalista, ha scritto anche per il “Corriere della Sera”, il suo scrivere era sempre improntato, mi riferisco appunto alle pagine dedicate al giornalismo, ad una ricerca non solo di stile ma di contenuti e la sua Calabria con i fatti, con i colori, con i suoni era sempre al centro delle sue motivazione e di quelle sensazioni che hanno dettato pagine importanti.
Mi riferisco a libri come Il matrimonio di Caterina del 1932, Caratteri del 1935, a Memorie del vecchio maresciallo del 1958, a Mimì Cafiero dell’anno successivo, a Vita di Stefano del 1962, a I fatti di Casignana del 1974. La Calabria è un “sistema” della mente e del cuore. Lo è di più quando La Cava riesce a superare quella concezione fuorviante della rappresentazione e pone in essere il sentimento dell’appartenenza ad una terra, ad una civiltà e a quel sentire al quale si faceva riferimento.
Il sentire dello scrittore non è soltanto nel raccontare. Ma è soprattutto nel rivivere le sensazioni che non hanno nulla a che fare con la semplice realtà e così anche la Calabria dei luoghi diventa la Calabria dei simboli e del sapere ascoltare i giochi delle stagioni di una terra che racconta gli arcani suoni del mare, i rantolii del vento che trapassa le montagne, la religiosità delle donne che aspettano e l’impazienza degli uomini che sanno di attendere.
Immagini di territori e recupero di memorie, dunque, in uno spaccato che non è d’ambiente, circolano negli scritti di Antonio Altomonte in questo profilo – racconto di “Adolescenza” in Una stagione sull’altra del 1981. Un libro che risale al 1965 ma anni dopo è stato rivisto e riscritto. C’è da sottolineare un fatto importante che riguarda le sue eredità e il suo senso costante di appartenenza che si avverte nella sua pagina. Una pagina ricca di contrasti ma anche di grandi armonie.
Racconta un’altra Calabria quando la Calabria è raccontata. Altrimenti la sua narrativa è un respiro nel vento degli intrecci europei. Crea atmosfere ma sa dare destino e avventura ai suoi personaggi. Personaggi che riescono a vivere di contraddizioni e occupano lo scenario del tempo e della storia. Scenario e atmosfere creano un percorso in cui l’intreccio tra il simbolo e il reale sembra, alla fine, un tutt’uno. Immagini ariose, che restano sulla pagina come “epigrammi” indelebili, che disegnano forme e danno luce ai colori della sua Calabria geografica e della sua Calabria dell’anima. Ancora un incrocio tra il visibile e la fantasia che è sempre fatta di “pezzi” di memoria che non si staccano dall’uomo e dallo scrittore. Altomonte era nato a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, nel 1934. La morte lo raggiunge a Roma, dove lavorava come giornalista, nel 1986.
Antonio Altomonte è lo scrittore delle disarmonie ritrovate che vivono in letteratura come paradossi di un mosaico che cerca i tasselli giusti per tentare di offrire una lettura “particolare” della vita. Lo scrittore, nato e sepolto in Calabria, non ha trasportato nei suoi libri il sapore della diaspora.
Tensione psicologica e rappresentazione della realtà. Sono i due riferimenti fondamentali di una narrativa che ha posto all'attenzione un profilo profondamente sociale in un contesto in cui il rapporto tra letteratura e vita è giocoforza di una denuncia che sottolinea conflitti e dolore. Parlo, nel caso specifico, dello scrittore Fortunato Seminara di cui è recente il romanzo postumo L'arca, edito da Pellegrini in una elegante veste. Seminara nato a Maropati (Reggio Calabria) nel 1903 e morto a Grosseto nel 1984. Il romanzo è un documento importante.
Uno scrittore "tradizionale" per ciò che riguarda quella letteratura tesa tra la ricostruzione di una geografia realista del luogo e del contesto sociale e un impianto meta-storico nel quale i personaggi sono sempre espressione di un processo in cui l'ambiente costituisce la centralità delle dinamiche narrative. Già a cominciare dai primi scritti Seminara imposta il suo dialogo con la pagina attraverso due elementi che risulteranno essenziale per una chiave di lettura non certamente onirica.
