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Nella storia del Festival di Sanremo rimane indelebile il ricordo della cantante calabrese, amica di Tenco
di VINCENZO PITARO
È destino comune agli artisti, specie se di grande livello, che il ricordo rimanga vivo ben oltre la morte. Per Jolanda Gigliotti, in arte Dalida, calabrese (originaria di Serrastretta, in provincia di Catanzaro), purtroppo il ricordo a tutt'oggi non è rimasto indelebile nella memoria soltanto per la sua voce straordinaria e per la sua bellezza (che era qualcosa di più della semplice esplosione di femminilità) ma per un tragico evento che creò non poco dispiacere non solo all'interno del «carrozzone» festivaliero ma in tutto il mondo. Correva l'anno 1967, un anno funesto per la kermesse della «Città dei fiori» e per l'intera storia della musica leggera. Fu l'anno in cui Luigi Tenco, oggi mito sempre più intramontabile, si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia.
Dalida era già una diva piuttosto conosciuta in Italia (anche per aver preso parte ad alcuni film) quando, all'età di 34 anni, quell’edizione sanremese la vide protagonista sul palcoscenico del Casinò - dove allora si svolgeva il Festival della Canzone italiana - come cantante abbinata a Luigi Tengo, a cui si disse fosse peraltro «legata sentimentalmente».
Fino a che punto i due fossero veramente artefici anche di una tresca amorosa, e quanta montatura pubblicitaria, quanta esagerazione artificiosa, ci fosse dietro alla loro presenza a Sanremo non è stato mai possibile stabilirlo con certezza. Tenco e Dalida si erano conosciuti nell’agosto del 1966, nella sede romana della loro casa discografica, la gloriosa Rca. Un mese dopo, Luigi Tenco fece ascoltare alla cantante calabrese un provino ancora da arrangiare del brano «Ciao amore, ciao».
Nacque così l’idea di presentarlo in coppia al Festival di Sanremo. Un sodalizio artistico che comunque, per il pubblico, non era affatto del tutto nuovo. Entrambi, infatti, alcuni mesi prima avevano dato prova di un’ottima performance durante una trasmissione, «Scala Reale». È datata proprio a quel periodo la famosa lettera che Luigi Tenco scrisse alla sua fidanzata Valeria con l'intento di scolparsi in seguito alle indiscrezioni riportate da alcuni giornali sul suo presunto rapporto con Dalida.
«È tutta colpa mia», ammise Tenco. «Sono stato io, inconsapevolmente, a permettere ai discografici di costruire tutta questa storia. Mi sono prestato al loro gioco perché, da idiota, io lo credevo solo un gioco. Che notizia golosa per i giornalisti! Io ho permesso a tutti di ricamarci sopra (ma, se mi conoscessero veramente bene, come potrebbero crederci?). E poi, poi, quando tu te ne sei andata, ho pensato di poter fare l’amore con Jolanda, per punirti, per ferirti, come tu stai ferendo me. No! Non ha funzionato. Ho tentato in tutti i modi, ho passato delle notti intere a bere, a cercare di farle capire chi sono, cosa voglio e poi... ho finito col parlarle di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero? Lei si è dimostrata molto “comprensiva”, ma mi ha detto che ormai dovevamo portare avanti questa “assurda” faccenda agli occhi degli altri. E ora, non so più come uscirne». Stabilire quanto Tenco fosse più o meno sincero in quella lettera, non fu (e non è ancora) cosa assai facile. Sta di fatto che il cantautore piemontese e la calabrese Jolanda Gigliotti in arte Dalida approdarono tranquillamente al Festival con l’etichetta di «due fidanzati in gara».
Fu proprio lei la prima a scoprire il suo corpo esanime, dopo essersi precipitata all’hotel Savoia, assalita da qualche segno premonitore. Nella stanza 219 trovò il cantante riverso in una pozza di sangue. Quella tragedia segnò per sempre la vita di Dalidà. «Non avrei dovuto dar retta a nessuno, me lo sentivo e ho un terribile rimorso», disse. «Non dovevamo lasciarlo solo. Se fossi arrivata qualche minuto prima, l’avrei salvato». Trascorsero in un vero e proprio incubo i mesi successivi, per lei. Si recò più volte sulla tomba di Tenco, a Ricaldone. E in suo onore trovò la forza persino di cantare «Ciao amore, ciao» in una trasmissione televisiva, indossando lo stesso abito che il cantante aveva a Sanremo.
Poi, dopo alcune settimane, in quel di Parigi (in una camera dell’hotel «Prince de Galles», nel quale si era fatta registrare sotto falso nome), ingoiò due tubetti e mezzo di barbiturici. Soccorsa ch'era ancora agonizzante, da una cameriera, riuscì miracolosamente a scamparla.
Morirà vent'anni, il 3 maggio del 1987, a Montmartre di Parigi, suscitando grande cordoglio non solo in Italia e in Francia ma in tutto il mondo.
