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di Vincenzo Pitaro
Nella storia della letteratura dialettale calabrese dell'Otto e Novecento spiccano, con particolare rilievo, vari cantori che - ispirati prima dal sacro furore dell'indipendenza e della libertà e poi dalla giustizia umana e sociale - seppero elevare la loro voce di protesta contro la tirannia, manifestando le sofferenze della Calabria e della sua gente. Uno di questi fu senza dubbio Bruno Alfonso Pelaggi, un poeta-scalpellino che a Serra San Bruno, dove nacque nel 1837, era noto sotto il nome di «Mastro Bruno». Il Pelaggi non era che un povero e onestissimo operaio che tirava la vita lavorando duramente. Egli, pur non sapendo né leggere e né scrivere, possedeva il dono della poesia al punto di arrivare a dettare, direttamente in metrica a una sua figliuola, spontanei componimenti in dialetto serrese, unico suo idioma. Ne dettò molti, quasi tutti pungenti o se vogliamo moraleggianti e critici su aspetti, ambienti sociali (come quelli ad esempio sulla «luce elettrica» di Serra San Bruno dedicata agli amministratori comunali del tempo, da lui ritenuti incapaci di realizzare valide opere pubbliche», o su «La Pigghjata di Brognaturo» o ancora su figure, personaggi, per lo più potenti, come «Don Bruninu Chimirri», ecc.).  Lo fece usando toni che variavano dalla satira, all’invettiva, alla denuncia vera e propria. Soprattutto per protestare contro le insopportabili ingiu­stizie sociali che i governanti commettevano e che Dio, inspiegabilmente, a suo dire, lasciava impunite.
In particolar modo le due poesie intitolate «'A Mbertu Primu» (re d'Italia) e «Littira allu Patritiernu», ambedue roventi di ribellione e di sdegno, incarnarono il duro destino dei Calabresi, la trage­dia di un popolo che moriva di fame. Al re Umberto I, Mastru Brunu aveva già fatto sentire altre volte il lamento del proletariato calabrese. Nelle trentasei strofe (che ancora oggi purtroppo sembrano attuali) il poeta ripeteva le lagnanze e le preghiere: «Sempi lavuru e pani / cercàu lu calabrisi / ma tu sciali di risi / e cugghjunìi». E ancora: «Non spirari cchiù nenti / Calabria sbinturata! / Tu si' dimienticata / pi 'nu tiernu / di Dio, di lu Guviernu / e di lu Ministeru».
Ma più che pregare, il poeta rovesciava sul volto del sovrano - costantemente sordo e «duru cchiùi di ‘nu macignu» - la bile della sua esasperazione attraverso un linguaggio libero da tutte le regole, manifestando addirittura una sorta di pentimento per aver voluto far parte del Regno d’Italia. Quartine dense di accuse e di rimbrotti contro i deputati, che a quei tempi vendevano balle di promesse, e contro il re che assieme a loro ingannava il popolo. Altret­tanto va detto per le trenta quartine dell’altra poesia, assai più nota, che il poeta rivolse come lettera al Padreterno. La lettera è un’audace protesta contro l’impassibilità del Padreterno che osservava indifferente l’andazzo del mondo mentre il popolo veniva sbranato dai «lupi» (ovvero da ricchi, governanti e preti). «Non bidi, o Patritiernu / lu mundu mu sdarrupi / ch'è abitatu di lupi / e piscicani? / Priestu, mina li mani! / Vidi cuom’ài mu fai / càcciandi di 'sti guai / mannaja aguannu! / Non bidi ca 'ndi fannu / muriri a puocu a puocu? / Tu ti mintisti dhuòcu / e stai mu guardi?»
Sfogava così la rabbia di Mastro Bruno. Senza risparmiare nessuno. Neppure il Padreterno che - come dicevamo - pur vedendo tutto non riusciva a far valere sulla terra il principio della più elemen­tare giustizia.
Contemporaneamente al poeta di Serra San Bruno (che si rivolse finanche alla luna, prim'ancora di Leopardi, e che solo per questo merita a ben diritto di essere collocato tra i maggiori poeti dialettali della Calabria), anche una singolare triade di poeti cosentini poco conosciuti - Vincenzo Filippelli, Michele Rizzuto e Costantino Jaccini - cercarono nel canto quella segreta voluttà che spesso era destinata a compensare la mancanza di libertà, di pane e di ogni altra gioia.
Fra l'altro, contro i piemontesi di Vittorio Emanuele II - i quali, dopo aver conquistato la Calabria, misero gli occhi (e le mani) sui vigne­ti, sugli armenti, e su tant'altro - insorse con le sue satiriche composizioni anche un poeta-religioso: l’estroso abate Antonio Marti­no, di Galatro (RC), un po’ più noto degli altri per le sue vicende politiche (persecuzioni, carcere, evasione, ecc.) e soprattutto per il suo «Pater noster» del 1866. Il poeta non solo nutrì sentimenti antiborbonici ma arrivò a prendersela moltissimo anch'egli col Padreterno».
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© Vincenzo Pitaro
www.vincenzopitaro.it

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