Mi riferisco a Disgrazia in casa Amato, mi riferisco a Le baracche, mi riferisco a Il vento nell'uliveto, mi riferisco a La masseria. Un mondo realista e contadino nello stesso tempo. Ma l'aspetto contadino non è interpretato in una visione antropologica o mitica ma semplicemente come fatto storico e proprio per questo non assurge ad una interpretazione che potrebbe dare i suoi effetti anche sul piano del recupero di tradizioni legati alla identità dei territori. Seminara, da questo punto di vista, è uno scrittore dalle durezze culturali profonde e si capisce subito dalla sua "caratterialità" linguistica.
Nato a S. Agata del Bianco nel 1924, Saverio Strati, ha scritto, tra racconti e romanzi, pagine come Tibi e Tascia, Noi Lazzeroni, Il selvaggio di Santa Venere. Testi nei quali il paese, l'infanzia, la terra, l'emigrazione costituiscono profili identitari grazie ai quali contornare un viaggio letterario. Ma è una letteratura a rischio perché è piuttosto una letteratura di confine nel senso che Strati circoscrive il suo slancio narrativo non tanto e non solo ai temi della provincia quanto piuttosto a un raccordare la realtà come fatto contingente al recupero della cronaca.
E' in fondo uno scrittore della cronaca tranne in alcuni casi particolari come il romanzo del 1959 già citato dal titolo Tibi e Tascia. Qui, in questo romanzo, l'intreccio di una infanzia che si ritrova nello scenario dei luoghi è sorprendente. Luoghi e tempo danno carattere al romanzo al di là dell'entrata in gioco degli stessi personaggi che indubbiamente manifestano un loro specifico ruolo e definiscono un profilo nel rapporto tra avventura del raccontare e personaggi.
La Calabria della giovinezza e dei ricordi. La Calabria di una memoria che non muore. Quella Calabria che si lascia respirare sulle “ali” di un venti mitico. Il mito non può che riportarci al mare. A quel mare delle Sirene, di Ulisse, dello Stretto. Delle donne che camminavano con le anfore sulla testa. La Calabria che si fa viaggio nel racconto del calabrese Corrado Calabrò (1935). E poi c’è Roma.
La Roma della fine degli ani Sessanta e inizi anni Settanta. Una Roma che si mostra con il suo effimero, la sua fragilità. La sua società del benessere e nello stesso tempo una società desacralizzante che si offre con particolari spaccati. E in questa Roma depauperata nelle cose e nei valori affiora, comunque, sempre il fascino di una misteriosa ironia che fa da contorno e molte volte da scenario nel quadro di un intreccio di storie, di avventure e di memorie.
Corrado Calabrò raccontando la “sua” storia racconta anche una città. Una città ancora affascinante e misteriosa con i suoi angoli, i suoi ambienti, i suoi luoghi e quelle immagini che sanno far filtrare sensazioni ed emozioni. In questa Roma dei luoghi, dei ricordi e delle nostalgie c’è una Roma dalle profonde emozioni. E in questa Roma dei viaggi il sogno prende il sopravvento.
Sognare è raccontare nella memoria che tutto raccoglie e distende lungo il mare del tempo. Il sogno non ci vieta di vivere la vita così come si presenta e non ci vieta di ascoltare il fruscio del vento che agita ricordi, sempre ricordi. E poi dentro i ricordi le nostalgie e l’amore che trovano una nuova vita, forse anche più intensa, oltre la realtà stessa o la cronaca. Il racconto del sogno è sempre una metafora che si impossessa dei giorni vissuti o dei giorni perduti che si ritrovano proprio nella ragnatela dell’attesa della parola. Ma il racconto è un lungo viaggio che ci lascia appesi tra l’ascoltare la voce dello scrittore e il tentare di recuperare i frammenti del nostro esistere tra gli echi che abbiamo attraversato nelle nostre esperienze.
L’amore è il centro dell’esistere. L’amore con la sua passione, con le malinconie che vi sono dentro, con l’erotismo che dà vitalità. L’amore che è nel presente e che si fa passato. L’amore che è àncora, che è armonia e disperazione. L’amore che è contraddizione e allegria. Insomma Ricorda di dimenticarla di Corrado Calabrò (romanzo protagonista allo Strega di quest’anno) è un romanzo che brucia il tempo del presente per impossessarsi del tempo della passione. E’ un bel romanzo pubblicato da Newton & Compton Editori.
