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 Si deve a Pierfranco Bruni la scoperta del poeta Nazhim Kalim Dakota Abshu, nato a Tunisi nel 1900 da una famiglia di commercianti che praticava il mestiere di tessitori di tappeti. Pierfranco Bruni, infatti, sta lavorando, da alcuni anni, dal punto di vista critico, ai testi del poeta tunisino. Ha già fatto conoscere diversi testi poetici ed ha pubblicato, come Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, una plaquette contenente 13 poesie dedicate alla sua conversione dall’islamismo al cristianesimo. Le pagine dal titolo “Lettera a Nadine” sono parte integranti di un romanzo poetico breve di Abshu, in fase di studio da parte di Pierfranco Bruni, il cui titolo definitivo è proprio “Lettera a Nadine dal Mediterraneo”. 
Della vita di Nazhim Kalim Dakota Abshu si sa molto poco. Vissuto, con ogni probabilità, per i primi venti anni a Tunisi. Si è formato alla scuola dei sufi, ma è stato un autodidatta ed è stato un grande lettore di testi cristiani occidentali e indiani. Ha studiato con attenzione la storia degli indiani d’America approfondendo il rapporto tra Occidente ed Oriente.

Molta della sua produzione è andata smarrita. All’età di trent’anni è in Francia, poi in Italia e nuovamente a Tunisi. Lascia definitivamente la Tunisia intorno agli anni Quaranta e si stabilisce prima a Istanbul e successivamente a Nizza. È morto, improvvisamente, la notte di Natale del 1955.

Ha approfondito gli studi sulla cultura sciamana ma la sua vera passione è rimasta sempre la poesia ed è stato sempre convinto che il vero poeta deve essere anche uno sciamano e che la poesia è una grazia.

<Ha cercato di intrecciare Maometto, Cristo e Budda, sottolinea Pierfranco Bruni, ma il suo percorso è stato sempre quello di confrontarsi con il Cristo in Croce senza cedere alla tentazione delle spiegazioni o giustificazioni teologiche. I suoi maestri letterari sono indubbiamenti Rumi e le sue poesie mistiche, ‘Omar Khajjam e le sue “Quartine” e soprattutto Kahlil Gibran. Uno dei filtri, non solo poetici e letterari, è chiaramente anche Tagore (il Tagore che scrive le pagine dedicate a “Il Cristo”). Tra questi poeti c’è uno spazio temporale abbastanza rilevante>

<Infatti con Rumi, aggiunge Pierfranco Bruni, siamo tra il 1207 e 1273, in una geografia che abbraccia l’attuale Afghanistan e la Turchia (è uno dei più grandi poeti persiani). Con Khajjam siamo ad un’età precedente, ovvero tra il 1050 e il 1130 in una terra che è quella della Persia nord – orientale. Con Gibran, invece, tocchiamo quasi la sua contemponeatità. Gibran nasce nel Libano settentrionale il 1883 e muore nel 1931. Così con Tagore, nato a Calcutta nel 1861 e morto nel 1941>.

<Tra i poeti europei amati e studiati da Abshu, afferma Pierfranco Bruni, c’è lo spagnolo Gustavo Adolfo Becquer nato a Siviglia il 1836 e morto a Madrid nel 1870. Abshu non si è mai distaccato dalla presenza di questi poeti da lui definiti maestri del pensiero e della parola. Maestri dell’amore. Abshu scrive, infatti, anche delle poesie d’amore, anzi delle potenti poesie d’amore>.


LETTERA A NADINE*
di
Nazhim Kalim Dakota Abshu**

Mia Croce, fragilità o tentazione.
Disappunto. Donna che non conosce verginità.
Non mi conosci e i nostri corpi sono nella sera della tempesta.
Non c’è voluttà o magia dell’ora triste.
Nelle cave del mio cuore il tuo serpente
ha scavato la sua tana di ombre. Lo sento
il grido del minareto, all’ora giusta, per l’anima
venduta nel gioco della cabala. Mi tremano i ricordi
Gesù, Giuseppe e Maria. La preghiera non è mai assente
Io per troppo amore mi punisco ora che mi hai dato
ciò che non ti ho chiesto. Ho sul capo il kefiah
che una volta ho deposto ai piedi della moschea. Mia Croce,
sul collo mi pende la tua partenza. Nadine non usare le mie parole,
accoglimi nel tuo alito, con la tua voce penitente, e, se puoi,
non risparmiarmi ai tuoi baci
come nella sera dell’incontro nei segreti
che non hanno mai smesso di abitarti. Sarò senza luce
per cercare nel fondo la promessa del deserto.
Ma tu non restare nella sconfitta. Sii paziente, tu con l’attesa
ed io con l’oblio che non ha dimenticanze. Ci perderemo nelle
nuvole di Aristofane. Arcaico mito. Tra gli Egizi dipingo gli occhi
e la mia città è Cartagine.

