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di Pierfranco Bruni

Il giovane indiano comanche guardando diritto i raggi del sole ascoltò il tremore del silenzio. Parole sospese. Il tempo è una freccia. I giorni camminano lungo il fiume che separa le frontiere.
Ci sono confini che non si vedono ma si avvertono. Le parole non si raccontano. Le parole raccontate finiscono per diventare sabbia in una mano che stringe solo vento. Ci sono sempre nuvole. Qui sul nostro campo. Nuvole che annebbiano l’orizzonte.
Lo stregone uscì dalla tenda e alzo lo sguardo al cielo. Le braccia in un inno. Lo stregone in preghiera: “Mi ha raggiunto il sogno nel sonno. Mi ha detto che la polvere delle voci ha l’odore di un pianto bruciato. Ho visto nel mio sogno scorrere le acque. Acque blu e poi macchiate. I bisonti sono in una corsa nell’inverno della prateria. Odo la rabbia degli uomini e i tamburi non recitano più il destino dell’armonia. Vedo occhi infuocati disperanti. Accettiamo la sfida della resa. Ci vuole coraggio a non combattere più. Noi siamo coraggiosi”. Così, con un gesto delle mani e a passi lenti lo stregone ritornò nella sua tenda.  Il giovane comanche continuava a guardare i raggi del sole in un pensiero confuso: “ Forse ci saranno altre stagioni o frammenti di tempo che lacereranno i nostri viaggi. La nostra storia non finisce. Noi siamo un popolo in fuga ma mai un popolo finito. Non avremo più la forza di combattere con le frecce e i fucili. Ormai combatteremo dentro noi stessi. Sarà più dura. Abbiamo perso battaglie. Abbiamo vinto battaglie. Le lune hanno attraversato i nostri. Noi siamo stati sotto diverse lune. Non ci siamo mai fermati. Ora siamo sconfitti ma non perduti. Ora ci hanno vinto ma non ci siamo arresi”.
I raggi del sole dentro il giorno. Ma tutto doveva avere un senso. “Nella nostra storia tutto ha un senso”. Ripeteva il giovane comanche. È possibile capire? “Perché dovremmo capire? Siamo dentro la storia. Questo ci dovrebbe bastare? Non penso più ai rossi crepuscoli tra i monti sulla linea delle praterie. Mi hanno portato altrove. I vecchi restano quasi sempre chiusi nelle loro tende. Aspettano il grande risveglio nel mistero dell’accadere. Hanno perduto i timori e sono senza vento”.
In lontananza echi di musiche e di ritmi battuti su strumenti incomprensibili. Note di danze. La voce di Solstizio In Attesa pronunciò: “Sono onde di malinconie. Queste musiche portano antichi ricordi. Siamo un popolo che sa raccogliere nostalgie ma continua a vivere contando i tagli dei coltelli incisi sulla terra battuta. Ogni taglio è un giorno, un anno, una stagione che non ritorneranno più. Ma non smettono di essere presenti. Non riusciamo ad essere diversi. Perché non lasci riposare per sempre la tua ascia. Non potrai più usarla. Non ti servirà. Tutto è cambiato. Noi restiamo ciò che siamo ma dentro un’altra storia. Dentro un altro tempo. Il nostro spazio ha dei limiti. Ma non c’è uno spazio ulteriore. Le lune segneranno ancora i nostri passi. Ma sono lune in tramonto. Viviamo di tramonti. Dovremmo avere la forza di accettarli”.
Il giovane comanche non alzò gli occhi. Ma il silenzio si era spezzato. Ora c’erano le parole e le voci. E anche queste hanno un senso. Ci sono storie finite, storie che si consumano e storie che si trascinano in una agonizzante disperazione.
“No, non è più possibile. Noi restiamo con la nostra storia ma la nostra storia oggi è dentro un altro tempo. Bisogna solo custodirla. Custodendola la difendiamo dalla solitudine e dalle tragedie. Non possiamo fare altro. Giovane guerriero anche noi non siamo più quelli che siamo stati e non siamo più quelli che pensiamo di essere. Ci sono donne, vecchi, bambini che aspettano il nostro sguardo. Non può più essere uno sguardo di guerra. Siamo stanchi e dobbiamo avere pazienza”. Così disse Solstizio in Attesa.
La luce del sole era diventata opaca. Il giorno si trascinava per le vie delle ore. Altre ombre. Le stagioni del tempo sono nella misura della vita. Se ci sono destini le storie si comprendono meglio. Ma le storie senza destini sono una voce tra le perdute parole.

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