La storia di Santa Severina

La nave di pietra, Città d’arte e di cultura, Agorà della sapienza mediterranea

Avvenne un mattino di Maggio di molti anni fa. I primi chiarori dell’alba mostrarono uno scenario insolito ed affascinante. Enormi banchi di nebbia avevano invaso l’interna valle del Neto coprendo ogni cosa fino ad una certa altezza e tutto quel che affiorava sembrava immerso in quel mare lattigginoso che, coprendo la base rocciosa del suo nucleo, faceva apparire Santa Severina come una grande nave di pietra.

 Quel termine che usammo nel nostro primo lavoro ebbe notevole successo e fu poi ripreso negli scritti e nei discorsi di quanti si interessarono alla nostra cittadina.

Accorsero in molti su quella nave ed ognuno scopriva un tesoro o si fermava davanti a misteri ancora irrisolti venendo preso e coinvolto in un mondo di storia e leggenda, d’arte e cultura che imponeva a tutti di riconoscere in quella rocca una città d’arte.Le sue origini sono documentate da Ecateo di Mileto, storico e geografo del V sec. a.C. che la comprende nell’elenco delle città dell’Enotria col nome di Siberene, mantenuto fino al IX secolo quando la Novella dell’Imperatore Leone, elencando le sedi vescovili ed arcivescovili dipendenti dal Patriarcato di Costantinopoli, la chiama Severiana. Uno dei misteri non ancora chiariti, sul quale si sono arrovellati gli studiosi, è il passaggio avvenuto nel X sec. all’attuale toponimo di Santa Severina. Quasi certamente il culto di questa santa, alla quale fu dedicata la prima nostra cattedrale, fu importato ed imposto dai greco-siculi che in quel periodo si spostarono nelle nostre terre.

Occupata dagli Arabi nell’840 fu da essi tenuta, baluardo strategico sulla valle del Neto, fino all’885-886 quando Niceforo Foca, valoroso generale bizantino di Basilio I espugna Santa Severina e riconsegna all’Impero di Bisanzio la città rimasta, nonostante l’occupazione araba durata quasi mezzo secolo, grecanica nei costumi, negli usi, nell’animo religioso. Non meraviglia quindi che Santa Severina per i suoi requisiti storici, geografici ed etnici assurgesse a centro ideale per la difesa degli interessi bizantini in Calabria. La sua importanza strategica e la necessità di farne il caposaldo contro i tentativi espansionistici della Chiesa di Roma furono i presupposti per la creazione della nuova metropolia che si aggiunse alla sola esistente in Calabria, quella di Reggio. Mentre ancora si discetta sulla data precisa della sua creazione si è portati, considerando fonte attendibile e primaria la Diatiposi di Leone VI (886-911) a fissarne la nascita verso la fine del IX sec. Si apre allora il periodo più luminoso per lo sviluppo della cultura bizantina che lascerà tracce significative con l’edificazione del Battistero e della chiesa di Santa Filomena.

Dopo quasi due secoli di dominio bizantino i Normanni di Roberto il Guiscardo espugnarono la fortezza nella quale si era rifugiato Abelardo ribellatosi allo zio. Inizia allora il graduale cambiamento degli ordinamenti civili e militari mentre quelli ecclesiastici conservano ancora per molto tempo il rito greco. Estintosi il dominio normanno, Santa Severina vive un lungo periodo di privilegi ed autonomie che, tranne qualche breve pausa, le assegnano il ruolo di città demaniale (esempio emblematico nel Mezzogiorno italiano) fino all’ultimo diploma di Ferdinando I del 26 Febbraio 1466 che, riconoscendo tutti i privilegi, concede alla nostra università un’autonomia che era il riconoscimento di un’organizzazione sociale con un potere elettivo delle varie magistrature (sindaci, giurati, etc.) con attribuzioni proprie e ben determinate a cui venivano preposti cittadini eletti liberamente dal popolo.
Questo consolidato sistema di autonomia e di libertà viene scosso ed abbattuto da Federico d’Aragona quando, con regio decreto del 14 Ottobre 1496, concede in feudo ad Andrea Carafa futuro luogotenente del Regno e suo eroico generale, la nostra città . E si spiega, dati questi precedenti, la riluttanza e la fiera opposizione dei santaseverinesi a farsi infeudare. E’ quello il periodo degli assedi e della resistenza ad oltranza prima che Santa Severina piombi nella servitù feudale, aggravata dall’ira di Andrea che si vendica confiscando, uccidendo, opprimendo.
Morto Andrea senza figli gli subentra il nipote Galeotto che interviene col suo patrimonio per alleviare lo stato di miseria in cui versa la popolazione e costruisce nel Castello il Belvedere ricavato nello spazio interposto tra i due bastioni del lato orientale.

