Il Barocco: dal Seicento Napoletano e metafisico di Giuseppe Battista all’avanguardia tardo rinascimentale e “ barocco – futurista” di Robert Angot de Lepèronniére

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di PIERFRANCO BRUNI

Nella storia della letteratura i processi artistici e quelli poetici si sono spesso trovati a definirsi in una “identità” in cui matrici esistenziali di un’epoca e radici culturali si sono espressi in una interrelazione sia metafisica che storico – estetica. L’arte del Seicento, quando non fu arte di corte, esplose in una sensualità che conobbe forme, linguaggi e immagini caratterizzanti, tanto da realizzare un intreccio tra l’immaginario definito nella pittura e quello strutturato attraverso i versi o il linguaggio in prosa. 

Anche lo stesso Torquato Tasso, Sorrento, 11 marzo 1544 – Roma, 25 aprile 1595, formatosi alla scuola dei Gesuiti non accettando la Controriforma creò un percorso tematico e lirico marcatamente estetico in una linea malinconica sul fluire di una voluttuosità che lo ha definito cavalleresco.
Ma uno dei poeti rappresentativi della scuola della sensualità resta certamente lo spagnolo Luis de Gòngora (1561 – 1627) sia con le sue “Solitudini” e soprattutto con “Favola di Polifemo e Galatea”. Gòngora non fu solo un poeta ma un agitatore di coscienze. Fu riscoperto da Garcia Lorca e ne fece conoscere la modernità. Il rapporto tra le figure e le opere di Gòngora e i poeti dell’Accademia napoletana fu estremamente interessante.
Il Barocco spagnolo, vera anima di un Seicento poetico ed europeo, che si rapporta con la cultura russa, inglese e americana, portoghese, francese, è un Barocco che non conosce gli schemi e le etichette di quella melanconia che sfiora, a volte, l’assurdo ben costruita in Giambattista Marino (1569 – 1625) o in un Giuseppe Battista (1610 – 1675), che pur nella sua complessità, rimane privo di una profondità drammatica tanto che venne definito: “Scaltro manipolatore di argutezza, non sempre fredde, e d’iperboli” (Cfr. “Poeti dell’età Barocca”, Guanda, 1961, vol. I, pag. 353).
La mancanza di drammaticità la si trova sostanzialmente in Marino mentre nel Gòngora si avverte un costante gioco il cui pensiero poetico si intreccia con la metafisica dell’infinito. Ed è quella metafisica del tempo, che a volte, diventa eresia poetica che si legge in un poeta come John Donne (1573 – 1631). Una metafisica straziante nella quale si comprende il passaggio dolorante di una vita mondana ad una contemplante. Infatti, Donne dopo belle esperienze lontane decide di prendere gli ordini religiosi e muore addirittura come Decano di San Paolo.
Nel Barocco che vede Napoli come centralità di modelli “accademici” c’è anche Giuseppe Battista, nato a Grottaglie, l’11 febbraio 1610 e morto a Napoli il 6 marzo 1675, il quale vive in una temperie in cui si scontrano Rinascimento e Contro Riforma, in cui il rivoluzionario Giordano Bruno (1548 – 1600) recita il suo senso tragico nel nome di una eresia a Campo dei Fiori e Tommaso Campanella (1568 – 1663) si rinchiude nella sua città del sole in una utopia che recita la cristianità come follia e Galileo Galilei (1564 – 1642) disputa lo sguardo verso il cielo convinto che luce e manto stellare siano dimensioni della natura.
Il Barocco supera il Rinascimento e traccia il tempo di una decadenza non come caduta di valori ma come una nuova estetica del fare arte e letteratura. Quella decadenza in cui il recupero della classicità greco – romana è un intreccio con lo scenario teatralizzato di un Miguel de Cervantes (1547 – 1616), in cui l’amore e il concetto dell’inquietudine dell’amore diventano abolizione della visione del peccato.
È la follia che prende il sopravvento e il Barocco non può leggersi senza le manifestazioni donchisciottesche o della ricerca di un senno perduto che si cerca tra le ombre dei cieli e le stelle appuntate nelle notti lunari.
Il Barocco trova la sua originalità nell’abolizione del concetto di peccato perché la poesia che esce dalle Accademie, pur nella metafisicità, si intreccia in un post Rinascimento onirico e illuminante che toccherà successivamente le stagioni della drammaticità foscoliana. 

