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Il dibattito incalza
di Pierfranco Bruni

Ha ragione Giulio Ferroni in un recente saggio a porci davanti ad una letteratura che è manifestazioni di “Scritture a perdere”. Il dibattito intorno alle scritture o alla crisi della letteratura ormai occupa lo scenario. Il tempo della indifferenza nei confronti delle letteratura ha porta al tempo esplosivo di una devastante scrittura che contamina. Ma la scrittura, lo scrittore, il poeta sono alchimie, magie, sogni e hanno bisogno di restare oltre il quotidiano nella storia e nella cronaca.

Perché bisognerebbe ritrovare un Novecento letterario (e in modo particolare poetico)? Forse lo si è perduto lungo le strade delle confusioni dialettiche intorno alla critica e alla storia della critica? O forse non siamo riusciti a recuperare alla modernità il senso della tradizione o la tradizione che si intaglia nella rivoluzione dei linguaggi?
È vero che non c’è un solo Novecento. Ed è vero che Ungaretti non ha la stessa dimensione dolorante di Cristina Campo anche se il tragico divampa tra le parole e le il perduto delle parole. Ed è vero che il Giuseppe Berto che attraversa l’agonia di Venezia non è lo stesso viaggio di un Carlo Cassola, dimenticato, che vive nei linguaggi della ragazza di Bube come non è percepibile il Novecento di un Moravia fine anni Venti con il Mario Soldati nella borghese Torino.

C’è, chiaramente, un Novecento da ritrovare che non risponde più agli schemi di una letteratura ufficiale e tanto meno al quadro di una letteratura scolastica che non ha ben compreso l’incapacità di mostrarsi didatticamente utile abbandonando gli specchi della Resistenza positiva affidata a Cesare Pavese che fu uno scrittore antropologicamente vissuto ma profondamente non aderente ai canoni del neorealismo che comunque ha sempre rifiutato.

Si ripete l’inquadratura di una critica storicista che ha imperversato durante tutto l’ultimo sessantennio non tenendo conto di una lettura articolata che ha come elemento di discussione l’impressionismo estetico. La perdita dell’estetica ha creato un relativismo letterario tanto che gli anni che viviamo sono calati in uno scenario di antiletterarietà diffusa. La letteratura non si imprigiona nella ragione ma l’estetica del tempo impone uno scavo tra le pareti di una memoria che filtra la consistenza esistenziale.

Libri come quelli di Herta Muller, e mi riferisco alla linea de “Lo sguardo estraneo”, sono una percepibile visione di una espressività in cui il vissuto divento il graffio della conoscenza in un esilio che è quello della parola. La parola ha bisogno di un suo esilio o di una sua solitudine. Certo, oggi tutti vorrebbero vivere dentro il viaggio dello scrittore con la consapevolezza di essere poeti o scrittori.

Non è così. Tutti possono scrivere e scrivono. Ma non tutti si realizzano nel magico della scrittura. Questo è il punto.

Bene, dunque, fa Giulio Ferroni a proporre una distinzione. Viviamo nel tempo delle “scritture a perdere”. Abitiamo il luogo e il tempo delle scritture a perdere. Il poeta o lo scrittore sono quel viaggio indefinibile che agita le sue ali con la leggerezza delle farfalle.

Il poeta è sempre un maestro sull’onda onirica di una santità o di una pazzia. Come uno sciamano aspetta gli echi della memoria e gioca con la profezia degli interminabili futuri. Il resto è solo mediocrità.

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