FORA: La storia di lungo periodo

di Nicola Zitara – Siderno, 25 Febbraio 2005

Né Agazio Loiero né Sergio Abramo né Romano Prodi né Silvio Berlusconi cambieranno la nostra storia, o meglio la nostra posizione di italiani del Sud nella lunga e grande storia. La loro capacità di essere buoni amministratori, o la loro incapacità a esserlo non è ininfluente, ma non esistono le condizioni perché uno o l’altro incidano sulla storia di lungo periodo.

Il Sud è incardinato nella vicenda europea sin dal 1200. Lo era stato anche prima, per 700 anni, durante la Repubblica e l’Impero romano. Questo legame, che in verità non ci ha portato mai bene, non è stabile, perché la civiltà europea nasce dalla conquista e quella mediterranea dai traffici. Pertanto potrebbe persino venire sciolto.
L’agente di un’ipotetica rottura non sarebbe sicuramente l’Europa, e meno che mai Bossi, ma andrebbe individuato in due forze già operanti sulla scena attuale, sia separatamente, sia sommate: una é la globalizzazione, che appiattisce, disgrega, o annulla del tutto il potere sovrano degli Stati; due, l’insofferenza dei mediterranei verso il modello organizzativo esportato/importato dall’Inghilterra nel corso degli ultimi tre secoli.
La storia è la vicenda secolare di una qualunque formazione sociale che vive sulla Terra. Ma secolare non vuol dire eterna. Intanto le formazioni sociali non coincidono sempre con lo Stato a cui sono giuridicamente appartenenti. Possono essere persino più grandi, ma di solito sono più piccole. Per esempio quella dei Baschi rispetto alla Spagna, quella dei Corsi rispetto alla Francia, quella dei Curdi rispetto alla Turchia e all’Iraq. Inoltre le formazioni sociali sono mobili nel tempo, e da molti punti di vista: il territorio d’insediamento, la lingua, la religione, la morale, la composizione etnica, l’economia, etc. Però la sola modificazione di un aspetto dell’assetto precedente comporta un trauma doloroso, perché di regola c’è chi lo paga e chi se ne avvantaggia.
La Calabria, ad esempio, ha pagato il passaggio dal rito greco a quello latino, la sconfitta della dinastia dei Borbone e la vittoria dei Savoia, la fine del mondo contadino e la conseguente emigrazione di massa, mentre i vantaggi sono andati altrove.
Al momento c’è da interrogarsi circa le conseguenze che potrebbe avere l’urto della globalizzazione sulla formazione sociale Sud italiano. La prima cosa da dire è che le armi con cui i monopoli americani, giapponesi ed europei hanno piegato, in molti settori della produzione e del commercio, i vecchi mercati nazionali, nonché gli stessi mercati continentali degli Usa e dell’Unione Europea, hanno avuto l’esito non previsto di fare della Cina, Stato a mercato chiuso, un mattatore della globalizzazione. Sintetizzando, sulla scena economica mondiale ci sono due tipi di globalizzazione, quella liberal-monopolistica, che viene dal precedente assetto industriale, e quella ugualmente liberale –almeno sul mercato internazionale – della grande potenza Cina.
Gli effetti delle due globalizzazione si sommano. Il risultato dell’addizione è che l’industria occidentale emigra verso luoghi dove i salari sono bassi, creando disoccupazione nell’Occidente del benessere. Dal canto loro, i manufatti che arrivano dalla Cina disincentivano la produzione manifatturiera occidentale, generando altra disoccupazione.
La globalizzazione rappresenta una rottura nella storia di lungo periodo del mondo occidentale, il quale si era basato sulla modernità industriale per vendere al resto del mondo i suoi prodotti esclusivi e per favorire, con il ricavato, una ininterrotta crescita dei salari e dei servizi sociali. Avvenuta la rottura, tornare indietro non è possibile.
E’ una costante storica che la disoccupazione abbassa i salari. Siccome gli Stati industriali erogano i servizi in forza delle imposte pagate dai lavoratori subalterni, è inevitabile che disoccupazione e salari bassi portino come conseguenza a una riduzione consistentissima dei servizi resi dallo Stato. In ordine cronologico, a essere sacrificati saranno le pensioni, la sanità, la scuola, il pubblico impiego. Alla fine ci sarà il rincrudimento delle leggi penali e di polizia, onde salvaguardare l’ordine pubblico con una spesa minore.
In una situazione del tipo ipotizzato, quanto interesse avrà il sistema capitalistico padano a tenere il Sud nel suo Stato? Poco, molto poco, e quel poco è fatto di droga. Industria pochissima, agricoltura certamente meno. Anche a ipotizzare che l’Italia rimanga una meta turistica, non è difficile immaginare che quel poco di turisti diretti al Sud sarà intercettato più di quanto non avviene oggi, con ogni espediente dai luoghi turistici capitalisticamente più forti.
E quale e quanto interesse avrà la formazione sociale Suditalia a rimanere nello Stato italiano, ove venisse in essere l’ipotetico quadro di cui sopra? In astratto poco, quasi niente. Nella pratica molto di più, perché in tutte evenienze storiche entrano in ballo le tendenze di lungo periodo.
Le popolazioni meridionali non sono così imbelli come la storia unitaria contrabbanda. Ricordiamoci che Carlo III sconfisse gli Austriaci che rivolevano Napoli, che Fabrizio Ruffo batté l’armata francese nel momento delle sua massima gloria e che i contadini resistettero alla successiva calata francese di cinque anni dopo, contrastando i governi di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat così vivacemente che nessuno dei due riuscì mai a governare tutte le province del Regno.
Ricordiamoci anche che i nipoti di coloro che avevano combattuto i francesi tennero in scacco per interi anni, nonostante la legge marziale, le armate sabaude forti di 120 mila uomini. Nel primo caso, la forza coagulante della resistenza fu la Chiesa, nel secondo la fedeltà al re legittimo e il bisogno di rimanere se stessi, liberi e indipendenti da padrone straniero (più che forestiero).
Oggi quale potrebbe essere la morale capace di coagulare una forza indipendentista? Una negazione del presente sta emergendo chiaramente, ed è la sfiducia nello Stato italiano che coinvolge una larga parte della popolazione (salvo i settori della grande distribuzione che godono del Carnevale tremontista e berluschista). Ma non è facile trasformare la sfiducia in azione politica.
La sfiducia porta a Caporetto e allo sbandamento dell’esercito nel luglio 1943. Costruire un progetto richiede decenni. Per riportare alla lotta il mondo contadino dopo la batosta della guerra al brigantaggio e l’emigrazione, ci vollero due guerre mondiali e un programma politico, in quel momento, esaltante: la lotta per la terra elaborata dal Partito comunista nei due decenni d’intervallo tra la Rivoluzione russa (1917) e la caduta del fascismo.
Tanto per dirne una, la teoria (tedesca) del pieno impiego della forza lavoro potrebbe soddisfare larghissime aspettative, ma incontrerebbe la fiera opposizione di coloro che ancora immaginano che un salario risparmiato sia un guadagno, ciò in un mondo in cui, se il costo della manodopera esce dalla porta, dalla finestra rientrano sicuramente i sussidi alla disoccupazione.

Nicola Zitara

Fonte: Eleaml


FORA di Nicola Zitara – La rubrica riproposta da Calabresi.net

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