FORA: DUE ITALIE

di Nicola Zitara – Siderno, 27 gennaio 2005

L’Italia è una nazione (una collettività culturale) identificata poeticamente da Virgilio (circa al tempo della nascita di Cristo). Una mezza identificazione politica si ebbe soltanto due secoli dopo, con la divisione tra Augusti e Cesari, tra Imperatore d’Oriente e Imperatore d’Occidente.
Uno Stato italiano non è mai esistito prima del 1861. Un regno longobardo d’Italia, fondato qualche secolo dopo la caduta dell’Impero romano, non giunse che a Benevento e finì nello spazio di due generazioni. Più di mille anni dopo, la Repubblica Cisalpina e, a seguire, il napoleonico Regno d’Italia non incluse il Sud. Il Regno di Napoli ebbe dei re francesi per circa undici anni. La Sicilia rimase ai Borbone.

La complessiva esperienza dei regni napoleonici in Italia si svolse tra 1799 e il 1815, sedici anni in tutto.
L’unità d’Italia fu realizzata mercé l’intervento decisivo dell’esercito francese sceso in campo, nel 1859, contro l’Impero austriaco per sabaudizzare il Lombardo -Veneto. La successiva impresa garibaldina (1860) fu preordinata dai baroni siciliani, avversi all’unità con Napoli.
I baroni sollevarono l’Isola con l’aiuto della mafia due mesi prima dell’arrivo di Garibaldi e prepararono le sue facili vittorie corrompendo i generali e galvanizzando le popolazioni con la distribuzione di piastre d’argento che gli Inglesi avevano portato appositamente dalla Turchia.
Garibaldi ebbe un facile successo anche nel Sud continentale in quanto la classe padronale napoletana temeva che il re delle Due Sicilie non sarebbe stato in condizione di difenderla dai contadini, senza l’aiuto dell’Austria, che, però sconfitta, si era impegnata con Napoleone III a non intervenire in Italia.
L’idea di una nazione italiana era viva solo fra gli intellettuali, diciamo così, di sinistra. La cosa risaliva al tempo di Dante, Petrarca e Boccaccio, che avevano innalzato a lingua (a scapito del latino usato dai dotti e anche da loro in alcune opere) il dialetto prevalente nel tratto tirrenico compreso tra Napoli, Roma e Firenze.
Conseguentemente l’annessione del Sud al Regno sabaudo non fu il risultato di una rivoluzione “nazionale”, estesa, popolare o borghese, ma la mera associazione di una frazione del padronato fondiario e del ceto degli intellettuali con l’élite risorgimentale padana.
Ai rivoluzionari veri, come Mazzini, la condanna a morte infitta dai Savoia non fu revocata dopo la proclamazione dell’unità. Mazzini poté sì morire in Italia, ma sotto un falso nome e vigilato a vista dalle guardie di finanza, Cattaneo si rifugiò in Svizzera, Garibaldi formalmente “si ritirò” a Caprera, un’isoletta quasi disabitata del Canale di Sardegna, in effetti fu spedito al confino di polizia con qualche sacco di grano da semina.
Con l’unità, il Sud, che era un paese indipendente, onorato da tutto il mondo e ben governato, divenne una colonia della Padana.
Al momento dell’unità, il Sud era in crescita e il Centronord ancora in declino. Erano due paesi molto diversi, perché diverse erano le rispettive borghesie. Al Sud gli istruiti erano sicuramente più numerosi che al Centronord (diecimila studenti universitari, in un paese che aveva la terza parte della popolazione italiana, contro seimila nell’Italia restante, pari a due terzi della popolazione italiana).
Ma la borghesia toscopadana era più evoluta, le città erano più diffuse, l’agricoltura era basata su rapporti capitalistici (questa la causa del fatto che i contadini settentrionali mangiavano meno ed erano meno forti dei contadini meridionali), il sistema commerciale più articolato, la scala sociale con più gradini. La Toscopadana era stata la culla della civiltà moderna durante i secoli delle autonomie comunali e per tutto il Rinascimento (1100-1530 circa).
Negli stessi secoli il Sud aveva svolto la funzione di baluardo della Cristianità contro gli Arabi e Turchi. Per questa ragione, la Chiesa, i Francesi e gli Spagnoli vi avevano introdotto il sistema feudale con le sue chiusure classiste, proprio quando il feudalesimo veniva superato nell’Italia comunale.