Così racconta Francesco Grisi (1927 - 1999), calabrese e alla Calabria ha dedicato numerosi suoi scritti, scomparso recentemente, in un prezioso volumetto dedicato a Ponzio Pilato: “Gli ulivi nelle notti di luna si inargentano. Le foglie tremano. E musicano con i granelli di sabbia. Nell’antica città pugnali e canti. Donne arabe con gli occhi neri e ebrei riccioluti si abbracciano nei letti di ferro”. Grisi ritorna a proporci il tema della cristianità attraverso la figura sì di Pilato ma soprattutto attraverso l’immagine di due città. Gerusalemme e Roma. Due città che sono un incontro – scontro di culture e di civiltà. “Anche senza Gesù Gerusalemme sarebbe Gerusalemme? Ma senza l’imperatore che sarebbe Roma?”.
Si lascia sfogliare, questo volumetto, e le parole sono una recita che ci riportano suoni antichi. Voci e destini sono filtrati con il tocco delle parole che incidono segni non solo sulla pagina quanto nelle nostre coscienze. E disegna volti che sono nella storia e nel mistero. Ma ciò che fa prevalere, Grisi, non è la storia. Ma sono i segreti della storia che prendono il sopravvento. E questi segreti sono i tasselli di un mosaico che è tenuto insieme dai fili della memoria.
Ma tutto il viaggio letterario e poetico di Grisi è un viaggio al centro della memoria che si racconta nell’intreccio delle avventure. Come in un altro suo recente volumetto dove il tempo è un gioco drammatico vissuto sulla corda della vita. Mi riferisco a: La dolce compagna. Provvisorio diario di uno scrittore ammalato di cancro. Il tempo e la morte. Ma la morte è nel tempo. Anche se l’ironia è nel vivere dello scrittore. “Cammino con il bastone con il pomo d’argento. E vedo questo pezzo di futuro che è nel mio presente”. Il tempo si racconta nella lacerazione tra presente e memoria. E il tempo dello scrittore non è soltanto quello che vive ma quello che è stato e quello che sarà. Nelle pagine dedicate a Ponzio Pilato non c’è soltanto un pezzo di storia di Pilato. C’è, sostanzialmente, anche il diario dello scrittore stesso che si fa viaggio.
Un viaggio infinito e indefinito. O meglio indefinibile. Si raccoglie con le parole nel sogno che le parole danno alla vita. Il senso del tempo è proprio qui. Pilato è il crocevia di due civiltà che vivono il Mediterraneo come appartenenza e come eredità. Infatti Gerusalemme e Roma. Ma Pilato è il personaggio che soltanto dopo il processo a Gesù si rende conto del ruolo al quale era stato chiamato. Rilegge una realtà che non c’è più. Perché la realtà sfugge nel momento che la si vive e ci si rende conto che si è stati nella storia. Una storia che è un attraversamento di destini che recitano il senso della vita. “I trionfi sono spesso una maschera dietro la quale si nasconde la fragilità della situazione”. Ecco perché si ha bisogno della memoria per continuare a vivere il tempo.
O per trasformare la memoria in leggenda. La letteratura si fa rivelazione, antico mistero e antica realtà. La memoria dunque. Una memoria, comunque, che non vive o si nutre di nostalgia o di rimpianti. Quando la favola entra dentro la memoria e quando questa viene intercalata da riferimenti onirici lo scrittore si serve delle metafore che non cancellano né il tempo né i luoghi né gli spazi.
A questa letteratura occorre guardare. A quella della memoria - sogno - appartenenza. Qui si sono voluti mettere a confronto anche alcuni "contrasti". La Cava, Seminara e Strati da una parte. Troccoli, Altomonte, Grisi e Calabrò dall'altra. E' stato preso in considerazione, comunque, il solo percorso narrativo. La poesia viaggia verso una uguale dimensione ma con modelli chiaramente diversi.
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A chi ha la fortuna di viaggiare, appena giunto in aeroporto (o comunque in stazione) di una qualsiasi città, capita spesso di soffermarsi ad osservare le vetrine dei negozi che hanno scelto quel punto di arrivo per esporre i loro prodotti.
Molti di questi esercizi commerciali - proprio per il luogo in cui sono ospitati – tendono a mettere in bella mostra i prodotti che più ne caratterizzano il luogo che il turista ha scelto per le sue vacanze o comunque per attrarre l’attenzione del casuale visitatore. Succede, così, che si vedano esposti prodotti tipici dell’artigianato regionale o prelibatezze culinarie di produzione locale.
