Sponsor
Vota e condividi questo articolo nel Social Network:
Nel novembre 1955 a Fercolo, paese dell’entroterra calabrese, abita la famiglia Arnone. Gabriele, impiegato comunale, la figlia Caterina, mamma Letizia e Libero, uomo-bambino che, grazie al suo innocente e selvaggio candore, riesce a leggere e interpretare la realtà meglio di tutti. Gabriele narra a Caterina le vicende tragiche del passato della sua famiglia e di Fercolo durante il Ventennio tra contestazioni, arresti, omicidi, rese dei conti, speranze di un libero futuro. È un romanzo corale la cui dimensione privata non è mai scevra dallo sguardo pubblico e dalla storia e dove tutti i personaggi concorrono allo scenario di un mondo rurale nel quale i sentimenti e gli ideali guidano le mosse degli uomini.
Il romanzo di Talarico, originale prima prova di un autore emergente, colpisce per la voluta assenza delle descrizioni del paesaggio, a favore di una ricerca profonda di un paesaggio e di un’atmosfera dell’animo. Fercolo, protagonista assoluto, perso nel tempo e in uno spazio distinto, che assomiglia a mille altri luoghi del Mediterraneo, emerge nei dialoghi, nelle espressioni pittoresche del dialetto, degli usi e dei costumi, della vita narrata dai piccoli gesti quotidiani ripetuti ed eterni che nel romanzo si scontrano con la realtà dell’avvento del fascismo. Il regime porta una rottura nell’equilibrio secolare del piccolo paese e sconvolge i radicati rapporti di amicizia, di parentela, di autorità. La storia irrompe come una falce terribile nel silenzio o nel rumore degli umili, come dei potenti e scuote le coscienze, spinge a scelte, a patteggiamenti, a revisioni e riflessioni epocali. Fercolo, luogo addormentato su una amena collina nascosta al clamore del mondo, diviene simbolo dilatato e universale della condizione italiana di quel tempo. Gli uomini non sono più gli stessi, come non lo è più la storia. Il romanzo di Talarico è un affresco dell’anima di un mondo di Calabria attraverso generazioni, perché il Ventennio è un ricordo evocato da confessioni che hanno l’urgenza e la necessità di “mettere le cose a posto” nelle vicende famigliari del protagonista. Se l’opera d’arte è per certi versi sempre una forma di autobiografia scopriamo l’amore dell’autore per il cinema, per la musica, per la letteratura alta e per una pagina che non sia fretta e commercio, che non si piega alla facilità di una proposizione secca e puramente narrativa e d’azione. La bravura di Talarico consiste nell’uso della parola come evocazione del mondo e della realtà rappresentata, senza curarsi della immediata fruizione dell’opera e della sua spicciola vendibilità. Talarico ama la parola, talvolta il cesello, la forza di un’espressione che sia delicata o pungente, tenera o violenta, ma sempre finalizzata alla creazione di un’atmosfera di evocazione, suggestione, emozione. Il Nostro ama la sua terra, percepita come luogo della memoria antica, nostalgicamente vissuta come luogo della coscienza non silenziosa a fronte dello strepito e della confusione di certi nostri tempi. Gabriele, Libero, Lidia, Marcello, Caterina sono personaggi che rimangono nella memoria del lettore perché vivono di vita intensa, di sentimenti accesi e veri che mettono in discussione le proprie e le altrui vite. L’amore tra Lidia e Gabriele, amore impossibile e perduto per differenze ideologiche e politiche delle famiglie è una triste metafora, nel finale della vicenda, di un mondo che si chiude ai cambiamenti e che rifiuta i confronti, l’ascolto dell’altro, il bisogno storico e umano del dialogo. Il romanzo è strutturato con un uso frequenti dell’analessi, dei salti di tempo, delle ellissi continue, dei rimandi e dei ritorni, dei dialoghi a distanza di decenni (la vicenda si muove tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta), ma non perde mai il filo della vicenda, anzi invoglia a continuare nella lettura per non lasciare interrotto il corso degli avvenimenti. Il mondo evocato dall’autore suggerisce l’urgenza di una continua riflessione della storia che sia viatico continuo di un vero progresso, soprattutto là dove la realtà sembra incastonata nell’immutabilità. “Il due di bastoni” di Olimpio Talarico esce per Montag, piccola casa editrice coraggiosa, che punta su opere il cui valore stilistico e artistico in genere è evidente. Il romanzo in questione appartiene a questa categoria e procura sorpresa e gradevole lettura.
Angelo Mapelli
|
23 Luglio 2010
Posted in
La Cultura Calabrese
Nel novembre 1955 a Fercolo, paese dell’entroterra calabrese, abita la famiglia Arnone. Gabriele, impiegato comunale, la figlia Caterina, mamma Letizia e Libero, uomo-bambino che, grazie al suo innocente e selvaggio candore, riesce a leggere e interpretare la realtà meglio di tutti. Gabriele narra a Caterina le vicende tragiche del passato della sua famiglia e di Fercolo durante il Ventennio tra contestazioni, arresti, omicidi, rese dei conti, speranze di un libero futuro. È un romanzo corale la cui dimensione privata non è mai scevra dallo sguardo pubblico e dalla storia e dove tutti i personaggi concorrono allo scenario di un mondo rurale nel quale i sentimenti e gli ideali guidano le mosse degli uomini.
