FORA: Il patriottico bidone di chi paga e chi no

di Nicola Zitara - Siderno, 4 gennaio 2006

Marotta diceva che siamo “Alunni del sole”, Tomasi di Lampedusa sosteneva invece che siamo “Gattopardi”. La mia sommessa opinione - per quel che può contare - è che non abbiamo capito niente.

A Napoli si canta, a Palermo si piange ancora la triste fine della Principessa di Carini, in Puglia si pensa alla buona cucina e all’olio di prima spremitura, in Abruzzo sono forti e gentili, in Lucania sono non meno forti e non meno gentili, in Calabria il mutismo prevale, in compenso luccicano i coltelli, sempre che manchi una P38.

 La pizza è buona, gli spaghetti alle vongole meglio, non parliamo poi del peperoncino rosso, della mozzarella di bufala, dei funghi della Sila e dei cannoli con la ricotta.

Il Sud muore, distrutto dal fatto che “siamo Dei”, o forse soltanto devoti alla Luna e al culto lunare della donna-madre.

Fare? Non fare? Aspettare? Modificare la Repubblica italiana? Separarsi? Ma la separazione non è un rimedio peggiore del male?

Su tutti questi dubbi William Shakespeare avrebbe composto cinque Amleto. Intanto un fatto è tutt’altro che amletico: l’iniziativa della separazione - in parte sotto traccia, in parte alla luce del sole, con parole, maleparole e leggi della Repubblica – non è venuta fuori ad opera nostra, ma come istanza vitale dei Valpadani, alias stronzobossisti, crucciati del fatto che loro pagano le tasse e noi no.

Essendo la separazione ben avviata, gli scaltri come Loiero pensano di trarne profitto, pur senza guastarsela con i palazzi romani. Altri immaginano di accodarsi con i valpadanisti, dopo aver esibito un valido sicilianismo, una napoletanità etnocoregrafica, un rusticano calabrismo. Insomma, i topi si salverebbero mentre la barca affonda.

Ovviamente chi la pensa così non conosce gli Itagliani, che di regola sono amici con chi gli conviene e fino a quando gli conviene; ignora altresì come è stata costruita l’Italia economica e qual è l’animus che pervade i cuori toscopadani sin dal tempo in cui i re angioini e aragonesi e i viceré spagnoli s’indebitavano con Genova e Firenze.

I nostrani patrioti non ignorano che il vero potere opera in sfere metafisiche, non visibili e non abbordabili ad opera dei nostri onorevoli deputati e consiglieri. Ma loro stanno immoti come le stelle di Leopardi. Come le stelle vedono l’incongruente errare del pastore per la sterminata brughiera asiatica, così essi vedono i corregionali pagare incongruamente. D’altra parte costoro pagano senza neppure chiedere il conto.

Aspettare gli eventi? Non aspettare? C’è poco da dire: l’attesa è un fatto. La gente del Sud versa in una condizione d’impotenza morale. Centocinquant’anni di beffe toscopadane avrebbero confuso le idee persino ad Aristotele. Gli Italici (quelli del Sud) sono un popolo vinto e sottomesso. La loro dipendenza dai Toscopadani è ormai un fatto radicato, costituzionale, strutturale.

Credono giusto patire ogni sopruso, ogni raggiro, purché si mangi - tale e quale gli schiavi di Roma imperiale. Certamente, un’offesa ci stizzisce, ma poi soggiacciamo come una femmina brutalizzata.

Non così sul versante padano. Gli itagliani hanno quei cosi che a noi mancano, cosicché il separatismo valpadanista non è un vero separatismo. Segue piuttosto la strategia di indebolire la centralità romana e rafforzare il comando milanese.

Una linea politica vecchia che non avrebbe senso, se non contenesse il progetto di assorbire le entrate fiscali e la gestione della spesa pubblica, che fanno il primato di Roma capitale. Peraltro, nella Milano bene nessuno fa un mistero di ciò. In termini concreti, la tesi è questa: c’è chi paga le tasse e c’è chi non le paga. Il Sud paga meno imposte: si arrangi con i suoi soldi. Giuridicamente e costituzionalmente la cosa si ottiene solo se siamo noi a tenere la borsa.

Ora, la storiella dei sudici che non pagano le tasse è un grande rovello. E non da ora. La faccenda fu messa in luce da Nitti.

Cercherò di esemplificare le sue conclusioni. Quasi tutti le famiglie pagano bimestralmente una bolletta alla Telecom, con sede a Milano. Ora questa società, vendendo il servizio telefonico a sudici e nordici, ottiene dei profitti. E su questi profitti paga le imposte - una cifra da capogiro, che viene versata agli uffici tributari della provincia di Milano. Ma i profitti, su cui Telecom paga le imposte, sono stati realizzati in ogni parte del paese.

Dire allora, come si fa, che Milano paga imposte in misura percentualmente maggiore di Ciminà, è una solennissima c…ta. C…ta che, però, essendo comoda alla Lombardia, è pure legge dello Stato.