La sabbia non porta le ombre e il deserto è una distesa di miraggi lanciati da aquiloni in libera uscita. Ho sognato una danza e i sufi indicavano il centro. Mi sorprende che in questo sogno ci sia un camminare lungo un corridoio che mi porta da una chiesa ad una moschea. Spesso mi intrappola questa visione. Sono in una attesa di epoche in cui le civiltà raccontano i loro destini ma questa lettera mi parla anche di altro.

Devo capire. Il minareto e il campanile sono la mia storia. Non credo alle separazioni. Dio è Assoluto.

Nadine, ti lascio il mio silenzio e il mio rimorso per non accogliere le tue offese, o quelle che io considero che siano state offese, e per restituirti alla tua vita senza darti ombre o nebbie o altre nuvole. Sabbia di Tunisi, bianca come una perla senza sole. Ma le parole che ti scrivo non sono una giustificazione. È la prima volta che ti scrivo. Nadine, accetta il mio rimorso.

Vado e vengo da Tunisi.

C’è il mare di Tunisi che scenografa le immagini. Cadenze dei miei anni ad Algeri o storia di un’infanzia senza trasparenze. Algeri è vicina ma è distacco. C’è soltanto una parete che divide Algeri da Tunisi. Sono nato in uno spazio di una casbah, negli azzurri del deserto del mare e non ho mai abbandonato, se pur viaggiando tra le isole delle mie esistenze, quei luoghi.

Mia Nadine. Ho molto tradito e sono stato tradito ma si può tradire con eleganza e si può essere traditi con semplice volgarità. Io li ho vissuti come parametri di una esistenza. Non puoi amarmi e comunque ingannarmi? È da stupidi e la stupidaggine più sciocca è quando usi le parole con il sorriso e con la malinconia. Ti rendi banale e pensi però che io sia così distratto da non registrare i dettagli, i segni le complicità. Siamo semplicemente un passaggio. Nel Dio Assoluto. Non dimenticarlo. Mai. Io sono nato in uno spazio dove il villaggio ti educa alla solitudine, al silenzio e a capire quando tutto finisce in un gioco di orizzonti. Il mio villaggio è ancora lì.

Mia cara Nadine, non nasconderti nella muraglia della tua fede. Di quale fede. Te lo dico senza pudore. Io non conosco più il pudore. Per non conoscerlo bisogna che non stia nelle parole e che le parole siano la consequenzialità di tutto il resto. Ci sono complicità che non comprendo. Mi sfuggono come tu mi sfuggi.

Devo ritornare nella mia Tunisi.



Nadine, cara. Ti affido una riflessione, ma devi uscire dal tuo moralismo cattolico. Sei ipocrita. Io mi considero un teatrante che si sforza di recitare le finzioni perché questo teatrante è convinto che tutto nella vita è finzione. Persino la morte è finzione. Sono passato dall’islamico mio mondo al cristianesimo non dei giudei ma di Giovanna d’Arco, di Giordano Bruno, di Savonarola e perché no della pazzia di Iacopone da Todi. Ma resto profondamente legato ai dervisci, alla poesia cantata di Rumi, al Cristo di Gibran. La morte è una finzione. Ma se la morte è una finzione tu chi sei, io e te chi siamo, noi dove approdiamo. Io cristiano e musulmano e tu ridiventi vergine o angelo?

La mia Cappadocia non è simile a Tunisi, ma le pietre della Cappadocia hanno lo splendore del mare di Tunisi.

Dove ero rimasto? Sì, ti affido una riflessione. Tu, ipocrita come la luna. La luna tonda tonda fino a consumarsi negli occhi. Io sono un cristiano che osserva il mese del Ramadan.

Ti sembra strano? Rifletti: fanno più male le fedi o le ideologie? E qual è la differenza? Non rispondere come se fossi il giustiziere della notte o come se dovessi moralizzare le generazioni sconfitte dalla noia.

Anche tu, verrai tradita. Il tradimento è anche un sorriso mancato. Anzi è un sorriso dato quando non ti esce dal cuore ma dalla mente. C’è differenza. Certamente sì. Razionale il tuo camminare. Ma non mi sento ferito. Tanto meno rabbioso. Le ferite ormai non sono il sale del mio tempio e l’ira l’ho consegnata ai funerali devastati dalla pioggia di agosto. E non sono triste. Forse sono entrato nel cerchio dell’oblio e del disamore. Disamore verso me stesso. Tutto mi è concesso ora che la mia età si misura con un secolo in sfacelo.

Sono nato nel 1900. Non so quando morirò. Fanno più male le fedi o le ideologie? Non ti ho capito fino in fondo ma io ti ho aperto il mio cuore e tu hai straziato i giochi della vita con il cuore e con la mente. Ma finisce qui. Sulle mie rotte ti posso offrire solo il silenzio. Perché? Non domandarlo. In silenzio il mio cammino si spegne. Conosco i cimiteri islamici. Hanno la riservatezza della morte che non conclude la vita.

Mia cara Nadine, mi hai fatto capire ciò che non avevo afferrato. Ti piace il rischio ma non accetti il coraggio. Il rischio ti giunge dalla tua logica illuminista frammentata da un vizio razionalista. Nient’altro. Ci sono troppe illusioni che fanno da contorno. Ma non farci caso. Il tuo mondo è questo.

