La liquirizia calabrese agli onori della Dop

di Vincenzo Pitaro

La liquirizia di Calabria. Sono svariati anni, ormai, che i massimi esperti internazionali del settore riservano ad essa le dovute attenzioni, sia per le esclusive proprietà aromatiche che per quelle salutari. L’autorevole Enciclopedia Britannica – perdipiù, fin dagli anni Settanta – la considera la migliore al mondo, in assoluto.

 Eppure, paradossalmente, fino ad oggi, i prodotti calabresi derivati da questa pianta così generosa (dalla quale si ricavano vere e proprie colate di oro nero fuso) non godevano ancora di una tutela giuridica a livello internazionale. Ora, la «principessa di Calabria» – dopo un iter burocratico che sembrava doversi protrarre all’infinito – ha finalmente ottenuto il tanto atteso e sigillo Dop dell’Unione Europea.
C’è grande soddisfazione nella regione per questo ambito traguardo, ufficializzato con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Cee.
La Calabria, d’altronde, è da sempre famosa nel mondo anche per via di questo suo eccellente prodotto. La lavorazione e la commercializzazione di questa pianta nel territorio calabrese – pensate un po’ – risale addirittura al caldo periodo medioevale. Fu nel 1715, agli albori dell’industrializzazione calabrese, che il duca di Corigliano, Agostino III Saluzzo, decise di fondare la prima fabbrica nell’alto Cosentino. Verso la metà dell’Ottocento, poi, un illustre viaggiatore, Fortunato Stancarone – nel capitolo dedicato alla Calabria Citra nel suo volume «Viaggio nel Regno delle Due Sicilie», pubblicato a Napoli nel 1848 – trovò modo dievidenziare l’importanza di tale attività nella regione, elencando addirittura ben dieci fabbriche di liquirizia. «Nella Calabria Citra», annotò il viaggiatore, «sono attive dieci fabbriche di liquirizia, che si estrae dalla radice della pianta detta da Linneo Glycyrrhiza glabra, spontanea produzione di que’ terreni. Ne mandano all’Inghilterra ed alla Francia circa ottomila cantara, che rendono ai loro proprietari più di dugentomila ducati». 
Delle storiche fabbriche, nate nel Settecento, oggi in Calabria ne rimane attiva soltanto una, a Rossano Scalo. In quell’azienda, logicamente, è entrata la tecnologia, anche se il ruolo del mastro liquiriziaio rimane pur sempre fondamentale. È lui infatti
che controlla il processo di concentrazione della liquirizia a cielo aperto e stabilisce a colpo d’occhio qual è il punto di solidificazione ottimale. Da qualche decennio, peraltro, la liquirizia viene pure lavorata nel Vibonese, a Limbadi, per iniziativa
del presidente regionale dei Giovani Industriali, dott. Sebastiano Caffo. Si produce di tutto, in Calabria, dalla sua radice: oltre alla liquirizia allo stato puro, nascono grappe, liquori, confetti anche a base di menta e, dulcis in fundo, quei «sassolini» e
le «morette» al gusto di arancia che da anni sono arrivati a conquistare finanche il mercato americano. L’avv. Gianni Agnelli – com’è noto – stravedeva per la liquirizia di Calabria, ne era particolarmente ghiotto, al punto di farsene spedire ogni anno una
quantità consistente. Ma sono sempre più in crescendo, a quanto pare, i personaggi illustri internazionali che la prediligono.

Le sue proprietà erano già note agli antichi Egizi e poi ai Greci e ai Romani. Nel I secolo, Dioscoride scrisse che il succo della liquirizia portava giovamento alle affezioni della gola, che era un buon medicamento nei bruciori di stomaco e che sotto forma di pomata si usava anche nella medicazione delle ferite. Oggigiorno esistono studi che evidenziano l’azione protettiva del fegato, dimostrata dalla riduzione delle transaminasi, gli enzimi che segnalano appunto la sofferenza epatica. E c’è di più. Oltre alla sua azione antinfiammatoria, antiacida, antivirale, ecc., esami clinici hanno comprovato (radiologicamente) persino la scomparsa dell’ulcera, grazie all’uso del suo estratto fluido o della radice sminuzzata in infuso.

Vincenzo Pitaro
Giornalista
Gazzetta del Sud – Cultura

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