A chi si dovesse trovare all’aeroporto di Reggio Calabria, consiglio di dare uno sguardo alla vetrina della piccola libreria che si trova in un luogo di passaggio, tra il punto di accesso per i controlli all’imbarco e il corridoio che porta al bar molto frequentato. Ovvio che – trovandosi la vetrina in quella posizione - chi si occupa dell’addobbo si preoccupi di mettere in bella evidenza quei libri che dovrebbero maggiormente attrarre il potenziale acquirente che, si presume, ha generalmente fretta e percorre velocemente quel tratto di corridoio. Esattamente ciò che fa l’esercente di artigianato o di prodotti tipici, esponendo merci che il visitatore difficilmente troverebbe in altri posti, attirando così la sua curiosità.
Ebbene, osservando la vetrina di quella libreria, buona parte dei volumi esposti trattano l’argomento ‘ndrangheta. Attenzione: non si tratta degli interessanti volumi di inchiesta di qualche magistrato o di seri studi approfonditi sull’argomento. Si tratta, invece di volumi che – almeno all’apparenza - sembrano esaltarne “il prodotto” proprio perché tipico della zona: copertine con lupare, berretti (“barritte”) su sfondi di santi e processioni.
Il turista poco informato – a questo punto – ne potrebbe dedurre che la Calabria (e la provincia di Reggio in particolare) siano carenti dal punto di vista letterario (visto che non ha niente da esporre) e che ciò che emerge è la “cultura” della ‘ndrangheta.
La locride, è riconosciuta, a ragion veduta, come il territorio a maggiore densità mafiosa, da cui transitano grandi quantitativi di droga proveniente da tutto il mondo e il suo entroterra aspromontano è stato per anni il luogo “governato” dalla ‘ndrangheta per ospitare sequestrati, depositi di armi, rifugi per latitanti.
Ebbene, quegli stessi luoghi hanno prodotto un grande numero di scrittori, riconosciuti artisti di grande spessore letterario, affermatisi in Italia e in Europa: Corrado Alvaro a San Luca, Mario La Cava a Bovalino, Francesco Perri a Careri, Saverio Strati a S.Agata del Bianco, Saverio Montalto ad Ardore. In nessun altro posto credo si possa trovare tanta fecondità letteraria concentrata in pochissimi chilometri di distanza. E credo pure che in qualsiasi altro posto si sarebbe fatto ogni cosa per poterne sfruttare tanta grazia in modo da trarne vantaggi turistico-culturali, puntando su queste potenzialità, per poter attrarre i visitatori: parchi letterari, itinerari turistici con visite ai luoghi descritti nelle opere dei narratori, stimolando la curiosità e la lettura, facendo, così, conoscere i nostri grandi narratori ad un pubblico più vasto.
Niente di tutto ciò. E non solo. Non uno di questi Autori è presente nella nostra vetrina, e così succede spesso nelle librerie di provincia dove in esposizione si trova di tutto tranne che libri, men che meno degli scrittori calabresi.
Al di là della casualità e della buona fede dei librai che, mirando a più facili introiti, evidentemente avranno calcolato il loro tornaconto, appare evidente l’amara constatazione che la Calabria, a tutti i livelli (a cominciare dalla classe politica), ha da tempo scelto di non investire su nessuna delle sue qualità, dalle bellezze naturali, alla sua storia, alla sua cultura e, di contro, sottovalutando o addirittura ignorando il fenomeno mafioso.
Ho avuto modo più volte di evidenziare i forti contrasti della calabresità con eccellenze culturali e bellezze naturali, da un lato, e ‘ndrangheta e malaffare, dall’altro.
Finora tutto è stato ignorato o sottovalutato, sia la cultura che la ‘ndrangheta, lasciando agli altri il compito di decidere le sorti della nostra Regione, con i risultati poco edificanti ormai fin troppo evidenti.
Oggi la Calabria è questa e, prima di affondare, è necessario che siano i calabresi ad investire sul loro futuro, operando delle scelte chiare, puntando a valorizzare ciò che si crede siano i veri punti di forza.
Nella vetrina della piccola libreria dell’Aeroporto di Reggio è in scena l’esaltazione del fenomeno criminale con l’esposizione di lupare e barritte.
Questione di scelte.
Grazia La Cava. 7 Luglio 2010
http://francescocapalbo.blogspot.com/search/label/Grazia%20La%20Cava