Mario Tobino a venti anni dalla morte. Tra Dante e Machiavelli: un provenzale dell’amore e della guerra

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di Pierfranco Bruni

Machiavelli e Dante sono i due intrecci che si definiscono nella storia umana e letteraria di Mario Tobino. Ricorre il ventennale della morte. Agrigento. 1991. Era nato a Viareggio nel 1910. Psichiatra di mestiere. Ma il mestiere è sempre un raccordare la vita realtà nella quotidianità con il pensare, l’essere, il tace e l’ascoltare. 

Il suo inizio come poeta è un ricercare, attraverso il linguaggio delle poetiche che diventano scavi metafisici, tra le corde di un tempo sempre conciliabile con la storia umana degli uomini e con l’umanità della storia.

Poeta e psichiatra. Scrittore che ha sempre guardato negli occhi la letteratura. Offrendo alla parola il senso dell’incompiuto ha recuperato il cammino. Dal 1934, data che segna il suo esordio come poeta in una raccolta dal titolo “Poesie”, sino al romanzo del 1990 dal titolo “Il manicomio di Pechino”, Tobino incastra tra il suo comunicare con l’umanità il disorientamento che legge tra gli sguardi.

Un lettore di sguardi. Perché lo sguardo è l’espressione della luce e delle ombre. Come nel romanzo, tra il narrato e il pensato nella “aromaticità” di una prosa fortemente aulica e pensata, dedicato a Dante: “Bindo era e bello” del 1974. perché Machiavelli? Machiavelli è lo scavo del “ragionatore” che si assenta dalla ragione per un inesauribile taglio della storia.

Un taglio anche nella storia. Tobino con la follia e la finzione ci porta tra i matti, forse quelli che Vittorino Andreoli chiama “matti di carta”, che pur non segnando le ragioni degli altri definiscono la storia. Ed è nella storia che con Machiavelli ci racconta la Libia con il suo testo del 1951 “Il deserto di Libia”. Un libro di una straordinaria saggezza ma anche di una possente suggestione. Quel Mediterraneo dei deserti è uno spacco, non un taglio, tra le pareti di un mare che segnato i destini dei popoli e delle comunità. Un romanzo dal quale sono stati tratti due film. Il primo nel 1985 “Scemo di guerra” di Dino Risi, il secondo nel 2006 “La rosa del deserto” di Mario Monicelli.

Il deserto e la rosa. Pensate un po’ quale persuasione quale delirio tra l’immagine di una lunga e desolante tristezza che chiede, comunque, alla vita di farsi armonia. Ma la Libia è il racconto di una generazione di scrittori che sono riusciti a vivere il “tempo” dell’Africa con una interiorità profondamente radicata nel tentativo di un oblio che si stacca dalle vedovanze della memoria. Ma Tobino incastra la storia dei popoli con quella delle umanità. Dirà: “La Libia libera i sogni, la morte esiste anche in questo luogo, ma non porta tristezza”

Nel 1953 pubblica “Le libere donne di Magliano”. Una visione mai paradossale ma sempre chiarificante del “mestiere” del vivere di un poeta – scrittore che recupera il senso della carità e dell’umanità dallo sfogliare le foglie dello sguardo dei “folli” che vivono mai convinti della loro follia. Si attraversa la solitudine? Dentro la propria provvisorietà: “Ormai tra queste tende/camminiamo malsicuri passi/tra buche, sospetto di scorpioni/e il ghibli dal suono opaco/parlammo tra queste tende/senza piacere”. Il disamore disarmante è nella ragione?

Machiavelli ritorna con la sua destinazione marcatamente ragionante anche sui fatti di una imprevedibilità sconfitta dalla provvisorietà. Machiavelli ritorna con Dante perché il Dante di Tobino è un poema, come dice la mia cara Maria Zambrano, sciamana e amante degli sciamani, anticonformista e mai accomodante, libera e con l’esilio nella geografia dell’anima, “specchio umano” mentre la cara Beatrice ha i segni della “donatrice” anzi della “portatrice” che ama e guerreggia. L’amore senza la guerra non avrebbe senso. Da questo punto di vista è la cultura provenzale che anima la mente e la vita sia di Dante che di Machiavelli.