Galeotto muore tra il compianto generale il 26 Aprile 1556 e gli succede nel contado il figlio Andrea che eredita un feudo rimpicciolito e carico di debiti.
Tale situazione peggiora ancora con Vespasiano che succede al padre nel 1569 ed esercita il suo dominio costretto a sempre nuovi e pesanti debiti che a stento riesce ad onorare. Quando muore senza eredi nel 1599 si estingue il contado dei Carafa ed il feudo passa alla Regia Corte che lo cede nel 1608 a Vincenzo Ruffo principe di Scilla. Alla morte del principe avvenuta il 3 Giugno 1616 subentra la figlia Giovanna che muore nel 1650, dopo trentaquattro anni di dominio. Le succede il figlio Francesco Maria che, oberato dai debiti contratti dalla madre, si vede porre all’asta il feudo che viene aggiudicato al patrizio crotonese Carlo Sculco. A costui, morto di peste il 30 aprile 1656, succede il figlio Giovanni Andrea a cui Filippo II concede il titolo di duca. Gli subentra il figlio Domenico che muore il 1687 senza eredi e si estingue con lui il diritto alla successione della famiglia Sculco. Nel 1691 Donna Cecilia Carrara si aggiudica all’asta per 102.000 ducati il feudo intestandolo al figlio D. Antonio Grutter senza titolo. Nel 1732 Carlo III gli conferisce il titolo di principe di Santa Severina.
Alla sua morte gli succede il figlio Pier Matteo che rimane al governo della città fino alla morte avvenuta il 4 Novembre 1751. L’eredità feudale viene raccolta dal figlio Gennaro che muore nel 1756, poi da Antonio che muore a Napoli nel 1804. Ultimo feudatario è Gennaro Grutter, figlio di Antonio che, abolita la feudalità con la legge del 2 Aprile 1806, rimase possessore del solo titolo di principe che passa, per il ramo femminile, a Vincenzo De Giovanni.
Nell’800 Santa Severina è uno dei tanti paesi meridionali che vive supinamente prima sotto i Borboni e poi nell’Italia unita.

Ad affrettarne l’irreversibile stato di decadenza contribuisce il tremendo terremoto del 1783 che riduce un cumulo di rovine il Rione Grecia tanto da provocare da Parte dell’Arcivescovo Pignataro la chiusura di quella parrocchia. Nel 1950 si celebra in Piazza Campo il varo della riforma agraria che affranca i nostri braccianti e li inserisce nel nuovo processo di sviluppo dell’Italia risorta a democrazia dalle rovine della guerra.

Questa in breve sintesi la storia ricca di avvenimenti lieti e tristi quasi tutti documentati ma a volte incerti, avvolti da un alone di mistero, dipanatisi in oltre due millenni e che hanno visto protagonisti re e principi, strateghi e generali, conti e duchi i cui fantasmi aleggiano sui bastioni e sulle torri del grande maniero che ne conserva le memorie. Di fronte ad esso il grande complesso ecclesiastico della Cattedrale e del Battistero ci ricorda che Santa Severina dette i natali a Papa Zaccaria, il grande Pontefice che concesse legittimità religiosa alla stirpe dei carolingi ed osò per primo disporre di un trono a nome dell’autorità pontificia (Lenormant); un suo arcivescovo Giulio Antonio Santoro assurse alla porpora diventando cardinale di Santa Severina (vedi Cappella a lui dedicata nella Basilica di S. Giovanni in Laterano). Nel periodo del massimo fulgore culturale, dal XII al XIV sec. un altro suo figlio, Enrico Aristippo graecus interpres natione severinatus, illuminava il suo periodo con la traduzione dei capolavori della cultura greca da Platone ad Aristotele e Tolomeo. Questo suo passato, queste radici culturali rimaste vive nei secoli, hanno continuato a produrre i loro effetti anche nei tempi moderni assegnando a Santa Severina un ruolo di assoluta preminenza nel marchesato crotonese. Dopo l’unità d’Italia eminenti scienziati come Diodato Borrelli e Nicolò D’Alfonso rinverdivano coi loro studi quella tradizione culturale che intanto traeva linfa vitale dal glorioso Ginnasio, uno dei primi in Calabria, integratosi poi in Liceo, punto di riferimento primario per le attività culturali nella nuova provincia di Crotone.

Da sempre meta di un turismo d’elite Santa Severina sta vivendo, dalla riconsegna del castello restaurato, un autentico boom quantificato nell’ultimo anno in almeno 50.000 visitatori. E’ un afflusso destinato a crescere se si tien conto che gran parte del suo patrimonio artistico non ha ancora visti conclusi i restauri in corso d’opera. D’altra parte si vanno completando le strutture viarie, quelle alberghiere e di ristorazione che devono offrire un’adeguata accoglienza a questo turismo in esplosiva espansione. Chi ha il tempo per farlo può giovarsi di un’escursione nel parco di Monte Fuscaldo, celebrato da Plinio il Vecchio e dotato di area pic-nic, di percorsi fitness in un bosco incontaminato dalla folta vegetazione di macchia mediterranea. Altra escursione consigliata è nella vicina frazione di Altilia, borgo tranquillo, con panorami stupendi, arroccato intorno al Palazzo Barracco circondato da una maestosa pineta trasformata in villa comunale.
Altilia ebbe il Monastero Forense di Santa Maria che dipendeva dalla Badia di San Giovanni in Fiore celebre in tutta Europa per il suo fondatore, l’Abate Gioacchino.

Museo Santa Saverina: www.museisantaseverina.it

Fonte: http://www.aristippo.it

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