Ancora più pagliaccesca è la geografia dell’IVA. Sulla bolletta Telecom, l’utente paga anche l’IVA, imposta sul valore aggiunto. In questo caso il sovvertimento di ogni logica è plateale. Secondo il dettato legislativo, l’Iva è dovuta da chi acquista e incassata da chi vende, il quale ha il compito (e il dovere) di trasferire la somma allo Stato. Non ci sono dubbi. L’Iva è un’imposta sui consumi, come peraltro tutte le imposte indirette. Il soggetto percosso dall’imposta sul valore aggiunto è il consumatore.

Per sua comodità l’erario affida il compito di esigere l’imposta al venditore. Tutto qui. Eppure nella Repubblica costituzionale e resistenziale italiana, l’IVA incassata da Telecom all’ufficio postale di Ciminà figura prodotta a Milano e va alla Regione Lombardia.

Con queste leggi del c…, la Lombardia, il Piemonte, il Veneto e tutte le altre regioni industrializzate risultano più generose di quanto non siano, nonché sovvenzionatrici del malcostume dei sudici. Della cosa, i luminosi corsivisti del Corriere hanno convinto l’inclito e il non inclito vulgo, cosicché i sudici pagano e ringraziano inchinandosi. Logicamente si tratta d’un inganno, o forse meglio di una filosofia di tipo coloniale, volta a ingannare i sudditi più remissivi - quelli più ricattati di altri nella loro esistenza privata.

Separarsi? Non separarsi? Al centro dell’idea separatista sta la funzione dell’ente Stato. Dovunque gli enti pubblici amministrano una parte consistentissima della ricchezza prodotta annualmente dai sudditi. Nello Stato italiano, la parte da essi amministrata (ovviamente sotto forma di spesa) supera sicuramente il sessanta per cento dell’intero prodotto interno lordo (Pil), come dire, mediamente il sessanta per cento di quanto ogni suddito produce.

Come e dove spendono questi soldi gli enti pubblici?

Lasciamo stare le statistiche, specialmente quelle disaggregate a livello regionale e locale. Non sono false, sono ingannevoli. Per arrivare alla verità, bisogna conoscere non tanto la specifica scienza statistica, quanto il fenomeno da essa analizzato: guardare ai fatti. I fatti dicono, per esempio, che per andare da Siracusa a Palermo in treno s’impiega tre volte (dico tre volte) il tempo occorrente per andare da Milano a Roma. Partendo da Siderno, provate a raggiungere Rosarno in treno, in tutto 35 chilometri. Ma forse è meglio che non proviate. La gente, scoraggiata, se può, compra una macchina. euro XX + IVA al 20 %.

Altro esempio. Mentre penavo a come scrivere quest’articolo, il maestro Riccardo Muti dava un concerto nell’aula del Senato, alla presenza di donna Franca e di suo prestigioso marito, il Presidente della Repubblica Italiana. Durante una pausa, il presentatore informa i telespettatori che, in serata, l’illustre direttore sarebbe stato a Vienna, per poi tornare subito alla sua diletta Scala di Milano.
Un direttore come Muti è una gloria nazionale.

Gli spettacoli della Scala hanno risonanza mondiale. La Scala è definita il tempio della musica italiana. Tali fastigi non si ottengono, però, con l’incasso dei soli biglietti esitati al botteghino del teatro. Qualcuno paga la differenza, certamente centinaia di milioni di euro. Forse è il caso che guardiate nella buca delle lettere, casomai il Direttore della Scala vi abbia spedito una lettera di ringraziamento.

Ancora un esempio. Muti non aveva avuto il tempo di far ritorno da Vienna che, nella stessa giornata la Reggina veniva sconfitta sul proprio campo dall’Inter per 4 a 0. Ovviamente l’Inter ha una squadra formidabile, che costa miliardi. A pagarli è Morati, e non lo Stato, o il Comune di Milano o la Regione Lombardia. Ma le strade su cui viaggiano le automobili a cui Moratti vende la sua benzina non le ha fatte Moratti, le ha fatte lo Stato.

A Moratti, che non venderebbe un solo litro di benzina se non ci fossero le strade, le strade non costano assolutamente niente. E si può immaginare che il petroliere incalzi il governo e il parlamento affinché facciano più strade e strade più veloci. E infatti molti di noi tifano per l’Inter.

Ultimo e chiudo. Non so quanto sia costato allo Stato l’aeroporto della Malpensa. Potrei perfino saperlo sfogliando un annuario, ma sarebbe superfluo. Sono certo – si vede – che è costato quanto non sono costati tutti gli aeroporti esistenti al Sud. Che vi debbo dire? Lo so che tifate per l’Inter, ma in fondo è giusto: la mantenete voi.

Nicola Zitara

Fonte: Eleaml


FORA di Nicola Zitara - La rubrica riproposta da Calabresi.net

Nessun commento ancora

Lascia un commento