Francesca Zenone: una pittrice calabrese trapiantata a Milano.

Mi è capitato per caso, lo scorso anno, di incontrare, su internet, un nome a me familiare, quello di Francesca Zenone: l’avevo persa di vista da moltissimo tempo, ma il suo volto è riaffiorato subito nei miei ricordi, tra quello di altri amici dell’adolescenza, insieme al capo riccioluto del più caro tra i compagni di allora, che non è più tra noi, ma che in quegli anni spensierati era l’animatore delle nostre serate al suono della chitarra o della fisarmonica. 

Quanti progetti facevamo allora … Ognuno aveva un sogno da realizzare e Francesca aveva l’animo sensibile dell’artista: riusciva a cogliere il bello delle cose e ad esprime stati d’animo e sensazioni davanti ai quali molti di noi non restavano indifferenti.
Poi le nostre strade si divisero e di lei non seppi più niente.
Dopo tanti anni, grazie alla posta elettronica, potevo mettermi in contatto con lei e non esitai a farlo. Ci scrivemmo. Al contrario di me, non tornava in Calabria da molti lustri, ma i ricordi, rimasti sempre vivi, alimentavano in lei il desiderio di ripercorrere, anche se per poco, i vicoli degli anni spensierati, come spesso accade a chi conserva un amore per le proprie radici che né il tempo né la lontananza può cancellare.
Me ne resi conto e non esitai ad informarla delle attività culturali che si stavano organizzando, in paese, per l’estate che stava per arrivare, tra le quali la presentazione di un volume sulla storia di Melicuccà, il nostro “borgo natio”, appunto.
Non so se è stato il mio invito a indurla a salire sul treno per la Calabria, ma io, purtroppo, non riuscii ad incontrarla. Ho saputo qualche giorno dopo, arrivato in paese quando lei era già ripartita, che agli amici, con la stessa familiarità degli anni giovanili, aveva parlato della sua quasi trentennale attività di pittrice, entusiasta fino al punto di vincere la modestia e promettere, al parroco, un dipinto per la chiesa parrocchiale.
Le scrissi di nuovo e mi raccontò come a Milano, prima del matrimonio, la predisposizione all’arte, che covava in lei sin dall’infanzia, l’aveva spinta a seguire corsi di disegno prima e di pittura poi e quindi a dare concretezza alla sua antica affascinante passione, fino a conseguire risultati apprezzati negli ambienti ambrosiani.
Quella prima stagione, però, era destinata a cedere il passo ad esigenze nuove, sgorganti dal suo animo meridionale: l’amore per il marito e per i due figli, che definisce “i miei capolavori”, si è dimostrato più forte di quello per la pittura.
Posò i pennelli in attesa di tempi migliori e si dedicò alla famiglia e al lavoro in banca fino a quando, una quindicina di anni fa, essendo i figli ormai grandicelli, ha ricominciato a frequentare gli ambienti artistici della metropoli lombarda.
La nuova stagione artistica, comunque, dopo un periodo di impegno culturale e sociale che l’ha portata a fondare un’associazione e a perfezionarsi anche nella tecnica del decoupage, ha avuto veramente inizio da qualche anno, da quando cioè ha ricominciato a dipingere con rinnovata lena e a frequentare la bottega di un maestro che l’ha spinta a vincere la sua innata ritrosia.
Fino ad ora ha prodotto arte figurativa, convinta che il linguaggio pittorico debba essere comprensibile a tutti, ma non esclude di giungere a forme espressive informali a lei congeniali, per trasmettere sensazioni e particolari stati d’animo.
Osservando i suoi quadri sono rimasto colpito dall’intensità dei colori e, alle mie domande, l’amica di un tempo non ha esitato a darmi una inequivocabile risposta: “La passione ha colori caldi che io amo tanto. Io sono una persona istintiva e tante volte agisco senza pensarci, molto mossa dalle mie sensazioni”.
Non ho avuto più dubbi: su quelle tele vi è il marchio di un carattere, la caparbietà di chi, lasciato il sole del Sud, pur vivendo tra le redditizie e fumose ciminiere del Nord, conserva negli occhi la luminosità delle nostre apriche giornate come un marchio indelebile.
Francesca Zenone è una pittrice di formazione lombarda, forse, ma da legittima figlia della Calabria parla una lingua magnogreca: il rosso dei suoi quadri riporta alla mente il colore che nell’antichità chiamavano sinopsis, dal nome della città di Sinope, un’antica colonia greca sul mar nero, dove secondo Plinio fu rinvenuto per la prima volta.

Giuseppe Antonio Martino

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