La scienziata «fuggita» dall’Italia (con la Calabria nel cuore)

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 Sandra Savaglio
di VINCENZO PITARO

La fuga dei cervelli? Per molti è una specie di «maledizione» dalla quale noi calabresi, e meridionali in genere, purtroppo non riusciamo da moltissimo tempo a liberarci. Dovunque si diriga lo sguardo (in Europa, in Oltreoceano e anche nello stesso nord Italia) troviamo infatti quasi sempre un nostro corregionale ch’è riuscito ad imporsi, realizzando cose egregie nei vari settori.
Il mondo è pieno di eccellenze calabresi che costituiscono, giorno dopo giorno, forse senza neppure accorgersi, ciò che – con scarsa poesia ma con grande senso pratico – viene spesso definito il «capitale umano» della Calabria. 

Tra questi, paradossalmente, non manca poi qualche personalità di spicco che, pur essendosi posta già da tempo all’attenzione della scena mondiale come una delle più importanti scienziate astrofisiche, addirittura sembra passare quasi inosservata agli occhi dei politici di quella stessa regione che ha avuto il compito grato (o ingrato, a secondo dei punti di vista) di darle i natali.
È il caso di Sandra Savaglio. Alzi la mano chi, almeno una volta, tra gli organizzatori dei tanti Premi che si celebrano un po’ ovunque in tutta la Calabria, ha sentito pronunciare il suo nome. Sarebbero di certo pochi, pochissimi, ne siamo convinti. Eppure Sandra Savaglio, oggi poco più che quarantenne, è uno dei maggiori astrofisici al mondo, una scienziata che negli Stati Uniti d’America ha dato tanto lustro alla «sua» Calabria e all’Italia intera.
Pensate un po’: già nel 2004, la rivista americana «Time», uno dei più autorevoli rotocalchi del pianeta, trovò modo di dedicarle una copertina per il suo prestigio conquistato nella scienza, indicandola fra l’altro come simbolo dell’emigrazione degli scienziati italiani negli Usa. Il suo nome, in quella circostanza, divenne subito famoso nel continente americano per aver fatto parte del gruppo di scienziati che, attraverso una ricerca effettuata nelle Hawaii con il telescopio «Gemini», scoprì le origini più antiche della galassia.
Una passione che si direbbe innata per Sandra Savaglio. Già diciassettenne, infatti, quando ancora frequentava il liceo scientifico «Scorza» di Cosenza, aveva le idee piuttosto chiare. «Da grande», diceva, «mi piacerebbe fare la scienziata, l’astrofisica. Adoro moltissimo scrutare le stelle, le galassie, l’infinito». Poi, nel 1991, ottenuta la laurea in fisica con 110 e lode presso l’Università della Calabria, il suo sogno finalmente divenne realtà, grazie ad un’assunzione con contratto a termine nell’University di Baltimora. Sicché, per forza di cose, dovette dire addio alla sua Morano Marchesato (piccolo centro in provincia di Cosenza), fare i bagagli in quattro e quattr’otto, come tanti altri «cervelli in fuga», e trasferirsi in America. Fu proprio lì, in quella terra per lei ancora sconosciuta, che ai suoi programmi di studi si aprirono varchi sempre più impegnativi. Incominciò ad esplorare le galassie, le esplosioni più energetiche che avvengono nell’universo, i lampi gamma, e via dicendo. Poi si occupò del buco nero gigante che si trova al centro del sistema galattico, dei pianeti extrasolari orbitanti attorno alle stelle più vicine al sole, legando peraltro il suo nome ad una prima grande scoperta che riguardò i neutrini solari, importanti per la fisica delle particelle elementari. «Ogni nuova scoperta che si aggiunge», ammette la Savaglio, «è sempre un motivo di gioia, anche se contemporaneamente contribuisce ad aprire nuove voragini di dubbi». Da uno studio all’altro, tuttavia, chi può dirlo?, non è detto che un domani, questa «scienziata della porta accanto», non riesca a svelare definitivamente tutti i misteri che ci circondano, quelli cioè che relativi alle origini della vita e dell’universo.
Una cosa, intanto, è più che certa: gli occhi di Sandra Savaglio brillano più delle stelle che scruta, non tanto quando parla del suo lavoro ma nel momento in cui le tocca rispondere a qualche domanda sulla sua terra natia: la Calabria. «La porto sempre nel cuore», dice, «è la mia linfa vitale. Sono nata lì e lì ho sognato di poter intraprendere un giorno questa carriera. Sono molto legata ai miei colleghi di Arcavacata, ai quali (felicemente) anni fa ho dato anche una mano per i corsi». Non c’è che dire: queste menti illuminate sono il petrolio della Calabria. Privarci delle nostre attenzioni, sarebbe come se gli sceicchi arabi rinunciassero a trivellare il deserto.

© Giornalista Vincenzo Pitaro
Gazzetta del Sud – Cultura
www.vincenzopitaro.it

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