Il Machiavelli studiato da Tobino è il Machiavelli della teatralità, il quale considera la corte un teatro dove gli attori e il pubblico recitano l’inverosimile. Il provenzale Tobino del “perduto amore” è lo scrittore che penetra la lingua e il linguaggio.

Dirà Tobino nel suo “Biondo era e bello”: “Necessario anche toccare con più accortezza le radici del volgare, per il quale tutti, anche gli umili, lo intenderanno. Necessario venire davvero a tu per tu con i provenzali, con Giraldo de Bernelh, cantore della rettitudine, con Arnaldo Daniello. Il gran punto già chiaro è che i provenzali non cantarono solo d’amore, discussero anche di guerra, erano avvinti da passioni civili, da quelli morali”.

È Machiavelli che incontra Dante ed entrambi sono “toccati” da Tobino tra il provvisorio e la follia della scrittura. La provvisorietà è il tracciare la parola nei linguaggi di “Veleno e amore” del 1942 (libro di poesia) o di “L’asso di picche” del 1955. Una poesia che ha una suo forte radicamento nell’onirico sempre vissuto e mai dichiarato. Un gioco invisibile ha sempre sostenuto le pagine di Tobino ed è quello della bellezza.. la bellezza come gioco ma anche una uscita di sicurezza in un immaginario fatto di attesa e di profezia. I matti recitano la profezia della bellezza.

Il romanzo “La bella degli specchi” del 1976 è un costante giocare ma è anche una continua fluidità di riflessi tra le acque della memoria e le ombre che sempre accompagnano la vita. Un andare lento e magico nel sentire e nell’avvertire i codici del tempo. Così come nella straordinaria figura e disegno di Beatrice in “Biondo era bello”. Beatrice è l’asse di picche? Ma sì. Nella sua bellezza si mettono sul tavolo degli sguardi tutte le carte. E l’asse di picche resta una metafora ma è anche lo scavo ancestrale dei venti armoniosi che accompagnano la recita del tutto.

Nel 1979 con “Il perduto amore” Tobino graffia lo specchio dell’anima. Ma cosa è il perduto? Anche in amore può esserci il perduto? O c’è soltanto il vissuto? Forse è il vissuto che ci distanzia dal perdere gli amori e la vita. La letteratura è uno scordare e un ritrovare. Un dimenticare e un recuperare. Lo sguardo degli occhi sconfitti dallo specchio nella letteratura di Mario Tobino sono una costante esclamazione. Mai un interrogativo. Dirà in alcuni versi dedicati alla madre in una poesia “A mia madre”: “ero forte solo di pensieri,/ ricco solo d’amore,

Come la vastità del deserto la vita è la vastità dell’immenso che abbandona il labirinto per vivere l’ambra e la luce cercando di ritrovare la rosa. Un po’ alla Simon Weil. La grazia e la luce. L’umanità è altro da sé dei popoli e la vastità e l’immenso sono nel ricucire il passato all’eterno. In una infinitudine la letteratura recupera l’innamoramento. Una lezione di vita. Nei versi e nei romanzi di Mario Tobino.

Ma l’amore ha sempre il suo enigma. L’amore non è in Kafka. È nel Proust delle dimenticanze e dei “piacere” e dei “giorni”. Il provenzale Tobino conosce dove il disamore ha inizio e dove si ferma l’innamoramento e la desolazione.

Così nei suoi versi dedicati alla madre: “Come te odo, giudico, perdono,/e le tue parole, il tuo accento,/il garbo delle tue sottigliezze/sono la musica che mi accompagna. (…) Sapevi com’ero fatto/e sorridevi e avevi timore del mio coraggio”. Fino all’ultimo silenzio del mio esistere continuerò ad amare e vivere in questi versi di Tobino.

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