Il romanzo di Talarico, originale prima prova di un autore emergente, colpisce per la voluta assenza delle descrizioni del paesaggio, a favore di una ricerca profonda di un paesaggio e di un’atmosfera dell’animo. Fercolo, protagonista assoluto, perso nel tempo e in uno spazio distinto, che assomiglia a mille altri luoghi del Mediterraneo, emerge nei dialoghi, nelle espressioni pittoresche del dialetto, degli usi e dei costumi, della vita narrata dai piccoli gesti quotidiani ripetuti ed eterni che nel romanzo si scontrano con la realtà dell’avvento del fascismo. Il regime porta una rottura nell’equilibrio secolare del piccolo paese e sconvolge i radicati rapporti di amicizia, di parentela, di autorità. La storia irrompe come una falce terribile nel silenzio o nel rumore degli umili, come dei potenti e scuote le coscienze, spinge a scelte, a patteggiamenti, a revisioni e riflessioni epocali. Fercolo, luogo addormentato su una amena collina nascosta al clamore del mondo, diviene simbolo dilatato e universale della condizione italiana di quel tempo. Gli uomini non sono più gli stessi, come non lo è più la storia. Il romanzo di Talarico è un affresco dell’anima di un mondo di Calabria attraverso generazioni, perché il Ventennio è un ricordo evocato da confessioni che hanno l’urgenza e la necessità di “mettere le cose a posto” nelle vicende famigliari del protagonista. Se l’opera d’arte è per certi versi sempre una forma di autobiografia scopriamo l’amore dell’autore per il cinema, per la musica, per la letteratura alta e per una pagina che non sia fretta e commercio, che non si piega alla facilità di una proposizione secca e puramente narrativa e d’azione. La bravura di Talarico consiste nell’uso della parola come evocazione del mondo e della realtà rappresentata, senza curarsi della immediata fruizione dell’opera e della sua spicciola vendibilità. Talarico ama la parola, talvolta il cesello, la forza di un’espressione che sia delicata o pungente, tenera o violenta, ma sempre finalizzata alla creazione di un’atmosfera di evocazione, suggestione, emozione. Il Nostro ama la sua terra, percepita come luogo della memoria antica, nostalgicamente vissuta come luogo della coscienza non silenziosa a fronte dello strepito e della confusione di certi nostri tempi. Gabriele, Libero, Lidia, Marcello, Caterina sono personaggi che rimangono nella memoria del lettore perché vivono di vita intensa, di sentimenti accesi e veri che mettono in discussione le proprie e le altrui vite. L’amore tra Lidia e Gabriele, amore impossibile e perduto per differenze ideologiche e politiche delle famiglie è una triste metafora, nel finale della vicenda, di un mondo che si chiude ai cambiamenti e che rifiuta i confronti, l’ascolto dell’altro, il bisogno storico e umano del dialogo. Il romanzo è strutturato con un uso frequenti dell’analessi, dei salti di tempo, delle ellissi continue, dei rimandi e dei ritorni, dei dialoghi a distanza di decenni (la vicenda si muove tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta), ma non perde mai il filo della vicenda, anzi invoglia a continuare nella lettura per non lasciare interrotto il corso degli avvenimenti. Il mondo evocato dall’autore suggerisce l’urgenza di una continua riflessione della storia che sia viatico continuo di un vero progresso, soprattutto là dove la realtà sembra incastonata nell’immutabilità. “Il due di bastoni” di Olimpio Talarico esce per Montag, piccola casa editrice coraggiosa, che punta su opere il cui valore stilistico e artistico in genere è evidente. Il romanzo in questione appartiene a questa categoria e procura sorpresa e gradevole lettura.Angelo Mapelli
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Aggiungi commento
IMPORTANTE: Si rende noto che l'uso di questo form implica l'accettazione delle regole di privacy e delle condizioni di uso di questo sito, inoltre si evidenzia che i dati immessi nei vari campi se non espressamente indicato potrebbero venire pubblicati nella pagina corrente, in quanto questo servizio rimane ad uso esclusivo di comunicazioni pubbliche inerenti il trattamento delle tamatiche affrontate nell'articolo di testa. Si impone di evitare l'uso di questo form per comunicazioni private con gli autori dell'articolo o i responsabili del sito, per queste comunicazioni si consiglia di usare i recapiti presenti alla pagina contatti e non il servizio commenti.
Altri Articoli Recenti
- Libro: "Il segreto di casa Tindamo" di Stefano Olivieri
- “SOLO DINANZI ALL’UNICO” Presentazione del libro di Luigi Accattoli, Vaticanista del Corriere della Sera, ed in collegamento video, Dom Jacques DUPONT, Priore della Certosa di Serra San Bruno.
- Romanzo "CON ALTRI OCCHI"
- Il divario nord-sud in Italia 1861-2011
- L'HO LETTO E VE LO RACCONTO : DIFESA DEI SOLDATI NAPOLETANI DI CARLO CORSI .




.png)