I Mediterranei condivisi del poeta che apre il Novecento Italiano

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 La presenza del poeta maestro sufi Omar Kayam nei versi di Giovanni Pascoli
di Pierfranco Bruni

Tra lingua e forma o tra la funzione lirica della parola e l’essenza estetica della poesia in Giovanni Pascoli si vivono dei passaggi che portano come dimensione letteraria un intreccio tra la cultura della tradizione occidentale, con la tramatura profonda del mondo classico greco – latino, e l’espressione di un immaginario (che va oltre l’immagine stessa episodica di un evento, di un fatto, di un poemetto) che ci porta ad una visione mistico – orientale.

D’altronde i “Poemi conviviali” con il viaggio omerico non sono soltanto la testimonianza e la definibilità, pur in una dissolvenza metaforica in atto, del mito intrecciato alla storia greco – ellenica (con parametri epocali ben precisi) e alla religiosità di un dialogo con civiltà non estranee alle eredità del Mediterraneo ma sono altresì riferimenti che vanno oltre la metafora lirico e si incentrano in uno stato di contemplazione mistica. Ma il risultato di questi versi che si chiudono nel 1904 (come complessità strutturale del linguaggio e della incisività lirico – semantica – simbolica) parte già con i “Primi poemetti” (che hanno una estensione che va dal 1897 al 1907) nei quali la cultura simbolico – islamica ha una sua presenza non di passaggio ma sostanziale.

Se si pensa ai versi del poemetto “L’immortalità” il valore riflessivo, che non è un pensiero vagante, scava nel simbolismo sufico. Proprio nei primi versi Pascoli cita il “Poeta Omar” e lo definisce una “pupilla solitaria”. Il poeta Omar è il mistico persiana sufico Omar Kayam, tanto amato sia da Vincenzo Cardarelli che da Giuseppe Ungaretti. Omar Kayam era nato a Nīshāpūr il 31 maggio 1048 e morto il 4 dicembre 1131, un maestro contemplante che aveva scelto il silenzio tra le righe dei versi e la danza sublimale dei dervisci rotanti. La poesia italiana in fondo si apre al pensiero dei sufi attraverso il maestro Kayam proprio con una mistica novecentesca. Esempi di raccordi con l’Oriente musulmano si ascoltano in molte voci e anche con D’Annunzio ci si ritrova in un Oriente dei mistici danzanti. Ma Pascoli va oltre.

Perché Pascoli dà un senso a questo maestro persiano riferimento del pensiero dei sufi? Quindi conosceva bene la poesia dei sufi tanto che pone Kayam come un maestro non solo nella cultura islamica ma anche come maestro – poeta e il poeta è considerato illuminante. E il senso è abbastanza forte. Omar è il poeta che “vede e splende, che contempla e crea”.

I versi de “L’immortalità” inizialmente aveno un diverso titolo. Ovvero “Il poeta e l’astrologo”. Poemetto pubblicato su “La Rassegna scolastica”, II del 16 dicembre del 1896 in una stesura di otto quartine. Oggi il poemetto è diviso in sei parti con strofe di tre versi più uno. È inserito nei “Primi poemetti” nella raccolta “I due fanciulli . I due orfani”.

Omar Kayam è poeta e astrologo. Ma accanto a questo maestro dell’alchimia sufica c’è un altro personaggi che appartiene alla geografia della cultura musulmana. È l’astrologo Abdul, ovvero lo scrutatore delle stelle.

Siamo a quell’incontro con un simbolismo non europeo o ad una parola filtrata dalla cultura meramente europea. Siamo molto al di là perché riconosce alla cultura mediterranea non occidentale una chiave d’argento che permette di spalancare le porte ad una spiritualità in cui l’islamico dialoga con il cristiano o con il pensiero religioso occidentale.

La grecità soffusa o immensa del “viaggio” omerico non si ferma alle porte di Itaca o dell’isola di Calipso ma sia le Porte Scee che le Colonne d’Ercole sono nella metafora della poesia come elemento di una tradizione omerico – dantesca ma l’inserto è nell’incrocio delle civiltà del Mediterraneo. Lo stesso Dante abitava i luoghi della metafisica dell’Oriente.

In “L’immortalità” il senso mistico è una traversata verso quei secoli che “sono palpiti del sole”. Soltanto in una visione simbolico – mistica dei sufi gli “istanti” e i “secoli” nell’intreccio di una alchimia islamica o astrale – religiosa costituiscono i contatti o i cortocircuiti del “ciò solo che non muore, e solo//per noi non muore, ciò che muor con noi”.

Proprio nella terza finestra di questo poemetto si cita Abdul, il quale nella sua risposta dice, nella sintonia e sintesi pascoliana, “Il sol morrà, poeta!//Quando?Tu conta i battiti al tuo cuore:/secoli sono palpiti del sole;/ma sono, istanti e secoli, a chi muore,//o poeta, una cosa e due parole”.

Ma qual è la lettura di tutto ciò? Non c’è un Pascoli crociano, incrociato in questa interpretazione e tanto meno un Pascoli letto secondo le regole desanctisiane. Piuttosto il Pascoli della modernità, una modernità Floriana e pasoliniana, che accetta la tradizione occidentale, come è verificabile da tutta la sua produzione poetica, ma la sua spiritualità ha bisogno di un concetto, discutibile o meno, ma presente che è quello della “iniziazione” o di una poesia che sia illuminante. Ma questi sono due percorsi che hanno caratterizzato anche quel Romanticismo esoterico, importante, di cui ha parlato Cecilia Gatto Trocchi in un suo magistrale testo che pone la questione esotica partendo proprio da Risorgimento – Romanticismo.

Pascoli legge Dante ma lo legge non trascurando lo sguardo illuminante dentro il mistero luminoso che non è quello cristiano. Giovanni Capecchi in “Gli scritti danteschi di Giovanni Pascoli” (Longo) pone delle sottolineature importanti proprio in merito a tale discussione. Un tema da approfondire e da rincontestualizzare in una tale problematica onirico – sufica.

Il simbolismo e il mito. Sono due incisi in un parametro letterario – religioso in Pascoli comprende che la tradizione omerica si incontra con il mondo dei mediterranei includenti nel dialogo tra Occidente ed Oriente.

Omar Kayam è il poeta riferimento in una meditazione a tutto tondo sulla poesia illuminante e fa dire al persiano: “Non mescerai la polvere all’idea”. Sia Vincenzo Cardarelli che non amava Pascoli sia Giuseppe Ungaretti che a Pascoli deve molto aprono il Novecento confrontandosi con i danzatori sufi e Omar è il profeta maestro che offre alla poesia non la critica e non la storia ma il senso mistico della vita intrecciata al tempo.

Lungo questo tracciato sia Mircea Eliade sia Renè Guenon sia Maria Zambrano troveranno la luce del navigare non solo guardando le stelle ma cercando di conoscere ogni granello di sabbia del deserto. La mistica orientale è nell’illuminazione di una poesia che abita la metafisica del senso. Pascoli con Kayam si è introdotto in quella dimensione in cui la dissolvenza omerica si fa misticismo infinito sino a toccare quell’orizzonte della vita che vive “lucida del sole”. Una metafora o forse soltanto il verso (mezzo verso) che rimanda al mistico: “La luna col suo raggio ha strappato la veste alla notte” (Kayam).

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