Ma sono gli spiriti eretici e l’elogia del sogno (Pedro Calderon de La Barca, 1600 – 1681) che si innervano in quel tessuto Barocco che faranno del Barocco stesso non una età da ripostiglio ma vitale che condizionerà i secoli successivi.
D’altronde addirittura il Novecento poetico europeo (da quello italiano a quello spagnolo) avrà sempre dei tasselli che rimandano a pensatori come Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, Pedro Calderon de la Barca, Francisco De Quevedo, Luis de Gòngora sino ai sonetti di Jines de la Cruz. Maria Zambrano ha disegnato un profilo interessante su una linea novecentesca nella quale il Barocco è chiave di lettura centrale come percorso metafisico.

Credo che comprendere la funzione di un poeta come Giuseppe Battista deve permettere di scavare in quell’articolato mosaico che è stato il barocco europeo e internazionale riconsiderando la tradizione nella sperimentazione linguistica.
Tra i poeti del Barocco c’è una forte presenza innovativa che risponde al nome di Robert Angot de Lepèronniére (1581 – 1640?) con il testo dal titolo “Le luith” oppure la testimonianza di George Hembert (1593 – 1633) con i versi dal titolo “Easter wings”.
Due autori ai quali hanno fatto riferimento i percorsi poetici futuristi. Soprattutto, il primo testo ci rimanda ad una tavola futurista vera e propria in un gioco di immagini che si definisce come volo e come dinamicità della parola.

Certo, il Barocco del Regno di Napoli vive una complessità di retaggi e di elementi speculari sia sul piano di una metodologia filosofica sia sul piano di una struttura letteraria ma la intercettazione tra le fasi sperimentali che si vivono in Europa costituiscono un dato innovativo.
Tra il Giuseppe Battista di: “Se vestita di porpora o d’argento…” e il Francisco de Quevedo di: “Dama di scacchi, dama di cera,/dama da tasca,/se volete nascondere il difetto/cessate di uscir con donne alte…” o il Johan Donne di: “Ogni regnante è con le favorite…”, il confronto estetico è uno scavo metafisico significativo e la sua presenza, anche tra gli echi di una poetica contemporanea, la si ascolta non solo nell’Ottocento, non risorgimentale, leopardiano, ma anche nelle religiosità che vibra tra i versi di Mario Luzi e il suo concetto di “finzione – menzogna” lo si trova in quella maschera efficace che diventa il pirandelliano “mal giocondo”.

 

Il Battista che si universalizza è quello che proietta il Barocco nella tradizione delle epoche successive e nelle visioni decadenti, doloranti, inquiete ma profondamente vitali in un trasporto di linguaggio che annuncia, attraverso la ricerca della parola, le avanguardie.
Il Barocco è una avanguardia? Da quello del Regno di Napoli al Barocco di Spagna, di Francia, dell’Inghilterra c’è una linea di estrema visibilità sia in termini strettamente formali che linguistici tanto che la poesia “sperimentale” contemporanea trova nella fase barocca la sua centralità non solo espressiva ma decorativa.
La lingua poetica è una metafora decorativa di una espressione che va oltre il quotidiano. Ezra Pound nell’inquieto ironico uso della parola, Ungaretti che si assenta dall’ermetismo, Cristina Campo pur nella sua devastante parola metafisica, Alfonso Gatto che supera la metafora dell’isola si incontrano, nei loro “viaggi” letterari, con il Barocco e con quelle forme ben definite in un Barocco europeo.
Un’apertura ad una letteratura più comparata, pur all’interno degli stessi stilemi letterari ed estetici, che andrebbe riconsiderata.

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