Fanno più male le fedi o le ideologie? O le complicità tra le fedi e le ideologie?



Sono nato in uno spazio chiamato Mediterraneo e la mia conversione non ha nulla a che fare con Paolo e con il suo gregge perso e dispero e ritrovato tra Damasco e Roma.

Hai commesso un errore e questo errore mi ha riportato alla mia Tunisi. Non un errore di distrazione. Ma un errore di valutazione. Non mi lascio misurare dall’indifferenza perché resto involontariamente un rivoluzionario.

Troppo sicura, tu donna vissuta, navigata tra gli amori ma non navigante. Come i miei amici che giocano sul tavolo verde e ti beffano nello sguardo convinti che il solo gesto del rilancio possa impaurire. Non temo le carte e tanto meno il vizio del rilancio.

Tu ti sei trovata di fronte ad un uomo che sa spezzare le corde per un solo graffio immaginario del vento e sa capire la tensione delle ancore conficcate nel fondo del mare. Il tuo vento mi ha dato un immaginario graffio.

Hai commesso un errore di verifica. Con me non dovevi usare l’arco. Bastava colpirmi con una sola freccia in fronte. Ricordati che le fedi che hanno bisogno delle ideologie non sono stupide sconfitte e tanto meno le ideologie che si aggrappano alle fedi. Ma tu hai sottovalutato i miei pensieri. In un solo colpo hai perso la bellezza e perdendola così non hai saputo dare stile al tuo sogno mediterraneo. D’ora in poi so che non potrai capire né le rose e tanto meno i garofani rossi. In questa terra di Tunisi i fiori sono gialli. Il tempo li ha resi tali.

Mia cara Nadine, mi trovo nella notte del mio mare e ascolto il chiarore delle stelle. Sono punti di fuoco o di fiamme. Non smettere di dirmi la verità. La tua verità. Tutto ha un inizio preciso. Non velare le parole. Diventi così straordinariamente non credibile da trasformare la sensualità in un esercizio. Anche l’azzurro, di notte, resta azzurro.

Non confondermi, non confondermi mai con gli istrioni insensibili e straccioni nel pensiero e non credere che tutto possa essere dovuto a me, a te, alla storia. Sono io che decido di confondermi e resto convinto di questo perché basta l’immaginario graffio del vento per farmi cambiare direzione alle vele. Già scritto e già detto. È vero. Non dividermi, non dividermi mai con le foglie e i rami.

Ma perché scriverti questa lettera?

Una lettera ha sempre un suo senso e un suo destinatario. Ma anche se sulla busta c’è il tuo indirizzo il contenuto riguarda me. Non preoccuparti più del dovuto. Tu sei solo una finzione. Come la letteratura. La letteratura si sgretola come i palazzi del re della sabbia. Io ci resto dentro e non cerco porti anche se so di appartenere a quello di Tunisi.

È ormai giunta l’alba, forse è un’ora tarda per datare l’alba. I mercanti hanno già aperto le loro botteghe e sono tra i colori e gli incensi della Medina.

Mi lascio trasportare nello spazio delle vie con i tappeti che scendono lungo la discesa dei suq. Sono ritornato tra gli odori intensi che mi appartengono ma ormai sono distante da ogni silenzio.

Porto con me una piccola croce.

Cristo perché non ti sei mai confessato con Giuda?

Mia cara Nadine, rispondi anche a questa domanda ma, ti prego, non farlo con la ragione della teologia. A tutto potrebbe esserci una risposta. Ma il mistero è oltre e non appartiene ai teologi e tanto meno ai fustigatori che si inventano la vita negli occhi della ragione. E ora perdimi se il coraggio non si specchia sulla pietra del tuo anello e se il tuo cuore si è smarrito rincorrendo le facce della luna. L’anello ha un suo racconto. Osservalo.

Un danzatore sufi mi ha pregato di portartelo con un biglietto: <A Nadine, le pietre di cenere che recitano la vita e la morte. Non decidere il destino. Fa che il destino ti porti lungo i passi dell’amore. Non tentare di cambiare il profumo che è in te e ricorda sempre le parole del maestro Rumi: “L’Amore e l’Amante vivono davvero in eterno:/non attaccare il cuore a cose riflesse e prestate”>.

Io porto con me una piccola croce ma la mia mezza luna mi accompagna senza chiedere compromessi. Cristiano nella fede senza ideologia. Musulmano mai sconfitto ma consapevole.

 Ho la pelle dei mercanti tunisini
 e lo sguardo ha l’arrendevolezza
 dei danzatori turchi. Ho cercato il mio Cristo
 ma ho la solitudine dei perdenti
 che mi sconvolge il diario dei giorni. Mia Nadine,
 per una pietra del deserto ho ceduto l’acqua. Cosa ti porterò
 in dono? Ho il mio destino che consegno nelle tue mani. Mia Nadine,
 la pietra d’Oriente non ha più parole.


* Traduzione dal francese di Matra Azimur
 **Poeta tunisino, nato a Tunisi il 1900 e morto a Nizza il 1955.

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