© Vincenzo Pitaro
www.vincenzopitaro.it
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19 Febbraio 2010
Posted in
La Cultura Calabrese
Nella storia del Festival di Sanremo rimane indelebile il ricordo della cantante calabrese, amica di Tencodi VINCENZO PITARO
È destino comune agli artisti, specie se di grande livello, che il ricordo rimanga vivo ben oltre la morte. Per Jolanda Gigliotti, in arte Dalida, calabrese (originaria di Serrastretta, in provincia di Catanzaro), purtroppo il ricordo a tutt'oggi non è rimasto indelebile nella memoria soltanto per la sua voce straordinaria e per la sua bellezza (che era qualcosa di più della semplice esplosione di femminilità) ma per un tragico evento che creò non poco dispiacere non solo all'interno del «carrozzone» festivaliero ma in tutto il mondo. Correva l'anno 1967, un anno funesto per la kermesse della «Città dei fiori» e per l'intera storia della musica leggera. Fu l'anno in cui Luigi Tenco, oggi mito sempre più intramontabile, si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia.
Dalida era già una diva piuttosto conosciuta in Italia (anche per aver preso parte ad alcuni film) quando, all'età di 34 anni, quell’edizione sanremese la vide protagonista sul palcoscenico del Casinò - dove allora si svolgeva il Festival della Canzone italiana - come cantante abbinata a Luigi Tengo, a cui si disse fosse peraltro «legata sentimentalmente». Fino a che punto i due fossero veramente artefici anche di una tresca amorosa, e quanta montatura pubblicitaria, quanta esagerazione artificiosa, ci fosse dietro alla loro presenza a Sanremo non è stato mai possibile stabilirlo con certezza. Tenco e Dalida si erano conosciuti nell’agosto del 1966, nella sede romana della loro casa discografica, la gloriosa Rca. Un mese dopo, Luigi Tenco fece ascoltare alla cantante calabrese un provino ancora da arrangiare del brano «Ciao amore, ciao».
Nacque così l’idea di presentarlo in coppia al Festival di Sanremo. Un sodalizio artistico che comunque, per il pubblico, non era affatto del tutto nuovo. Entrambi, infatti, alcuni mesi prima avevano dato prova di un’ottima performance durante una trasmissione, «Scala Reale». È datata proprio a quel periodo la famosa lettera che Luigi Tenco scrisse alla sua fidanzata Valeria con l'intento di scolparsi in seguito alle indiscrezioni riportate da alcuni giornali sul suo presunto rapporto con Dalida.
«È tutta colpa mia», ammise Tenco. «Sono stato io, inconsapevolmente, a permettere ai discografici di costruire tutta questa storia. Mi sono prestato al loro gioco perché, da idiota, io lo credevo solo un gioco. Che notizia golosa per i giornalisti! Io ho permesso a tutti di ricamarci sopra (ma, se mi conoscessero veramente bene, come potrebbero crederci?). E poi, poi, quando tu te ne sei andata, ho pensato di poter fare l’amore con Jolanda, per punirti, per ferirti, come tu stai ferendo me. No! Non ha funzionato. Ho tentato in tutti i modi, ho passato delle notti intere a bere, a cercare di farle capire chi sono, cosa voglio e poi... ho finito col parlarle di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero? Lei si è dimostrata molto “comprensiva”, ma mi ha detto che ormai dovevamo portare avanti questa “assurda” faccenda agli occhi degli altri. E ora, non so più come uscirne». Stabilire quanto Tenco fosse più o meno sincero in quella lettera, non fu (e non è ancora) cosa assai facile. Sta di fatto che il cantautore piemontese e la calabrese Jolanda Gigliotti in arte Dalida approdarono tranquillamente al Festival con l’etichetta di «due fidanzati in gara».
Fu proprio lei la prima a scoprire il suo corpo esanime, dopo essersi precipitata all’hotel Savoia, assalita da qualche segno premonitore. Nella stanza 219 trovò il cantante riverso in una pozza di sangue. Quella tragedia segnò per sempre la vita di Dalidà. «Non avrei dovuto dar retta a nessuno, me lo sentivo e ho un terribile rimorso», disse. «Non dovevamo lasciarlo solo. Se fossi arrivata qualche minuto prima, l’avrei salvato». Trascorsero in un vero e proprio incubo i mesi successivi, per lei. Si recò più volte sulla tomba di Tenco, a Ricaldone. E in suo onore trovò la forza persino di cantare «Ciao amore, ciao» in una trasmissione televisiva, indossando lo stesso abito che il cantante aveva a Sanremo.
Poi, dopo alcune settimane, in quel di Parigi (in una camera dell’hotel «Prince de Galles», nel quale si era fatta registrare sotto falso nome), ingoiò due tubetti e mezzo di barbiturici. Soccorsa ch'era ancora agonizzante, da una cameriera, riuscì miracolosamente a scamparla.
Morirà vent'anni, il 3 maggio del 1987, a Montmartre di Parigi, suscitando grande cordoglio non solo in Italia e in Francia ma in tutto il mondo.
© Vincenzo Pitaro
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saluti Eugenio Critelli