La Toscopdana, culla della civiltà moderna, prese a declinare verso il 1550, in seguito alla scoperta dell’America. La cosa dette luogo a una lacerante contraddizione: un popolo immensamente più civile degli altri (così lo celebrò nientemeno che William Shakespeare circa un secolo dopo) era vittima e servo di nazioni meno civili e di gente meno capace (era il tempo in cui l’Italia, del Sud e del Nord, forniva i colti, gli artisti, i politici, i diplomatici, gli artigiani, i generali e anche i migliori soldati mercenari alle grandi potenze d’Europa).
La condizione della Toscopadana andò così indietro che, nel 1860, Firenze, Venezia e Genova non erano neanche l’ombra di quelle potenze commerciali e bancarie, di quelle centrali culturali e artistiche, che erano state 400 anni prima. Nel 1860 solo l’agricoltura stava avanzando, in virtù della produzione di seta greggia avviata subito dopo la caduta di Napoleone (1814), sotto il regime austriaco (1815-1859).
Diversa la storia del Sud. Dopo la sconfitta e la morte di Manfredi (il figlio naturale di Federico II) ad opera delle forze papaline e dei Comuni toscopadani (1266), oltre a perdere l’indipendenza e a essere portato indietro commercialmente, il Sud divenne anche una colonia dei mercanti e degli usurai fiorentini e genovesi. Il fatto che sotto i Francesi e gli Spagnoli Napoli fosse la città più grande e più ricca del mondo intero non nasconde che il resto del paese viveva in una condizione civile incredibilmente inferiore a quella dei Toscani, dei Lombardi, dei Liguri e dei Veneti.
La ripresa del Sud iniziò nei primi decenni del 1700, con la Rivoluzione commerciale. L’Europa atlantica e l’America divennero consumatori di zolfo, di olio e di altri prodotti mediterranei. La Spagna e il Portogallo, al tempo, non facevano molta concorrenza, il resto del Mediterraneo era come morto alle attività di esportazione, cosicché le esportazioni meridionali venivano pagate bene.
La fase iniziale di questo lungo periodo di sviluppo coincise con l’assegnazione di Napoli e della Sicilia al figlio di Elisabetta Farnese, duchessa di Parma e seconda moglie del re di Spagna, Filippo V. Con l’arrivo di Carlo di Borbone(1734)., Napoli e la Sicilia furono sganciati dalla Spagna. Antonio Genovesi, il fondatore dell’Illuminismo napoletano, salutò l’evento coma la nascita (o rinascita) dell’indipendenza nazionale.
Per giunta i Borbone furono re saggi, amanti del popolo e del progresso. Sotto la loro guida il paese fece progressi velocissimi nel campo commerciale e industriale, e andò arricchendosi. Si pensi che i depositi privati presso il Banco delle Due Sicilie salirono, tra il 1830 al 1858, da circa 50 milioni a oltre 250 milioni (lire piemontesi del 1860); la massima ricchezza presente nell’Italia preunitaria. I Borbone allontanarono i mercanti toscani e liguri.
Gli usurai erano stati cacciati anche prima. I Banchi pubblici furono un fattore d’indipendenza e un serio aiuto per la povera gente. Al tempo di Ferdinando II (1831-1859) la flotta mercantile duosiciliana divenne la seconda in Europa e il Regno delle Due Sicilie veniva giudicato lo Stato più industrializzato d’Italia.
Tranne l’espansione dell’olivicoltura, furono invece molto stentati i progressi in agricoltura. I Borboni non vollero danneggiare i contadini, che esercitavano i diritti di pascolo e di legnatico sui demani comunali, e neppure la Chiesa, gran proprietaria terriera. Ma neanche volevano inimicarsi i nuovi proprietari non aristocratici, che a loro volta anelavano a impossessarsi delle terre destinate all’uso promiscuo.. Lasciarono marcire il problema, ed è probabile che fu la loro indecisione a portare il Sud sotto il governo padano: la sua fine.

Nicola Zitara

Fonte: Eleaml


FORA di Nicola Zitara – La rubrica riproposta da Calabresi.net

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